Bambini che dicono bugie: perché accade?

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bambini che dicono bugie
Illustrazione: Dola Sun

Le bugie dei bambini possono sorprendere i genitori. La psicologa clinica Federica Cevolani ci spiega cosa si cela dietro i bambini che dicono bugie.

Lo riteniamo automaticamente un evento negativo: possiamo credere di non meritare fiducia, pensare di essere stati presi in giro, possiamo sentirci traditi o pensare di aver in un qualche modo fallito come genitori, possiamo arrabbiarci.

Bambini che dicono bugie

Sono molteplici le modalità con le quali può capitare di reagire ad una bugia del proprio bambino e a volte sembra non toccarci nemmeno la sua età.

Che abbia due anni e mezzo, cinque oppure undici, il fatto di ritrovarci di fronte ad un’affermazione o ad un racconto non veritieri ci può portare emotivamente verso la strada della rabbia, oppure nei meandri dello scoraggiamento/abbattimento, dal quale forse è ancora più difficile riemergere.

La rabbia è probabilmente legata alla sensazione di sentirsi sottovalutati (“ma come, credeva davvero che ci avrei creduto?“, oppure, “ma non si immaginava che lo sarei venuto a sapere?“) e presi in giro (soprattutto negli episodi più palesi e diretti, come il classico “non è vero!” a seguito della scoperta genitoriale). Mentre lo scoraggiamento denota soprattutto un senso del dovere tradito, nell’amara consapevolezza, ma spesso errata convinzione, di non aver educato abbastanza bene il proprio figlio o di non averlo cresciuto equilibrato e felice.

Le bugie dei bambini sono normali

La rassicurante scoperta: le bugie in fase di sviluppo psicofisiologico sono normali.

Come per tanti altri atteggiamenti emotivi e comportamentali dei bambini, erroneamente utilizziamo il nostro metro di misura adulto per valutare i loro comportamenti. Ci accade quando vediamo un bambino in un momento aggressivo, quando capita un capriccio, se c’è un episodio provocatorio… E anche con le bugie.

Se scoprissimo che il nostro partner o un nostro caro amico ci ha mentito, molto probabilmente andremmo su tutte le furie e ci arrabbieremmo in maniera esplicita, sentendoci mancare di rispetto.

Tendiamo a mettere in atto questo meccanismo anche con i nostri figli (nipoti, piccoli in accudimento, e così via), non tenendo presente che l’assetto psicologico di una bugia di un bambino non equivale a quello di un adulto, il quale può avere determinate competenze cognitive ed agire con una precisa e lucida intenzionalità.

In un lasso di tempo di sviluppo che si chiama infanzia, il nostro cervello cresce e si specializza giorno dopo giorno.

Le connessioni neurali moltiplicano e diventano il substrato di nuove capacità mentali, deduzioni, inferenze, ricordi, attenzioni più focalizzate, esperienze immagazzinate. In questa cornice di un’elaborazione mentale che diventa sempre più sofisticata, e nel vortice di tante nuove emozioni da imparare a riconoscere e a gestire, è davvero normale che il bambino possa arrivare a dire il “falso”.

Bugie inconsapevoli e bugie consapevoli

Prima lo farà inconsapevolmente, e allora è il classico esempio di una mente in crescita ma ancora acerba, successivamente avverrà con consapevolezza e cognizione di causa, quindi in questo caso entrano maggiormente in ballo le emozioni.

Facciamo due esempi pratici di bugie: la tipica bugia inconsapevole (il soggetto non sa che sta mentendo) di una mente acerba in termini cognitivi (di pensiero, riflessione, deduzione) potrebbe essere “non sono stato io!” di un bambino piccolo, in seguito ad un qualche danno domestico accidentale. La classica bugia consapevole (il soggetto sa che sta mentendo) potrebbe essere rappresentata dal raccontare a qualcuno di nuovo, o a degli amici, falsità sulla propria vita (“vivo in una villa con piscina“).

Bambini che dicono bugie: età e tipi di bugie

Come si può intuire dagli esempi appena descritti, i due tipi di bugie riportate appartengono a due età diverse.

La prima bugia corrisponde ad una chiara negazione fasulla, è il caso il bambino la pronuncia dopo essere stato sorpreso dalla mamma davanti a dei cocci di ceramica di un vaso, che è quindi stato rotto.

