Come riconoscere la falsità prima che sia troppo tardi

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“Quando una cosa è troppo bella per essere vera, credimi, non è vera”

Conoscere se stessi e gli altri, ove sia possibile, è necessario per relazionarsi con le persone per evitare inutili litigi che aumenterebbero solo una superflua quota di stress. Per questo riconoscere la falsità negli altri, e in alcuni casi in se stessi, è fondamentale per capire cosa aspettarsi da certi ambienti, da determinate persone e come reagire di fronte ad una situazione difficile e poco definita. Gli atteggiamenti falsi, dentro di sé o negli altri, se non riconosciuti e rifiutati conducono a grossi equivoci e a relazioni sbagliate.

In questa sede intendo per “falsità” l’assenza di consapevolezza in se stessi, non intendo il piacere lucido di mentire e di ingannare, ma qualcosa che si fa, talvolta anche senza sapere perché. Si tratta di qualcosa che si può individuare e su cui si può lavorare per intrattenere le relazioni gratificanti, per trovare le persone più adatte alla propria personalità, discriminando chi lo è da chi non lo è, nonché per evitare di danneggiare certi rapporti familiari, di lavoro, amicali o sentimentali.

I gradienti della falsità

La falsità è sostanzialmente un’arma per muoversi nel rapporto con le persone. Alcuni usano quest’arma solo in determinate occasioni, altri la riciclano massicciamente, continuamente, fino a quando non si tradiscono, scoppiano e cambiano registro, mostrando un altro lato di sé accuratamente celato. In pratica la falsità sta su un continuum che va da un minimo ad un massimo: il minimo, ad esempio, si trova nella stragrande maggioranza delle persone che per mantenere alcuni rapporti di vario genere non possono lasciarsi andare ad una completa e assoluta onestà che minaccerebbe l’armonia.

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A volte evitare una discussione per futili motivi sul lavoro, mascherando il nervosismo, aiuta a mantenere l’equilibrio e a scegliere quando è il caso di sollevare un problema degno di menzione. O ancora astenersi dal comunicare un pensiero schietto e al limite della maleducazione, solo perché si ritiene di aver ragione e di essere in confidenza con quella persona, è un modo funzionale per preservare un rapporto importante.

Ben diverso è quando si utilizza la falsità massicciamente, ovvero quando ci si relaziona con qualcuno che è prevalentemente costruito e innaturale con la gente, sebbene non sia facile capirlo subito. C’è chi infatti percepisce a primo un patto un clima di artificiosità nell’interazione, da cui prende le distanze, e chi invece ne rimane estasiato, vede un dettaglio del quadro, ma non la sua interezza, così non coglie quella finzione, non ascolta realmente le sue sensazioni, ma si lascia incantare dalle parole e dall’aria affabile.

Per alcuni, la persona “falsa” ha fatto un’ottima impressione all’inizio, è riuscita a conquistare le attenzioni e la fiducia e “mascherare” altri aspetti importanti. In questi casi si tratta di una persona che ha usato la falsità come un mezzo di manipolazione, spesso involontariamente, senza accorgersi, quindi, dei lati oscuri di questa bella facciata, ovvero dei secondi fini che ritiene intollerabili.

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Chi non sa di essere falso, inganna se stesso e gli altri

Il vero falso tendenzialmente inganna se stesso, prima di ingannare gli altri. Di solito non sa di essere falso proprio perché non conosce le sue vere emozioni e i suoi pensieri. In pratica non è pienamente consapevole dei suoi bisogni, delle sue aspettative, dell’effetto dei suoi comportamenti, e atteggiamenti sugli altri, va avanti perché ha imparato a comportarsi così e a ottenere vantaggi con la sua finzione.

Quando qualcuno gli fa notare la sua incoerenza, ha due possibilità: o utilizza le critiche come uno spunto di riflessione per migliorarsi, oppure trova continui pretesti per illudersi di aver ragione.

Nel primo caso questa persona potrebbe crescere ed evolversi, soffermandosi su di sé, nella seconda, invece, potrebbe essere talmente “difeso” da non vedere il vero problema, ovvero la sua difficoltà ad ascoltare se stesso.

