Lettera di un figlio mai amato

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Ai figli non amati non è stato assegnato un posto nel mondo come diritto di nascita, i figli non amati un posto nel mondo devono guadagnarselo ogni giorno. – Anna De Simone

«Mi hanno insegnato l’incuria, il disamore, l’anestesia emotiva, la critica, la rabbia, il senso di colpa e l’ingiustizia. Mi hanno lasciato in eredità dei fardelli emotivi indicibili. Ho passato molti anni della mia vita a sentirmi sbagliato, inadeguato, inadatto all’amore, alle amicizie, a tutto… inadatto alla vita. Solo dopo ho compreso che questo mio sentire non parlava di me, non rifletteva un mio “essere” ma era il frutto di come mi avevano fatto sentire per anni. Era il frutto di un trauma irrisolto, le conseguenze della ferita che mi era stata inflitta, la ferita del rifiuto.

Ho trascorso un’intera vita nell’affanno. Ho sanguinato e poi ho pianto, ho sorriso a tutti e pianto ancora di nascosto. A cosa sarebbe servito chiedere aiuto? Nessuno avrebbe potuto comprendere ciò che mi portavo dentro. A stento io riuscivo a capirlo, più che capirlo, però, lo sentivo, eccome se lo sentivo.

Sentivo il senso di colpa per ogni errore, per ogni volta che non capivo quale fosse la cosa giusta da fare, per ogni volta che non ero abbastanza. Sentivo una distanza abissale tra me e gli altri, io ero così diverso. Quasi non sentivo di appartenere a questo mondo e di certo non appartenevo alla mia famiglia, alla mia classe delle scuole elementari o più avanti, all’aula universitaria. Non ho mai scoperto cosa significasse davvero appartenere a qualcosa, avere una famiglia; la famiglia dovrebbe supportare ed io di supporto non ne avevo mai avuto.

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Certo, c’erano stati sorrisi e qualche carezza, ma anche io sorridevo mentre dentro avevo il vuoto. L’affetto della mia famiglia era inconsistente mentre la solitudine che provavo era totalizzante. E da qui che ho iniziato a riflettere davvero. Forse non ero io sbagliato, forse dovevo guardarmi meglio alle spalle e iniziare davvero a conoscermi. In fondo io ero ciò che mi sentivo e fino a quel momento mi avevano fatto sentire superfluo, il nulla, anzi, quasi di peso.

Così mi ero convito che dovevo per forza fare grandi cose per meritare un posto nel mondo, come se “un posto” non mi spettasse di diritto alla nascita, dovevo guadagnarmelo: e da qui è nato il mio perfezionismo patologico, l’ansia da prestazione, l’ansia per ciò che non è puro, pulito, in ordine, perfetto. Soffrivo perché nulla di ciò che facevo si avvicinava lontanamente alla perfezione… almeno non ai miei occhi. Faceva tutto schifo, non era mai abbastanza. Poi, per fortuna l’ho capito: tutti, tutti compreso me, hanno diritto a una fetta di felicità. Tutti, me compreso, hanno diritto all’amore incondizionato.

Purtroppo mi hanno insegnato il disamore, l’amore con la condizionale. Agli occhi dei miei genitori ero accettabile solo se riuscivo a soddisfare le loro aspettative, i loro bisogni. Non c’era cura, non c’era amore nel nostro legame ma c’erano solo pretese, controllo e ricatti emotivi.

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I miei genitori confondevano il controllo, il possesso con l’amore ed è ciò che hanno insegnato anche a me. Solo dopo ho capito che amare non vuol dire possedere ne’ tantomeno controllare. Solo dopo ho capito che non ero responsabile di niente di ciò che mi stava succedendo.

Il pretendere troppo da me stesso non mi dava tregua e mi ha invalidato i primi anni della mia età adulta. La rabbia non mi ha fatto conoscere la spensieratezza dell’adolescenza e la colpa ha afflitto ogni giorno della mia infanzia. E’ con l’età adulta che ho iniziato a pormi le domande giuste. E’ con l’età adulta che mi sono riappropriato della mia “funzione riflessiva”, così da comprendere pienamente ciò che avevo dentro e ciò che mi era stato negato: semplicemente nessuno si era mai preso davvero cura di me e io non avevo imparato a farlo. E’ con l’età adulta che ho iniziato finalmente ad accudirmi e vivere.

Un figlio mai amato inizia la vita con un grosso svantaggio: è costretto ad affrontare più sfide e se non riesce a superarne anche solo una, resta in trappola. Così mi sono impegnato al massimo e questa volta non l’ho fatto per raggiugnere un risultato impossibile ma per “sistemare” le cose nella mia vita. Non mentirò dicendo che il “non amore” mi ha reso una persona speciale anche perché ciò che ho sempre desiderato è stato essere normale. Finalmente alla fine ci sono riuscito. Sono normale, come tutti. Questa paradossalmente è stata la mia conquista più ardua.

