12 frasi tossiche che un genitore non dovrebbe mai dire al figlio

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“Un adulto che sia diventato genitore è chiamato a riconoscere l’importanza delle parole e a gestirle nel modo migliore per assicurare una sana crescita al figlio o ai figli e per garantire anche a se stesso un ambiente familiare equilibrato e felice.”

Sin da piccoli siamo influenzati dalle parole; su di noi incidono le parole che pronunciamo, quelle che ci vengono dette e quelle che vorremmo dire o sentire. Le parole influiscono sulle emozioni e sugli stati d’animo: possono ferire, innervosire, alterare oppure possono fortificare, calmare, sostenere e rassicurare chi le pronuncia e chi le ascolta.

Quello che diciamo da adulti, il modo in cui ci esprimiamo e ci rapportiamo all’altro ci caratterizza e identifica

Per comprendere l’importanza estrema delle parole, ci basti pensare a quelle frasi (pronunciate o ascoltate) che, seppur non accompagnate da gesti eclatanti, sono state capaci di segnare in maniera determinante il percorso della nostra vita.

“Ti Amo”, quello detto la prima volta dal compagno;
“ti lascio”, quella ferita che significava solitudine, che ha il sapore della resa e segna la fine;
“sono orgoglioso\a di te” e all’opposto “mi hai deluso” …

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Per riuscire nella delicata arte del comunicare efficacemente occorre prestare attenzione a ciò che un bambino può recepire, a prescindere dall’argomento di conversazione. Il figlio a cui dico di riordinare la stanza, la figlia che rimprovero per il ritardo di rientro saranno più disponibili ad ascoltare e più stimolati a riflettere e cambiare se non sentiranno toni di giudizio sulla loro persona nelle nostre parole, bensì accentuazione del solo comportamento richiesto o sbagliato.

Pronunciare parole “tossiche” equivale ad avvelenare chi le riceve

Il destinatario di frasi ed affermazioni dolorose, facilmente e per naturale reazione, adotterà un linguaggio e quindi un atteggiamento oppositivo, difensivo, rigido, provocatorio che andrà a discapito del confronto e della crescita. Adoperare un linguaggio positivo o “rigenerante” equivale a stimolare l’interlocutore a vantaggio di una pacifica riflessione e intesa. I bambini hanno fiducia nei propri genitori, sono i loro punti di riferimento, per cui prendono alla lettera ciò che essi dicono, non riescono a considerare che mamma e papà potrebbero aver sbagliato.

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12 frasi tossiche da non dire mai a un bambino

La regola del linguaggio vale sempre. Vale tanto per i bambini quanto per gli adulti! Qui di seguito propongo, come spunto di riflessione, 10 frasi che un genitore non dovrebbe mai dire al proprio figlio.

1) Se fai così, non ti voglio più bene

È una frase che ha un impatto devastante sul bambino, anche se l’adulto in realtà non lo pensa davvero. È un’espressione assolutamente da evitare, si tratta di un ricatto emotivo, dove il bambino diventa insicuro dell’affetto che mamma e papà provano per lui. Il bambino, infatti, si sentirà sottoposto allo stress di poter perdere l’amore dei suoi genitori, arrivando ad addossarsi colpe inesistenti.

Il bambino che si sente dire: “Non ti voglio più bene” percepisce un’interruzione affettiva violenta che lo priva del suo più saldo punto di riferimento, così, queste poche parole di rabbia, possono ingenerare nel figlio un profondo senso di vuoto. Per di più rappresentano un esempio sbagliato: il bambino deve avvertire il bene, l’amore familiare e l’affetto come qualche cosa di radicato e stabile che non si deve spezzare con facilità né mai si deve rompere in modo definitivo o radicale. I bimbi hanno sempre bisogno di continuità affettiva.

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2) Faccio io, tu non sei capace

Maria Montessori diceva che non bisognerebbe mai, in nessun modo, inibire un bambino che sta cercando di fare. Senza essere montessoriane radicali, è evidente che dire a un bambino che non è capace di fare qualcosa è un modo sbagliato di apostrofarlo come inetto. Il consiglio è quello di lasciarlo fare, intervenendo solo qualora sia il bambino stesso a chiedere il nostro aiuto.