Chiara, la donna che non riusciva ad essere spontanea

Le persone che sono false con se stesse non necessariamente ledono il prossimo, talvolta fanno male solo a loro stesse. Una persona comunemente ritenuta “falsa” può mostrarsi eccessivamente disponibile sul lavoro, molto propositiva, davvero sul pezzo, con la segreta aspettativa di accaparrarsi i meriti e le approvazioni degli altri, mentre nutre un disagio di cui non ha coscienza.

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Chiara parte così, da una storia di sviluppo nella quale ha imparato a stare zitta e buona, a fare la brava persona e ad ingraziarsi le simpatie, accantonando le sue emozioni e i suoi pensieri, e quindi la sua felicità. All’inizio Chiara si mostra spesso attenta a certe persone, come i colleghi più grandi o il capo, e in generale cerca di non raccontare nulla di sé e di non sollevare problemi, ma di gratificare e compiacere.

Cosa potrebbe succedere dentro di sé? Razionalmente è convinta che dare tutta se stessa sul lavoro sia gratificante, si illude di non pretendere proprio niente in cambio perché elargire le sue energie per il lavoro, i colleghi, il capo è qualcosa che la fa sentire utile, competente, una persona eccezionale.

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Sotto sotto, però, si aspetta qualcosa, qualche privilegio, un avanzamento in carriera che, in qualche modo, non ottiene. Forse perché si sono abituati alla sua eccessiva disponibilità, forse perché deve fare ancora strada, insomma per un motivo o per un altro, Chiara dà il massimo e riceve poco.

Allora attende, fa qualche esternazione ironica o si mostra distante, ma passa inosservata, perché nel complesso è ancora molto disponibile e gentile, così i suoi colleghi e il capo si convincono di aver trovato davvero una persona eccezionalmente sensibile, gentile, competente, attenta, etc, senza darle ciò che desidera in cambio.

Non chiede, ma segretamente pretende perché pensa di aver fatto tanto per loro. Nessuno, però, le ha chiesto di caricarsi del lavoro che non le compete, nessuno pretende che lei sia così gentile e disponibile, nessuno le ha dato garanzie di promozione e visibilità. Visto che non nutre una solida consapevolezza di sé, Chiara non fa gradualmente marcia indietro, bensì continua a comportarsi come al solito, anche se la circostanza sta diventando estremamente frustrante, perché sente che i suoi bisogni non sono stati riconosciuti come si aspettava, ma ha anche timore ad esporsi e a dire ciò che pensa per paura di essere criticata e rifiutata.

Con il tempo, la frustrazione raggiunge ormai livelli esorbitanti, così Chiara comincia a tirarsi indietro da certi compiti che si era offerta di espletare, ma che non erano di sua spettanza. È meno gentile e disponibile e gli altri si accorgono di questo cambiamento; sfortunatamente si avviano alcune discussioni da cui Chiara comincia a farsi qualche domanda su di sé e sugli altri.

In psicoterapia Chiara inizia a rivedere tutti i passaggi nel rapporto con il lavoro, con il capo e i colleghi. Si sofferma sugli episodi in cui ha iniziato a mostrarsi molto gentile e disponibile e in quelli in cui si è trovata a discutere del suo cambiamento. Solo in psicoterapia Chiara comincia a capire di essere partita in quarta con la gentilezza e la disponibilità, non tanto per favorire gli altri, bensì per ottenere un vantaggio secondario, sentirsi vista e approvata, spiccare e farsi notare, a costo del suo benessere, qualcosa che è sempre stato centrale nella sua vita.

Conoscendo meglio se stessa, comincia a notare la rabbia che accantonava nel tentativo di mostrarsi eccellente e impeccabile, la paura di essere criticata che sotterrava, mentre anticipava le richieste del capo, mentre eseguiva i compiti che non competevano il suo ruolo. Riesce così a connettere anche il suo cambiamento, quando ha iniziato ad essere meno gentile a discutere con i colleghi e il capo, con il momento in cui si accorge di non essere abbastanza considerata per ciò che aveva fatto: in sostanza getta la spugna perché la situazione è diventata troppo frustrante per andare avanti così.

