Ansia e ricerca di risposte: la strada verso la chiarezza

 

ansia attanagliante

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia. S. Freud

Avete presente la sensazione immediata ad un forte spavento? Accade che una grossa boccata d’aria entra nella nostra pancia e la teniamo dentro, la pancia si blocca, il diaframma resta contratto. A cascata si irrigidisce tutta la muscolatura del corpo, dalla testa alla punta dei piedi.

Nell’attacco di panico accade proprio questo; il diaframma diventa rigido e non riusciamo a prendere aria fino in fondo, producendo la sgradevolissima fame d’aria. Sarà stress? Ansia? Attacchi di panico? Ma quanta confusione! La televisione, i giornali e ancor di più il mondo internet, produce una massa di informazioni contrastanti, confuse ed allarmanti.

Siamo nella paura più totale, apriamo il computer e cerchiamo qualcosa, o qualcuno che, ci possa spiegare cosa stia accadendo. Immediatamente ci ritroviamo al centro di piazza San Pietro in pieno Giubileo! Migliaia di persone, ognuna dice la sua. Immaginate?

E allora, cosa si può fare in un momento di paura?

Intanto, aprirsi al mondo è assolutamente necessario, il tenersi tutto dentro non aiuta l’elaborazione dei pensieri, la chiusura genera chiusura e con il tempo diventa una vera e propria gabbia di disagio e vergogna.

IL PRIMO PASSO: STOP

La prima cosa da fare è sapere cosa ci sta accadendo, ma facciamo bene attenzione alle fonti. Evitiamo forum, chat, articoletti scritti da chissà chi, evitiamo anche il DSMV o manuali psichiatrici che essendo pieni di tecnicismi, generano altra confusione alla nostra comprensione o, nel peggiore dei casi, ci etichetta come malati e sulla nostra povera testa, penderà una spada di Damocle.

Non rendiamo l’ansia un nemico da combattere, non esiste nessun essere malefico che ci prende l’anima, inutili le interpretazioni metaforiche e ingarbugliate. Non appesantiamoci ancor di più, la via più semplice porta sempre alla soluzione!

Lasciamo perdere chi dice di “avercela fatta da solo”, non è vero, sono solo momenti di alti e bassi. Le difficoltà psicologiche sono vissute e risolte, cosi come sono vissute e risolte patologie organiche, per cui, rivolgersi ad uno specialista è assolutamente necessario.

SECONDO PASSO: RICERCA DEL NOSTRO COMPAGNO DI VIAGGIO

Il percorso terapeutico è un cammino affascinante, sfatiamo il mito della terapia come momento di catarsi, di pianto e dolore per l’apertura di vecchie ferite. Scegliere un buon compagno di viaggio, significa affidarsi a qualcuno che possa condurci per mano nello scioglimento dei nodi in maniera dolce e graduale.

Un amico per quanto possa conoscerci a fondo, per quanto possa dire per il nostro bene, non ha gli strumenti tecnici per modificare le nostre alterazioni. Peraltro, il vissuto di ognuno di noi da una chiave di lettura diversa alla stessa situazione. Abbiamo delle storie che inficiano la percezione degli eventi, la realtà non è mai vista in maniera del tutto oggettiva, ognuno di noi ha un proprio vissuto ed in base a questo leggiamo gli eventi. Un soggetto ansioso vedrà pericolo in tutto, mentre il depresso vi vedrà il negativo. Le alterazioni macchiano le lenti attraverso cui vediamo la realtà, l’oggettività è improbabile.

La psicoterapia è un lavoro bi-direzionale, bisogna prendere dal terapeuta ma bisogna anche agire su se stessi. Per dimagrire si eliminano certi alimenti, per guarire dalla febbre si assumono antibiotici.

Un buon terapeuta deve essere chiaro nelle spiegazioni, pratico nel dare prescrizioni quotidiane, diffidate dei Freud del nuovo millennio che vi riempiono la testa di rappresentazioni “incolpando” i vostri genitori di chissà quale errore. Inoltre, un buon terapeuta deve essere disponibile e pronto a tendere la mano in caso di sos, anche solo attraverso comunicazioni telefoniche.

TERZO PASSO: CONTINUITA’

Una volta scelto il nostro compagno di viaggio, alziamoci le maniche e teniamo ben a mente che il percorso per avere un buon risultato deve essere continuativo, la durata va da un anno e mezzo a due anni e mezzo, un percorso troppo breve o troppo lungo non serve a nulla.

Entrare in terapia è un’esperienza importante, che tutti noi dovremmo affrontare. Conoscere i propri funzionamenti, conoscerne le dinamiche, i meccanismi che scattano in automatico. Affidarsi completamente senza alcun giudizio, avere uno spazio personale dover poter esprimere pienamente noi stessi.

Quindi, vi auguro un buon viaggio!

Dott.sa Sabrina Rodogno, psicoterapeuta

 

Nessun commento.

Lascia un commento