3) Sei cattivo, gli altri bimbi sono più buoni di te

Dire a tuo figlio “sei cattivo” non ti rende orgoglioso/a come genitore o non mette il bambino in buona luce. E’ sempre preferibile spiegare al piccolo che un determinato comportamento non è corretto, non è educato. A parte che gli aggettivi ‘cattivo’, ‘brutto’, ‘capriccioso’… andrebbero comunque limitati (cosa significa dire ‘cattivo’ a un bambino?), è assodato che un bimbo che per tutta la sua vita viene definito ‘cattivo’ finirà per crederci, assecondando l’idea che gli altri gli hanno imposto di lui.

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Piuttosto, di fronte a un bambino che fa i capricci, è il caso di fermarsi e non appena si calma, guardandolo negli occhi e con aria calma, chiedergli le ragioni del suo comportamento e spiegare il perché dei tuoi no o della tua rabbia.

4) Tuo fratello (tua sorella) si comporta bene, perché tu no?

Ogni bambino ha una sua personalità, un suo percorso, una sua storia. A nessuno piace essere paragonato ad altri, soprattutto quando il paragone implica una critica. Mai, quindi, cedere a questo istinto. Il bambino va valutato nella sua singolarità, come essere autonomo e distinto.

Ciascun bimbo cresce e matura con un proprio ritmo ed un proprio temperamento. Paragonarlo a qualcun altro  lascii intendere che lo vorresti diverso. E, in ogni caso, il paragone non lo porta a modificare il suo comportamento. Fargli pressione su qualcosa che ancora non è pronto a fare (o che non gli piace fare) può solo confonderlo e renderlo insicuro. Come conseguenza, proverà probabilmente risentimento nei tuoi confronti e sarà deciso più che mai a non fare quello che tu desideri lui faccia. E’ il suo modo di protestare.

Al contrario, incoraggia le sue piccole vittorie, i suoi progressi: “Wow, hai infilato il cappotto da solo!” oppure “grazie per avermi avvisato in tempo che dovevi fare la pipì”. Servirà a rinforzare i suoi comportamenti corretti e lo motiverà a fare sempre meglio.

5)  Lo faccio io, tu non sai farlo

Con una frase del genere generiamo nel bambino la perdita di iniziativa. Si sentiranno incapaci e goffi, e non avranno più fiducia nelle loro azioni e nel futuro.

Proprio per evitare di innescare meccanismi disfunzionali, lascia che il bambino prenda determinate iniziative.  Anche se l’agire del piccolo si rivela inefficace, tu lascialo fare; in questo modo lo stai aiutando a svilupperare autostima e spirito di iniziativa.

6) Vai via!

Capita che un genitore senta su di se lo stress della pressione quotidiana e questo  magari lo spinge a porsi nei confronti del figlio con freddezza e distacco.

Se ai figli si dicono troppo spesso frasi come “vai via” o “ora ho da fare”, “lasciami in pace”, “non disturbarmi”, si rischia di far interiorizzare al bambino il messaggio che tu non avete mai tempo per lui. E se si istaura questo circolo vizioso da piccoli, quasi sicuramente faranno fatica ad aprirsi con il genitore una volta cresciuti.

Una buona regola per noi genitori sarebbe quella di abituare sin dall’infanzia i nostri bimbi al fatto che mamma e papà hanno il diritto di ritagliarsi una pausa per se stessi, ogni tanto. Impariamo ad organizzarci con nonni, baby sitter, amici o vicini di casa. Basta anche mezz’ora per rilassarsi e ricaricare le batterie.

7) Piangi per niente!

Non bisogna mai sminuire o ridicolizzare i dispiaceri dei bambini, anche se possono sembrare di poco conto. Stai certo che con un’affermazione del genere non solo non si sentiranno compresi, ma probabilmente, un domani non ti racconteranno nemmeno i problemi più seri. La cosa migliore e mettersi al loro livello e consolarli in modo adeguato.

8) Non ci riuscirai mai!

Il bambino può non saper fare qualcosa, l’adulto ha il compito di indirizzare il bambino affinché riesca nei suoi obiettivi, nel caso in cui non ci riesca. In tal caso si cerca una via alternativa oppure semplicemente si cambia la cosa da fare, senza fare pesare al bambino la sconfitta.

9) Sei grasso/a!