Per fortuna Chiara capisce la sua parte, comprende che questo eccesso di disponibilità non l’ha portata ad essere più apprezzata, ma ad entrare in conflitto. Realizza che da un lato questo atteggiamento ha permesso ai colleghi e al capo di invadere il suo spazio, di approfittarsi della sua disponibilità, senza cogliere il suo disagio, e della necessità di fare un passo indietro, di rientrare nel suo ruolo. Da questo percorso Chiara impara a capire le sue reazioni, ad ascoltarsi di più e a dire anche di no, perché ha ridimensionato il suo bisogno di essere continuamente vista e approvata. Così facendo, impara anche a non farsi sfruttare e ad essere più spontanea, risultando comunque apprezzata nel luogo di lavoro in cui viene percepita più naturale.

Puoi riconoscere l’incoerenza, se comprendi le tue sensazioni.

Perché non tutti si lasciano incantare da una persona che comunica “falsità”? Perché la smascherano subito prima che riveli l’altra facciata? Perché sono in sintonia con i propri bisogni e desideri, in sostanza sanno ascoltarsi. Se si ascoltano, colgono anche quello che l’altro ha trasmesso, cioè un clima di artificiosità che gli fa suonare il campanello d’allarme: meglio non fidarsi!

Di solito chi si affida ad una persona incoerente, ha imparato a cercare l’uomo, la donna, la collega, l’amica “perfetta”, anziché accettare che la perfezione non esiste e che difficilmente l’eccesso corrisponde alla realtà. In altre parole, parafrasando Brad Pitt in Bastardi senza gloria (2009) il concetto di cui parlo si riassume così: “Quando una cosa è troppo bella per essere vera, credimi, non è vera”. Le persone sincere, spontanee, e a posto con se stesse, danno e ricevono, comprendono i propri bisogni e quelli degli altri, senza partire in quarta con le esagerazioni, né abbarbicarsi nelle assenze.

Marta e il fidanzato falso e incoerente

Marta racconta i primi periodi con Davide come momenti strepitosi: lui è gentile, disponibile, premuroso, le invia messaggi toccanti in cui le esplicita tutto il suo affetto e la sua felicità di averla incontrata, le fa regali e la invita spesso a cenare in posti eleganti. Marta si sente appagata da tutta questa vicinanza, che non aveva ravvisato in altri ex e inizia a fidarsi di lui, si lascia andare e senza che se ne accorga si innamora di lui, non ne può fare a meno, lo pensa in continuazione. Piano piano però Marta nota un cambiamento progressivo, una distanza che porta Davide ad essere sempre meno presente e attento, a disdire gli appuntamenti con lei, a preferire la compagnia degli amici, a non rispondere per molto tempo e a ricomparire, tirando in ballo quel lavoro pesante che non lo fa sentire libero e felice. Passa qualche mese e Davide non si fa più vedere, né sentire.

Marta comprende che c’è qualcosa che non va e inizia una psicoterapia per capire questa relazione che l’ha lasciata esterrefatta e delusa. Rivedendo la storia dal principio, la giovane coglie alcuni segnali che Davide aveva lanciato, tradendosi, fin dall’inizio. Si accorge che questa eccessiva disponibilità era in effetti innaturale, si è tradito, inoltre, in alcune frasi e comportamenti, ma con il tempo aveva preferito credere che fosse una storia meravigliosa perché sentiva il bisogno di avere un ragazzo che la amasse, dal momento che i suoi genitori non le davano più le attenzioni di cui aveva bisogno, non sentiva quasi mai le sorelle residenti all’estero e spesso si trovava sola. Quando riesce a focalizzarsi su se stessa, a lavorare sul dipendere meno dagli altri e fidarsi più di sé, recupera un sacco di dettagli a cui aveva dato poco peso nel tentativo di vivere una storia d’amore che in realtà sembrava più favolistica che reale.

La prova del nove arriva quando le presentano un ragazzo caratterialmente simile a Davide; Marta, più matura e più consapevole, lo rifiuta perché riconosce che non è l’uomo giusto per lei, riesce così a connettersi con quelle sensazioni che prima rifiutava, ma che ora l’aiutano ad individuare le relazioni giuste per lei, quelle che la gratificano, e a rigettare quelle potenzialmente stressanti.

Autore: Nicole Valery Tornato, psicologa-psicoterapeuta
specializzata in psicoterapia cognitiva 
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