Ci sono riuscito quando ho capito che non potevo essere diverso da ciò che ero diventato. Ci sono riuscito quando ho potuto accettarmi. Ho iniziato a prendere consapevolezza delle origini del mio senso di vuoto, della mia solitudine, di quell’inquietudine che mi accompagnava. Erano tutti fardelli emotivi che mi trascinavo dall’infanzia ma che a un certo punto non mi appartenevano più. Ero finalmente libero.

Non puoi recuperare ciò che non hai mai avuto, è impossibile riappropriarsi dell’amore che ti hanno negato in un tempo passato. Non puoi tornare indietro e non esiste un riscatto. Esiste solo tanta sofferenza da accettare e poi da lasciare andare. Solo quando l’avrai guardata bene in faccia e l’avrai compresa, è solo quando l’avrai accettata che sarai in grado di lasciarla andare e iniziare finalmente a vivere e riempire la tua vita di tutto l’amore del mondo. Perché tu lo meriti, come me.»

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Le rappresentazioni dell’attaccamento

Ho scritto questa lettera per introdurre il concetto di rappresentazioni dell’attaccamento. Chi segue Psicoadvisor e legge i miei articoli, conosce a memoria tutte le teorie di J. Bowlby. In particolare, la teoria più discussa è quella del sistema di attaccamento. Il sistema di attaccamento si instaura entro il secondo anno di vita e dipende dal modo in cui il caregiver (generalmente la madre) si interfaccia al bambino. Dipende dal grado di attenzione materna. Quanto più una madre sarà “responsiva“, tanto più stabile e sicuro risulterà il sistema di attaccamento. Un caregiver attento riuscirà a instaurare una relazione significativa che restituirà delle rappresentazioni dell’attaccamento sane e funzionali. Il bambino rappresenterà se stesso come “degno d’amore” e imparerà a vedere l’altro come “degno di fiducia”. Riuscirà a sviluppare una sana autostima, un’ottima funzione riflessiva e imparerà da subito ad autoregolarsi. Sul piano pratico, chi avrà instaurato un legame di attaccamento sicuro, saprà:

  • prendersi cura di sé,
  • muoversi in linea ai propri bisogni,
  • perseguire i propri obiettivi,
  • comprendere i propri stati emotivi,
  • instaurare relazioni sane,
  • affrontare le difficoltà con resilienza,
  • tollerare meglio lo stress.

Al contrario, un caregiver rifiutante, invischiante, intrusivo, disorientante… non sarà in grado di costruire un sistema di attaccamento sicuro. Il bambino potrà rappresentare se stesso come indegno d’amore e rappresentare gli altri come non degni di fiducia o addirittura malevoli (in caso di caregiver abusante). Ecco perché molte persone crescono con la convinzione che nessuno potrà mai aiutarli o comprenderli, perché di fatto non hanno mai conosciuto comprensione e supporto, caratteristiche che sono mancate nella relazione primaria di attaccamento.

I bambini non amati possono estrinsecare la loro mancanza d’amore in molti modi: la ricerca della perfezione è probabilmente quello più comune ma non è l’unico. Per esempio, un bambino con un caregiver rifiutante potrebbe manifestare comportamenti esternalizzanti (scatti d’ira, atteggiamenti prevaricanti, aggressività…) per innescare la stessa reazione di rifiuto anche nei suoi amici e negli insegnanti. Dietro a un bambino eccessivamente chiuso e spaventato, può celarsi la paura dell’abbandono perché quel bambino ha vissuto nel sistema di attaccamento un forte abbandono (madre assente fisicamente o emotivamente, oppure una madre che minaccia di lasciare il tetto coniugale…).

Le rappresentazioni dell’attaccamento si costruiscono in tenera eta ed è sulla base di tali rappresentazioni che iniziamo a conoscere noi stessi. E’ facile capire che conosciamo noi stessi non per ciò che siamo ma per come ci fa sentire il nostro caregiver. Molte persone diventano adulte senza conoscersi minimamente e conservando le rappresentazioni mentali trasmesse dal proprio caregiver. Fin quanto tali rappresentazioni infondono fiducia (in sé e nel prossimo) si configura un percorso di vita ottimale. In caso contrario, la persona si ritroverà a vagare e a soddisfare bisogni che non sa neanche se sono realmente i suoi.

Il percorso di un figlio non amato è sicuramente impervio ma la vita ci concede mille opportunità di svolta. Ognuno di noi può imparare ad accogliere se stesso e a costruire la vita che desidera. Mediante un percorso di consapevolezza, a qualsiasi età è possibile “correggere” le rappresentazioni mentali dell’attaccamento. Tutti meritano una fetta di felicità, non negartela a priori.

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Illustrazione da “Bruno: The Boy Who Learned to Fly” – Ofra Amit

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