Chi usa queste frasi cela un vissuto traumatico

Tutte le emozioni, anche quelle che vengono soppresse e inespresse, hanno effetti fisici. Le emozioni inespresse tendono a rimanere nel corpo come bombe a orologieria e nel loro piccolo ticchettio sono malattie in incubazione. (Marilyn Van Derbur)

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.” Anche un trauma subito durante l’infanzia può comportare effetti invalidanti sia sulla neurobiologia del cervello che sullo sviluppo della relazione di attaccamento.

“Già Sigmund Freud, affermava che le esperienze traumatiche vissute in età infantile determinano nel futuro la tendenza a proteggersi dal ripetersi di situazioni analoghe, al fine di non provare altro dolore psichico”

Ognuno di noi, fin da piccolo, stabilisce un rapporto significativo con una figura d’attaccamento, solitamente la madre, sulla base del quale si strutturano la personalità e le relazioni affettive future. È proprio attraverso il modello di attaccamento che il bambino costruisce una propria identità; impara ad interpretare le informazioni provenienti dal mondo esterno e sviluppa una specie di “copione” circa le sue modalità relazionali.

Ma cos’ è un trauma e come nasce?

Partiamo ovviamente dal suo significato. L’ etimologia della parola ci riporta al verbo greco τραῦμα, ovvero “lesionare”, “danneggiare”, “rovinare” ed equivale ad uno colpo così violento da lasciare segni indelebili sull’ individuo che lo accompagneranno per tutta la vita compromettendo appieno il suo modo di reagire agli eventi e a relazionarsi con gli altri. Le esperienze traumatiche vanno dall’abuso sessuale alla negligenza emotiva, dall’esposizione alla violenza domestica alla perdita di una figura di accudimento

Come un trauma infantile influenza la formazione dell’identità

In genere, chi ha un’identità traumatica non è consapevole di avere un problema la cui origine risale alla propria infanzia. Magari, crede di essersi lasciato il passato alle spalle: atteggiameto assolutamente sbagliato, dato che ogni conflitto irrisolto vive ancora nell’inconscio.

“Il trauma è personale. Anche se viene negato, esso non scompare. Quando è ignorato o negato, le grida silenziose continuano interiormente e vengono sentite solo da chi ne è prigioniero. Quando qualcuno entra in quel dolore e sente le urla, la guarigione può iniziare.” (Danielle Bernock).

La formazione dell’identità è un processo complesso che dura tutta la vita. La costruzione dell’identità, inclusa la sensazione di essere abbastanza buoni, la capacità di integrare armoniosamente emozioni e ragione, la consapevolezza di base dello stato emotivo, sentirsi al sicuro e sapere chi siamo veramente, è influenzata dai traumi infantili. Quello che succede è che la sopravvivenza di base ha la precedenza sullo sviluppo equilibrato dell’io.

Un trauma in tenera età può cambiare lo sviluppo del cervello. Infatti, è risaputo che un ambiente in cui prevalgono la paura e l’abbandono genera adattamenti diversi dei circuiti cerebrali, rispetto a un ambiente in cui il bambino si sente sicuro, protetto e amato. E la cosa peggiore è che quanto prima si sperimenta quell’angoscia, tanto più di solito l’effetto è profondo e duraturo.

Pertanto, spesso l’identità di un adulto che ha subito traumi infantili è organizzata intorno alla necessità di sopravvivere e raggiungere un livello base di sicurezza nelle relazioni con gli altri. Questo lo conduce a un circolo vizioso in cui, da una parte, rivive esperienze scoraggianti e traumatiche, e dall’altra tende ad evitare le esperienze orientate alla crescita.

Le persone in questa situazione si identificano molto con un “io traumatico”, a scapito di un senso di sé più inclusivo e flessibile. Si dissociano dal loro ambiente e da se stessi fin dall’inizio, come meccanismo di sopravvivenza, e possono restare scollegati da se stessi durante l’infanzia, l’adolescenza o addirittura fino all’inizio dell’età adulta, quando escono dall’ambiente tossico. In pratica, continuano a sperimentare la necessità di sopravvivere.

Le frasi che nascondono una “identità traumatica”

Come ho già espresso, un evento traumatico vissuto nell’infanzia lascia una scia profonda nelle psiche del bambino e produce gli effetti maggiori in età adulta.

A volte ci capita di essere tormentati da un pensiero o da un ricordo da non farci dormire la notte anche se poi non viene associato ad un episodio reale. A farci “perdere il sonno”, però, non è l’episodio in sé, ma tutte le sensazioni ed emozioni che hanno suscitato in noi e che abbiamo vissuto in quel momento.