Il bambino ha una fisicità non definita e in via di crescita, criticare l’aspetto fisico di un bambino non fa altro che abbassare la sua autostima. Il bambino può instaurare con il cibo un rapporto anomalo, sino a portarlo a disturbi alimentari che nell’adolescenza possono tramutarsi in obesità o anoressia.

10) Sei come tuo padre/madre

Ha avuto un comportamento scorretto e tu subito lo associ a suo padre o sua madre. Innanzitutto, un bambino non è suo padre o tanto meno sua madre: una frase del genere lo mortifica perché ne annulla l’identità e lo carica della responsabilità di essere qualcun altro. Inoltre, esprime un implicito giudizio negativo sul partner il quale può essersi comportato in modo deludente nel ruolo di compagno/a ma, come papà/mamma, non va messo in discussione: i figli soffrono se un genitore denigra l’altro.

Per un bambino, quella del genitore è una figura estremamente importante, è il modello in cui si identifica, non è giusto sminuirlo: così si rischia di togliergli un punto di riferimento e di confonderlo. E’ fondamentale pertanto non far ricadere la propria insoddisfazione coniugale sui figli.

11) “Non ne posso più di te”

Frutto spesso dell’esasperazione, questa frase “Non ne posso più di te”, che potrebbe essere paragonata anche a “Mi hai stufato” o “Lasciami in pace”, non andrebbe mai detta i figli. Non andrebbe mai detta perché, nonostante la stanchezza e la mancanza di energie, un genitore è e rimane sempre una figura di riferimento fondamentale per i bambini.

Con queste parole si rischia di mortificare il bambino, che non ne capisce circostanze, attenuanti e veri significati. Si rischia di instillare in lui una sorta di senso di colpa e di insicurezza.

12) Non ho tempo, lasciami stare

Se si ha bisogno di tempo per sé, meglio organizzarsi e ritagliarsi uno spazio piuttosto che ripetere in continuazione questa frase: dà al figlio la percezione di essere respinto e che il genitore non ha mai tempo per lui. Sarebbe preferibile preparare eventualmente il bambino in anticipo sul fatto che il genitore avrà un impegno ma che poi passerà del tempo con lui, dando indicazioni precise sul “quando”.

Per concludere…

Le affermazioni appena citate nel paragrafo precedente non vanno mai “puntate” contro un bambino, sono pistole che mirano al cuore e possono ingenerare nei piccoli sconforto, rabbia e frustrazione.

I bambini sono tutti uguali! Non esiste il bambino buono o quello cattivo, esiste, a monte la buona o la cattiva educazione che dipende sempre dal genitore. Il bambino non va messo in contrapposizione negativa con il mondo. A lui va data l’opportunità di trarre dal mondo l’esempio positivo.

Nessun bambino dovrebbe mai sentirsi rifiutato

Tuo figlio, per crescere sereno deve avere stima di sé e se tu gli dimostri che Lui è unico, speciale e insostituibile lo sproni a migliorare e a crescere sulla strada degli ideali più saldi e puri. Il bambino che si sente rifiutato, allontanato e che avverte una negazione dell’affetto, sarà facilmente un bimbo spaventato, insicuro e timoroso.

Ricorda, caro genitore…

Il bambino sono SPUGNE, imparano per IMITAZIONE. Praticamente ogni adulto significativo per il bambino (che passa ciò molto tempo con lui e che lo ama) ha una influenza sul bambino che impara attraverso l’ESEMPIO. Quindi i bambini imparano dai genitori, dai nonni, dai parenti, dagli amici, dagli insegnanti… i bambini imparano da chi sta con loro e da chi si occupa di loro.

Tu, che sei un adulto, sai bene che il collegio, l’uomo nero, la maestra cattiva non esistono e sai bene che non ti separeresti mai da tuo figlio né lo cambieresti mai con nessun altro bimbo al mondo …ma Lui, il bambino, non ha tutte le tue consapevolezze e intimamente soffre ogni qual volta teme che il tuo affetto verso di lui vacilli.

La soluzione è IMPARARE A COMUNICARE BENE CON TUO FIGLIO per garantirgli amore, accoglienza, sostegno, presenza, possibilità, anche se hai poco tempo, lavori tutto il giorno e non sai come fare.

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