Sindrome dell’abbandono: le fragilità nell’infanzia e ripercussioni in età adulta

sindrome dell'abbandono

Durante la crescita il bambino subisce un processo intrusivo transizionale: passaggio dalla dipendenza biologica a quella affettiva. In questo senso il bambino assume la totale dipendenza dal genitore da cui dipende la sua sopravvivenza; si innesca dunque un meccanismo emotivo che se non superato o canalizzato nel modo corretto, in età adulta risulterà invalidante per la crescita dell’autostima o della personalità.

La paura di separazione, che si sviluppa nel secondo semestre di vita, configura la paura della morte, di essere rapito (anche da entità misteriose) o di cadere. Inoltre dà luogo ad ansie abbandoniche (nevrosi) rendendo difficoltoso per il bambino qualsiasi allontanamento dalla persona o dai luoghi conosciuti. Da qui la difficoltà più o meno grave al momento dell’inserimento nella scuola materna, fino a configurare una vera fobia della scuola.

Come avviene uno shock di “abbandono”? Per fattore shock-induttivo endogeno

Per motivo endogeno
Qualche esempio:

  • per la separazione dei genitori
  • per la morte improvvisa del genitore o parentale
  • per improvviso trasferimento d’abitazione
  • per improvviso distacco della suzione del ciuccio
  • per malattia improvvisa
  • per la scomparsa improvvisa del giocattolo preferito

Il caso: il bambino ha subito un shock di separazione dei genitori a 3 anni; è molto probabile che a 6 anni a nove anni a 12 ecc, si ripresenterà lo shock, con cadenza triennale. Ora il bambino ha 6 anni, Il cervello biologico scatta da solo ed elabora; poiché a 3 anni ha subito un abbandono, ora è arrivato il momento di rivivere lo stesso shock.

Per motivo endogeno: il bambino già nasce con il problema dell’abbandono, magari ereditato dai suoi genitori che hanno alle spalle storie di abbandono, per cui cerca di riproporre la stessa paura in modo di superarla in maniera più efficace.

Effetti: quando si ripresenta il problema, il bambino, per giustificare il proprio stato d’animo, andrà in cerca di motivi che possono avvalere le sue sensazioni. In questo modo troverà pretesti per litigi ed altri comportamenti che possono suscitare l’irritazione del genitore in modo da sentirsi giustamente cattivi e quindi “abbandonabili”. In questa prospettiva lo shock programmante configura diverse patologie quali maniaco depressive, l’autolesionismo e disturbo della dipendenza.

Particolari fisici: ci sono alcune caratteristiche molto visibili anche nella loro postura: la schiena curva, il corpo ipotonico con una spalla più bassa della norma.

 Cosa può fare un genitore?

Il passaggio da una dipendenza biologica (vita uterina) a quella affettiva (vita extrauterina), è del tutto normale ed è altrettanto fisiologica l’evoluzione dell’infante; ma come può intervenire un genitore se scorge nel proprio figlio i segnali della “paura dell’abbandono“? E’ importante ricordare che il bambino non va rimproverato quando esprime concetti di morte/rapimento/simile, piuttosto il genitore dovrà deviare l’attenzione del bambino verso altri contesti.

Cosa si può fare?

-Mostrare al bambino album fotografici di nipoti e parenti. Il vissuto del bambino è molto limitato e il database mnemonico deve essere ampliato con nuovi concetti di vita. Il piccolo dovrà acquisire il senso dell’evoluzione e della continuità.

-Responsabilizzare il bambino. In tal modo, il piccolo non si sentirà parte passiva del contesto familiare ma parte attiva, pertanto meno dipendente. Con le “piccole responsabilità”, inconsciamente il bambino capirà che è “importante”, utile nella famiglia, quindi l’idea della morte andrà scemando. Per un genitore, le responsabilità destinate al bambino possono sembrare banali, per un bambino, invece, acquisteranno tutta un’altra dimensione. Le responsabilità prevedono piccolissime cose, alcuni esempi: chiedere al piccolo di stilare insieme a voi la lista della spesa, decidere insieme cosa cucinare e consultarlo nelle scelte domestiche.