Un adulto che è stato nell’ infanzia traumatizzato mette in atto degli stati d’ animo che possono essere di agitazione, di paura o di panico così forti che in realtà non ha provato veramente durante quel momento. Questo perché il ricordo non può mai essere lucido e reale così come quando abbiamo vissuto una determinata situazione, soprattutto a distanza di anni.

Molto spesso siamo convinti di poter sostenere di ricordare benissimo eventi della nostra infanzia e non ricordare cosa si è fatto il giorno prima. Non è esattamente così perché la nostra mente immagazzina tanti episodi che le rievocazioni possono essere trasformate o assemblate in un unico ricordo. Ecco alcune frasi esemplificative che nascondono un trauma infantile

1. La perdita dell’infanzia – “Non ho avuto un’infanzia”

Quando le persone vivono un’infanzia particolarmente angosciante, di solito non riescono a ricordare gran parte dei loro primi anni. Queste persone dicono spesso: “non ho avuto un’infanzia” o “non ricordo molto di quando ero bambino”.

Possono ricordare momenti particolarmente vividi, noti come “memorie flash”, ma quei momenti non hanno contesto, quindi non hanno molto senso per la persona. È normale che non abbiano una storia molto chiara di se stessi da bambini, fino a quando non raggiungono l’adolescenza o anche la prima età adulta.

In senso autobiografico, mancano di quella che viene detta “narrazione coerente”, non possono raccontare la loro vita seguendo un filo logico. In effetti, molte persone affermano addirittura di sentirsi derubati della loro infanzia. E senza quella base, l’identità dell’adulto è seriamente compromessa.

2. Parti perdute di se stessi – “Mi sento come se mi mancasse qualcosa”

A causa dei traumi infantili, i bambini spesso reagiscono scollegando parti importanti di se stessi per sopravvivere, è una sorta di meccanismo di dissociazione. Queste persone spesso dicono: “ho sempre sentito che mi manca qualcosa, ma non so cosa sia”.

Il problema è che tendono a disconnettersi dalle aree sensibili, rafforzando altre sfere, come misura di compensazione per sfuggire alla sofferenza emotiva. In questo modo, un bambino con problemi a casa può provare a diventare uno studente modello.

Più avanti nella vita, può scoprire di avere grandi capacità in certi campi mentre altre rimangono completamente nascoste, solitamente quelle legate alle emozioni, alla conoscenza di sé e alle relazioni interpersonali.

3. Evitare se stessi – “Sento di non valere”

Molte persone che hanno sofferto traumi infantili dicono: “non mi piace pensare a me stesso, mi fa solo sentire male”. Questa sensazione è particolarmente intensa quando il trauma è legato a persone importanti e significative della loro vita, come genitori o fratelli.

Il problema è che l’esercizio d’introspezione, l’atto di approfondimento, diventa un ricordo di quelle esperienze dolorose, il che implica che è necessario ricostruire la propria identità, e spesso è molto più facile fuggire da se stessi che affrontare problemi che affondano le radici in un passato così lontano.

Queste persone possono imparare a vivere scollegate dal loro “io”, ma questo spesso li conduce a comportamenti autodistruttivi o ad una profonda insoddisfazione, perché non sanno veramente cosa vogliono e non riescono a costruire un solido progetto di vita.

4. Relazioni distruttive – “Attiro persone sbagliate”

Non è raro che le persone traumatizzate dai loro genitori o da chi si prende cura di loro finiscano per stabilire amicizie, relazioni romantiche o persino rapporti di lavoro che non sono buoni per loro. Dicono spesso frasi come “attiro persone che non mi piacciono” o “sembro avere una calamita per le persone che mi fanno del male”.

Il problema è che queste persone incontrano individui che si adattano alla loro identità traumatica, anche se si sforzano di prendere decisioni diverse o che gli altri li avvertano che quelle relazioni non sono buone. Questo genera un circolo vizioso di ri-traumatizzazione attraverso la ripetizione del passato.

Di conseguenza, potrebbero finire circondati da persone emotivamente non disponibili, violente o narcisiste, o finire per cercare di salvare e “sistemare” le persone con cui hanno una relazione, assumendo il ruolo di “salvatore”. È ovvio che queste persone vogliono trovare qualcuno in grado di fornire loro la stabilità emotiva di cui hanno bisogno, ma inconsciamente sentono una forte attrazione nei confronti del maltrattatore psicologico.

I continui traumi e delusioni li portano a pensare che “è meglio stare da soli”. La loro esperienza di relazioni distruttive li ha portati ad assumere un’immagine pessimistica degli altri, pensando che li feriranno sempre.

