Binge eating: disturbo da alimentazione incontrollata

| |

binge eating disturbo da alimentazione incontrollata
Disturbo da alimentazione incontrollata o binge eating disorder. Illustrazione di Sara Ariel Wong

Si parla troppo poco del binge eating disorder disturbo da alimentazione incontrollata. Il Ministero della Salute italiano ha speso milioni di euro in campagne contro l’anoressia e la bulimia, eppure i dati statistici riportano che il binge eating è più diffuso dell’anoressia e della bulimia (Hudson et al. 2007: Kessler et al. 2013).

Ciò che indigna è la completa assenza del binge eating disorder in molte delle pagine che il Ministero della Salute ha dedicato ai disturbi del comportamento alimentare. Quando presente, inoltre, la trattazione del disturbo è superficiale ponendone come soluzione una banale “rieducazione alimentare. Anche in occasione della Giornata Nazionale dei disturbi dell’Alimentazione (anno 2019!) il Ministero della Salute non ha inserito in locandina il binge eating disorder. Perché dare tanto peso a questa assenza? Perché in questo modo il Ministero non fa altro che aumentare lo stigma sociale associato al sovrappeso, all’obesità e alle abbuffate compulsive.

Chi osserva una persona affetta da anoressina prova, generalmente, compassione. Chi osserva una persona obesa o in sovrappeso, è generalmente incline al giudizio o è attraversato da pensieri che non hanno nulla a che vedere con la compassione. Il Ministero della Salute, omettendo il binge eating, legittima questo luogo comune: se una persona non riesce a dimagrire, semplicemente, “non ha volontà” – “non ha spina dorsale”. Lo stigma sociale, purtroppo, non fa altro che sostenere il disturbo. Per fare chiarezza, abbiamo deciso di trattare l’argomento a 360° cercando di non tralasciare alcun aspetto del disturbo da alimentazione incontrollata.

Indice

Disturbo da alimentazione incontrollata: criteri diagnostici

Il disturbo da alimentazione incontrollata binge eating disorder (BED) era già annoverato nei precedenti DSM. Nel DSM IV faceva parte delle diagnosi che richiedevano ulteriori studi mentre nel DSM V (pubblicato nel 2013) costituisce una categoria diagnostica formalmente riconosciuta. Il binge eating comprende episodi ricorrenti di abbuffate. I sintomi o criteri diagnostici, vedono le abbuffate ricorrenti associate con:

  • Mangiare molto più velocemente del solito
  • Alimentarsi fino a sentirsi scoppiare
  • Mangiare grandi quantità di cibo anche se non si ha fame
  • Provare forte disagio (ad esempio, sentirsi disgustato, colpevole o depresso) dopo l’abbuffata
  • Mangiare da soli a causa dell’imbarazzo che si prova per la grande quantità di cibo ingerito

Bulimia e BED hanno, in comune, le abbuffate seguite da sensi di colpa e di disgusto. Nella bulimia ci sono pratiche compensatorie (vomito auto indotto, esercizio fisico eccessivo). Nel binge eating, invece, mancano pratiche compensatorie e ciò spesso si traduce in aumento di peso.

Spesso, chi soffre di BED dà una smisurata importanza al peso corporeo, talvolta anche con la presenza di pensieri magici tipo “se fossi magro sarei felice” o “se fossi magro tutti potrebbero accettarmi/amarmi”.

Abbuffate notturne

Nota bene: non esiste una sindrome da abbuffate notturne. In caso di abbuffate notturne si tratta sempre del bidge eating. Le implicazioni psicologiche possono essere differenti in quanto, di notte, si è meno vigili e la cognizione dell’autocontrollo diminuisce.

Chi è più a rischio abbuffate? Fattori di vulnerabilità

Le abbuffate nel binge eating disorder sono associate a una sensazione di perdita di controllo rispetto al cibo ingerito. I fattori che rendono vulnerabili alla genesi del disturbo sono (Fairburn et al. Rubinstein et al):

  • Obesità infantile
  • Tentativi di perdere peso durante l’infanzia
  • Bassa consapevolezza di sé
  • Depressione
  • Maltrattamenti infantili
  • Abusi sessuali nell’infanzia
  • Commenti critici sul peso corporeo

Aggravanti:

  • Essere vittima di bullismo per l’aspetto fisico
  • Emarginazione infantile
  • Commenti critici sull’aspetto fisico (in generale) da parte di figure di riferimento

Se la bulimia e l’anoressia sono disturbi alimentari che hanno una prevalenza netta nel genere femminile, il binge eating sembrerebbe essere più ubiquitario. Vi è una maggiore prevalenza nelle donne ma il divario non è rilevante come quello riscontrato in bulimia o anoressia nervosa (Kessler et al. 2013).

Tutti i fattori di vulnerabilità hanno una cosa in comune: hanno fatto sentire la persona “inadeguata/non accettata” per un lungo lasso della sua infanzia. Con il disperato tentativo di raggiungere il peso forma, chi soffre di BE disorder vorrebbe farsi amare e accettare. Obiettivo difficile da raggiugnere dato che nessuno, durante l’infanzia, gli ha mostrato come accettarsi realmente. In generale, i fattori di vulnerabilità possono condurre anche all’analfabetizzazione emotiva (scarsa consapevolezza e difficoltà nell’elaborare i vissuti emotivi) che induce all’abbuffata come mezzo per regolare le emozioni.

