Una nuova risorsa per affrontare le abbuffate. Mindfulness applicata all’alimentazione

Ci sono dei cibi (o ci sono momenti!) che proprio non riusciamo a mangiare in maniera corretta: ne prendiamo a manciate, uno dietro l’altro, perdendo la consapevolezza del nostro agire, di noi stessi e del cibo.

Forse non sappiamo nemmeno dire quante patatine, merendine, biscottini, cioccolatini abbiamo inghiottito poiché in quel momento ci trovavamo come in stato di estraneazione, totalmente rapiti dalla tv, dalla chiacchierata del momento, dalle preoccupazioni quotidiane o semplicemente dagli impulsi che quelle cose, tanto goduriose ed invitanti, suscitavano in noi.

Ci sono persone che mangiano in questo stato di “inconsapevolezza” soltanto in certi momenti, altri che hanno quasi sempre questo rapporto con il cibo, a prescindere che siano spuntini fugaci o pasti regolari. Nel tempo tali meccanismi si cristallizzano, diventano automatici e possono risultare sempre più difficili da modificare.

La prima cosa a cui si pensa per evitare di “cadere in tentazione” è evitare del tutto i cibi “proibiti”.

Non vi può essere cosa più nociva ed errata! Il divieto mantiene, se non amplifica, il desiderio di tali alimenti, creando nella nostra mente immagini distorte delle sue qualità e proprietà:

essendo classificati come cibi “peccaminosi” dovranno per forza essere sublimi e paradisiaci!.. semplicemente perché si ha l’idea che le cose vietate sono in realtà sempre quelle più divertenti e goduriose! (quando in realtà è la trasgressione al divieto che rende eccitante la cosa, o il cibo, e non l’elemento di per sé)

C’è un modo per evitare questo circolo vizioso di “divieti-abbuffate-nuovi divieti-nuove abbuffate”?

Si. Come già detto in precedenti articoli ci sono vari rimedi per contrastare l’impulso all’abbuffata o allo spuntino fuori orario (vedi “come evitare le abbuffate e gli spuntini fuori orario”, “pensare da magri”).

Oggi però vi suggerisco una nuova “tecnica”, sviluppatasi recentemente nel campo della psicoterapia cognitivo comportamentale di ultima generazione, sulla base delle già note pratiche di “meditazione consapevole” (mindfulness) applicate con eccellenti risultati a diversi problemi psicologici, quali disturbi d’ansia e stati depressivi.

COME APPLICARE LA MINDFULNESS NELLA CURA DEI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Gli assunti di base che hanno portato allo sviluppo del Mindful Based Eating Awereness Training (MB-EAT, training di alimentazione consapevole basato sulla mindfulness) sono essenzialmente due.

Molte persone con problema di alimentazione incontrollata tendono:

  • Ad avere difficoltà in alcune sfere di vita: rapporti interpersonali, attività lavorativa, insoddisfazione del proprio aspetto fisico, senso di insicurezza e inadeguatezza, difficoltà a gestire gli stati d’animo o a manifestare le proprie emozioni. Il sintomo dell’abbuffata rappresenta così un modo per compensare una sensazione di sconforto e tensione emotiva.
  • Ad avere una scarsa consapevolezza di sé, dei propri impulsi, delle proprie sensazioni corporee di fame e sazietà, quindi in generale una scarsa consapevolezza del “momento presente”.

Il MB-EAT è un percorso strutturato in incontri a cadenza settimanale, durante i quali si impara a vivere e mangiare in maniera consapevole (anche, e soprattutto, quei cibi che ci vietiamo!).

In seduta, di volta in volta, ci si esercita a porre attenzione a tutto ciò che avviene al nostro corpo, dai movimenti fisiologici interni, alla postura, al flusso di pensieri e preoccupazioni, fino all’attenzione consapevole al cibo e al mangiare.

Si sostituiscono così gli abituali meccanismi di alimentazione inconsapevole, mangiando consapevolmente insieme al terapeuta proprio i cibi che maggiormente ci fanno “perdere la testa”.

Fra una sessione e l’altra, la persona si esercita a casa, sia praticando la meditazione in maniera strutturata (meditare utilizzando le sensazioni corporee, lasciando andare i pensieri “inutili”), sia praticando la meditazione non strutturata con i propri cibi “proibiti”.

Spesso è necessario un incontro di valutazione prima dell’inizio della pratica, mirato anche a capire quali sono le competenze e le conoscenze della persona circa la meditazione, al fine di evitare i luoghi comuni.

Questa pratica meditativa non equivale al rilassamento e al distacco dal mondo per entrare in uno spazio “leggero”, al contrario si basa sul restare in pieno contatto con l’esperienza.

Molti associano la mindfulness ad un contesto religioso e spirituale e questo può rappresentare un’altra resistenza.

Inoltre è necessario lavorare sulla motivazione poiché la pratica non è facile da fare ogni giorno, richiede impegno e disciplina. Attraverso questa strategia terapeutica, si insegna alle persone non soltanto a migliorare il rapporto con l’alimentazione e a rendere più intensi e gratificanti pasti e spuntini, ma anche a prendere consapevolezza di sé stessi, dei propri impulsi, delle proprie motivazioni, dei propri pensieri, momento per momento, durante tutta la giornata.

Tale pratica, associata ad incontri di psicoterapia “standard”, sta risultando particolarmente efficace in un’elevata percentuale di casi.

Dal web|Vivere donna-Chiara Francesconi, psicologa

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