Prima e seconda infanzia

Questa bugia rientra in quella categoria “magica“, che fa parte della prima infanzia, nella quale possiamo ritrovare frasi dette con lo scopo surreale di annullare qualcosa di spiacevole. 
Si parla di una fascia di età intorno ai 2 e mezzo – 4 anni, nella quale i bambini sono “estremamente magici”.

Adottano dei modi di pensare e dei comportamenti che trascendono i confini logici e razionali, ancora troppo complessi da comprendere e considerare per loro. Il “non sono stato io” per noi adulti è una bugia e se ce la rivolgesse un adulto saremmo probabilmente furiosi, ma per un bambino può rappresentare il modo per tornare indietro, per annullare le sue colpe e tutto ciò che di emotivo vi ruota attorno.

Nei bambini, le parole hanno il potere di determinare la realtà, quindi è semplice: se ho detto che non sono stato io, allora non sono stato io davvero.


Come comportarsi quindi, considerando che non ci sono premeditazione, inganno, cattiveria?

Focalizzandosi sulle conseguenze e non tanto sul fatto in sé. 
Dopo aver dato il giusto peso all’evento (“può capitare, succede!“), la cosa migliore che si può fare per il proprio bambino è coinvolgerlo nella riparazione: “adesso andiamo a prendere la scopa e la paletta e sistemiamo tutto insieme“. Con serenità e buon umore.

Non solo non si farà sentire in colpa il bambino, ma lo si starà educando.

Seconda e terza infanzia

La seconda bugia appartiene ad una fascia di età più elevata, si può intendere dai 5 fino anche ai 10-11 anni.

Si tratta della bugia “descrittiva”, quella che parla di una realtà fittizia. Vivere in una villa, essere stati dall’altra parte del mondo, sapere fare una cosa che in realtà non si sa fare, avere tanti amici, e così via.

In questo caso, il bambino sa chiaramente di dire qualcosa di non vero, ma se da adulti riusciremo ad andare oltre alle apparenze, non troveremo cattiveria né mancanza di rispetto. 
Sicuramente tutti i casi non sono uguali, ma la maggior parte delle volte potremmo ritrovarci di fronte ad un bambino infelice, che sta vivendo un periodo particolare.

Un bambino che necessita di accettazione, che ha davvero bisogno di dipingersi una realtà più rosea e piacevole.

Come comportarsi in questi casi?

Le bugie sono solo la punta dell’iceberg e fermarsi a quelle, punendo o comunque sgridando, non serve a molto, se non ad aumentare lo sconforto del bambino. Il bambino sa bene di mentire, ma non è consapevole dei meccanismi emotivi che lo portato a tanto e potrebbe finire per sviluppare un’autostima molto fragile, oltre che un fastidioso senso di colpa.

È più funzionale cercare di comprendere cosa non va in questo periodo, stargli vicino, le bugie scompariranno di conseguenza dopo un miglioramento di vita generale.

Bugie e paura condizionata

Ci sono poi casi particolari che trascendono da questi esempi, come le bugie contestuali ad avvenimenti specifici. È il tipico caso del mentire in riferimento ad un voto scolastico. “Ho preso 7”, quando invece si tratta di un’insufficienza.

Bugie simili possono avere le loro radici in rapporti familiari non funzionali. Il bambino potrebbe aver sviluppato un timore alle reazioni di un genitore o di entrambi. Solitamente, se le relazioni sono sane, accoglienti ed autorevoli, è più raro incappare in questo tipo di bugie.

Vale sempre il tuo esempio!

Visto che le bugie possono essere normali, parte della crescita, come si può educare il proprio figlio al rispetto della verità e alla limpidità relazionale? Tramite l’unico vero efficace mezzo di apprendimento: l’imitazione, ovvero l’esempio .

Conta certamente ciò che si insegna a parole, ma quello che compiamo con le nostre azioni e dimostriamo ai nostri figli ha un valore impagabile: quello dell’esperienza. 
All’inizio, i primi anni, potrà sembrare inutile limitare le parole e controllare più che altro i nostri comportamenti di fronte ai figli. In realtà, tutto ciò che vedono e notano rivolgere agli altri da parte nostra, tassello dopo tassello, andrà magicamente a dare forma e struttura al loro modo di fare e alla propria autoregolazione comportamentale ed emotivo-affettiva interiore, per se stessi e nei confronti degli altri.

Autore: Dott.ssa Federica Cevolani, psicologa clinica
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