Quanto pesa il giudizio sociale

Un dato davvero sconcertante è che anche tra i professionisti della salute come nutrizionisti, dietologi e diabetologi (personale medico che lavora a stretto contatto con gli obesi) vi sono convinzioni negative riguardo l’obesità e gli obesi sono considerati pigri, stupidi o incapaci (Schwartz et al. 2003).

Oltre a corrispondere a una forma fisica non in linea con ciò che propongono i Media, l’essere grassi assume connotazioni negative in ambito sociale: gli obesi vengono percepiti come pigri, meno intelligenti e come persone che non possono avere successo (DeJong e Kleck 1986). Chi si abbuffa, a sua volta, percepisce molto forte questa pressione sociale e, l’aumento della pressione rende ancora più difficile la rottura del ciclo.

Il ricorso alla magrezza come mezzo per farsi accettare dalla società è figlio delle influenze dei media e della cultura moderna. Eppure, ridurre lo stigma associato all’essere sovrappeso avrebbe forti effetti positivi su colore che soffrono di disturbi dell’alimentazione.

Il BED è il disturbo alimentare più stigmatizzato.

Binge eating disorder: come guarire

Purtroppo non è facile parlare di una cura o di una terapia efficace. L’uso dei farmaci antidepressivi è risultato parzialmente utile in pazienti affetti da bulimia nervosa ma non in quelli con disturbo da alimentazione incontrollata. Una cura con approccio farmacologico è accessibile solo per chi ha un IMB (indice di massa corporea) superiore a 30 e quindi si configura nella diagnosi di obesità, in questo caso è possibile seguire una cura con farmaci anti-obesità.

Una terapia psicologica mirata rappresenta la cura preferenziale. Una buona psicoterapia andrebbe a individuare pensieri ed emozioni che incidono sui comportamenti che contribuiscono a indurre un’immagine corporea distorta e un’intensa paura di ingrassare.

Chi soffre di disturbo da alimentazione incontrollata, proprio come un anoressico o un bulimico, non ha un buon rapporto con sé stesso ne’ un’elevata auto-consapevolezza (psichica e corporea). Per questo motivo, sposta sul piano fisico qualsiasi disagio psicologico. Come se non bastasse, quando il disturbo si cronicizza, sul piano fisico verrà spostato anche il più piccolo stress. Ciò significa che in caso di stress, ansia o di altri disagi, la persona ricorrerà alle abbuffate che diventeranno sempre più frequenti perché le stesse abbuffate compulsive innescheranno stati d’animo negativi difficili da elaborare.

L’abbuffata è usata come mezzo di regolazione emotiva.

Le abbuffate sono connesse a emozioni e stress esperiti nel corso della vita quotidiana (Smyth et al. 2007), questo avviene perché la persona non conosce altri mezzi per fronteggiare determinati vissuti. Le emozioni negative, dunque, precedono l’esordio di un’abbuffata. Per prevenire un’abbuffata bisognerebbe fare un lavoro di auto-consapevolezza e soprattutto di auto-accettazione. Il disturbo da alimentazione incontrollata è di difficile trattamento.

Quale cura è efficace? La terapia cognitivo comportamentale cerca di dare spazio all’automonitoraggio e lavora sull’auto-controllo, con l’introduzione di tecniche di problem solving relative all’alimentazione. Approcci terapeutici di tipo analitico tendono a fare un lavoro retrospettivo individuando i vissuti che hanno indotto il disturbo, coadiuvandone l’elaborazione e l’accettazione così da restituire al cibo la sola funzione nutrizionale.

Tra le terapie efficaci, così come spiegato nell’articolo dedicato alla dipendenza da cibo, vi è anche la terapia di auto aiuto. La terapia di auto-aiuto, tuttavia, non si configura come cura definitiva, in quanto aiuta nella perdita di peso ma non riduce le abbuffate a lungo termine.

Come uscire dal binge eating disorder?

Evitare schemi dietetici restrittivi! Le restrizioni alimentari giocano un ruolo centrale nel binge eating disorder. Uno studio ha riscontrato che il rapporto tra preoccupazione per il peso corporeo da un lato e abbuffate dall’altro era parzialmente mediato dalle restrizioni alimentari (Fairburn et al 2003). In altre parole, la preoccupazione per il peso corporeo induce restrizioni alimentari e, le restrizioni alimentari, inducono un incremento delle abbuffate compulsive.

Per uscire dal binge eating disorder consigliamo un’adeguata psicoterapia. In autonomia è possibile iniziare a lavorare sull’autostima, sull’auto-consapevolezza corporea e sull’accettazione del sé. Nota bene: per consigli su come uscirne segnalo l’articolo dedicato alla dipendenza da cibo.

Se ti è piaciuto questo articolo puoi seguirci su Facebook:
sulla Pagina Ufficiale di Psicoadvisor, sul mio account personale o nel nostro gruppo Dentro la PsichePuoi anche iscriverti alla nostra newsletterPuoi leggere altri miei articoli cliccando su *questa pagina*. © Copyright, www.psicoadvisor.com – Tutti i diritti riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.
Oltre le fonti già citate nell’articolo, segnalo: Psicologia Clinica di Ann M. Kring Sheri L. Johnson Gerald C. Davison J.M. Neale.

Previous

Disturbo post traumatico da stress: sintomi e valutazione

Sentirsi una cattiva mamma: il circolo vizioso della disfunzionalità genitoriale

Next

Lascia un commento