Sindrome dell’abbandono, dinamiche nella coppia

Di solito, le persone che soffrono della sindrome di abbandono vivono una  condizione di vera e propria “fame” che è prodotta dalla sensazione di non essere state sufficientemente nutrite dal punto di vista affettivo ed emotivo. Si tratta infatti di una patologia che riguarda il senso di sé e del prendersi cura:  in qualche modo, non riconoscono le risorse personali né il senso della “costanza oggettiva” che consentirebbe di sentirsi affettivamente nutriti  anche quando l’altra persona non è presente e non supporta costantemente “come una madre” ed ovviamente anche quando si è soli.

Queste persone non si sono sentite sufficientemente protette e contenute e non hanno sviluppato quella “base sicura” che consentirebbe di sentirsi stabili e sicuri all’interno, padroni delle risorse necessarie ad affrontare perdite, in grado di fronteggiare con le proprie forze ansie e drammi emotivi. Proprio lo stato di continuità e la percezione di “poter contare” sono fondamentali per strutturare un “mondo stabile interiore” che superi la paura dell’abbandono facendo leva sulla solidità emotiva e sul senso di valore personale. La persona che soffre di questa sindrome ha una grande paura di “restare sola” e vive questa eventualità come una vera e propria morte.

Da questa percezione di vuoto e di fragilità interiore nascono poi tutte le dinamiche di difesa che sono finalizzate ad impedire che il partner possa abbandonare. Le strategie che vengono adottate sono aggrappamento, manipolazione, eccessivo senso di fragilità che danno vita a ipercontrollo e ricatto emotivo, tutto per evitare ciò che temono di più al mondo: “la perdita”. In una parola queste persone sviluppano una forte “dipendenza affettiva” che le pone anche nel ruolo della “vittima” che, anche se del tutto inconsciamente, è strettamente funzionale al loro problema e serve ad attirare l’attenzione altrui.

Sindrome dell’abbandono, caratteristiche

  • Ci sono alcune caratteristiche interessanti e molto visibili in questa tipologia di persone, alcune visibili anche nella loro postura: spesso hanno la schiena curva e un corpo ipotonico con le spalle più basse del normale.
  • Altra caratteristica tipica di chi soffre di sindrome abbandonica è la paura di prendere decisioni: in genere deriva dal timore di alienarsi l’attenzione altrui.
  • Hanno inoltre continuamente bisogno di chiedere consigli (che poi non seguono perché a loro non interessa il “consiglio”, bensì il supporto che ottengono in questo modo)
  • Altra loro caratteristica è la grande paura di lasciare: usano spesso frasi quali “devo proprio andare… devo lasciarti”.. a conferma della loro reale difficoltà nello staccarsi da qualsiasi cosa, persona o circostanza.

In fondo, ciò che temono più di tutto è la solitudine; per questo motivo finiscono dentro a situazioni e relazioni tragiche anche se la vivono con tanta sofferenza. Tuttavia, dal loro punto di vista, è comunque meno drammatica rispetto quella che deriverebbe dall’abbandono e dalla solitudine che credono di non poter in alcun modo gestire.

La risoluzione di questa sindrome passa attraverso una terapia che dia sostegno e supporto fino a che il soggetto non trovi dentro di sé le risorse necessarie per affrontare le dinamiche emotive che tanto gli fanno paura e che teme di non riuscire a reggere.

E’ importante per queste persone avere dei progetti chiari in cui investire e in cui dirigere le proprie energie; spesso nelle persone dipendenti vi è la convinzione di dover sacrificare i propri bisogni ed è qui che si autoingannano creando invece le situazioni in cui possano sentirsi deboli, fragili e soli.

Se ti è piaciuto questo articolo puoi seguirmi sulla mia pagina di facebook “Psicoadvisor“, aggiungermi su Facebook o tra le cerchie di Google+

loading...