5. Disconnessione emotiva dell’identità – “Non provo emozioni”

Quando i sentimenti non trovano posto nella famiglia d’origine, le emozioni si separano dall’identità. Se una persona è cresciuta con frasi come “piangere è da deboli” o è stata punita o rimproverata ogni volta che ha espresso le sue emozioni, non può sviluppare un legame sano con questa parte del suo “io”.

Le emozioni continueranno ad essere presenti, anche se molte persone si afferrano alla convinzione che loro “non sono emotivi” o che “le emozioni sono solo una seccatura”. Per questo motivo, le emozioni finiranno per generare confusione e caos, dal momento che quella persona non sarà in grado di riconoscerle e gestirle assertivamente, perchá ha imparato solo a nasconderle e reprimerle.

Il problema è che abbiamo bisogno delle emozioni anche per prendere buone decisioni nella vita. La deregolazione emotiva ci disconnette dal nostro intuito, può portarci a prendere decisioni impulsive e danneggiare i rapporti con gli altri.

Altri possono descrivere una sensazione di anestesia emotiva perché possono solo sperimentare una gamma limitata di emozioni. Infatti, spesso riferiscono solo di emozioni vaghe, come la frustrazione e la noia, perché non hanno imparato a riconoscere i loro stati emotivi. È anche comune che blocchino sensazioni come l’insoddisfazione, fino a quando non cresce enormemente, per esplodere in seguito in una rabbia contenuta che causa un danno enorme.

Cosa puoi fare?

Senza dubbio, le conseguenze dei traumi infantili nell’età adulta sono scoraggianti. Tuttavia, la persona può ricostruire la propria identità e rigenerare quel “io” traumatizzato. Ciò implica tornare al passato per accettare le esperienze dolorose, in modo che possano venire integrate nella storia della vita ed essere così in grado di girare pagina veramente.

Ci sono due chiavi fondamentali:

1. Comprendere che ora siamo al sicuro e non siamo più quel bambino spaventato
2. Assumere che, sebbene adulti, è probabile che continueremo a elaborare emotivamente le esperienze traumatiche come dei bambini.

Riconoscere e assumere queste realtà è spesso estremamente liberatorio.

Ricorda che è sempre possibile riconnettersi con se stessi, anche se è necessario rimuovere diversi strati, per ricostruire un’identità molto più sana. Senza dubbio è un processo difficile, e potrebbe essere necessario ricorrere all’aiuto di uno psicologo, ma investire su te stesso è il meglio che puoi fare. Non è necessario continuare a portare il peso del passato, che limita il tuo presente e oscura il tuo futuro.

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Admin del sito

5 Commenti a “Chi usa queste frasi cela un vissuto traumatico”

  1. Silvia

    Giu 14. 2018

    Quoto in pieno. Fortunato chi non ha conosciuto questi livelli di sofferenza e non riesce a “capire”. Quello che mi fa ancora più male è che si viene additati come dei deboli, non sapendo che si fa una fatica immane a svegliarsi ogni santo giorno cercando un motivo per andare avanti.

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  2. PASQUALE ROLFI

    Giu 07. 2018

    anche io vivo un inferno ed è così difficile uscire da un circolo vizioso specialmente dopo tantissimi anni, per cui ti capisco, ogni giorno combatto contro me stesso per non distruggermi. Diamoci forza !

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  3. anna

    Feb 01. 2018

    Esattamente così.
    Abusata e maltrattata da piccola ora non riesco a riprendermi e combatto ogni giorno per non uccidermi.
    Psicologi, psichiatri ho provato di tutto ma nulla è valso.
    Il dolore è troppo forte.
    Distinti saluti.

    p.s. non capita da nessuno

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    • Alicia

      Feb 24. 2018

      Forse non vuoi guarire, perché anch’io quando non volevo sapere e non volevo partecipare mi sentivo ormai sconfitta. Se trovi il terapeuta giusto e decidi fermamente di collaborare per fare qualcosa di doveroso verso te stessa, ci riuscirai. certo non ti dico che è semplice. Occorre tempo, pazienza, tenacia. Ma se solo tu sperimentassi cosa vuol dire volersi più bene, un po di più, ci prenderesti così gusto che ti impegneresti per salvarti e per donarti la dignità che possiedi al di la di tutti quelli che ti hanno fatto soffrire. In bocca al lupo 🙂

    • L.

      Mar 31. 2018

      @anna: ti capisco, per me è lo stesso.
      Prova a resistere.

      @alicia: potevi evitare di scrivere “forse non vuoi guarire”, forse non hai sofferto abbastanza per capire la sofferenza di anna

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