Esiste un lato positivo a cui appellarsi?

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Potrebbe sembrare altisonante parlare di lato positivo in un momento così particolare e tragico per il nostro Paese, l’Italia, ma per il Mondo intero. Sono giorni in cui si sta combattendo una battaglia con un nemico invisibile ed inesorabile.

Sembra un po’ la storia dell’elefante e la formica, il primo così grande e coraggioso, ma totalmente in preda al panico alla vista del minuscolo insetto, tanto piccolo quanto temibile per il gigante.

Una similitudine questa con ciò che sta succedendo nel Mondo ora. Il genere umano messo sotto scacco da qualcosa di così piccolo da non poter essere ne visto ne sentito, ma che ha la forza di poter mettere in pericolo un bene prezioso… la nostra salute.

In tale scenario, tutta la popolazione italiana è stata costretta alla quarantena. Questa condizione ha determinato inevitabilmente cambiamenti di vita, di abitudini, una brusca frenata alla quotidianità.

Per chi non è stato colpito dalla malattia, e quindi non ha altre preoccupazioni più importanti, quella della quarantena è stata per molti una problematica da affrontare, sopratutto in termini psicologici.

La notizia di tale stravolgimento di vita ha destato preoccupazione e sconcerto, alle quali si è aggiunta la paura per la propria salute e quella dei propri cari (sopratutto per le persone considerate più a rischio).

Sicuramente le implicazioni psicologiche sono numerose e in certi casi, anche mediamente gravi. Per evitare di farci sopraffare da tale situazione, vi è solamente una strategia che può essere utilizzata, la visione positiva, insomma “vedere il bicchiere mezzo pieno”. Posso capire che in tale contesto possa rivelarsi difficile ma è l’unica cosa che meglio può aiutare ad uscirne “indenni psicologicamente”.

Le situazioni di emergenza sono difficili da tollerare, entrano in gioco tante dinamiche, alcune totalmente nuove e per le quali non si ha esperienza per affrontarle.

Dall’allerta all’accettazione

Abbiamo assistito per esempio a vere e proprie fughe da una parte all’altra del Paese, ad assalti ai supermercati per poter acquistare cibo e beni primari. Ad una prima occhiata tale comportamento poteva sembrare irrazionale, ma in realtà proviene da molto lontano, è primitivo, è legato all’istinto di sopravvivenza. L’emergenza infatti attiva la parte più antica del cervello, quella che ci ha permesso, e tutt’ora ci permette l’evoluzione della specie.

Dopo questa prima fase di “allerta” si è passati a quella di “accettazione”… l’accettazione di una nuova normalità, fatta di consuetudini e routine diverse. Abituati ad una vita frenetica, fatta di giornate di lavoro intense, spostamenti, viaggi, sport, uscite con gli amici, constatare che tutto questo per un periodo di tempo, sarà impossibile, può essere destabilizzante.

Accettare questa nuova normalità, è l’unica risposta che permetterà di reggere (psicologicamente) nel tempo.

Oltre alla routine quotidiana, cos’altro si è rivoluzionato totalmente? Le relazioni sociali.

Siamo esseri umani ed in quanto tali “esseri sociali”, abbiamo bisogno dell’altro per essere.
In tale situazione, “l’altro” ci viene allontanato. Non ci si tocca più, non ci si abbraccia più, non ci si stringe più la mano. Gesti che prima erano consuetudini, gesti che dimostravano affetto, ora sono stati sostituiti da una “distanza di sicurezza”.

Psicologicamente si traduce in sentimento di sospetto verso l’altro, chiunque. Ed anche se non conclamato, in un certo grado è presente in noi e ci conduce a comportamenti “di distanza”.. .perché in fondo, chiunque, potrebbe rappresentare un pericolo.

Questa diffidenza (che è anche funzionale agli scopi della quarantena), si unisce ad una ricerca atavica del cosiddetto “untore”, alla causa di tale pandemia. Sul tema del “Paziente 0” si sono addentrati giornalisti, medici; dedicandone articoli, trattati, interviste. Si è tentato di mettersi “sulle orme del virus”, ripercorrendone la strada, tra errori, dubbi e depistaggi.

Quanto questo possa essere servito a livello medico-scientifico, non lo so, sicuramente lo è stato a livello psicologico. La ricerca esterna della causa è qualcosa di ancestrale, è scritto, nel nostro DNA; da questa non ci si può esimere. Ci aiuta ad avere più speranza.

Dopo tutta questa disamina, sicuramente starai pensando…”Hai parlato di lato positivo della situazione, ma finora non ne sono emersi affatto”. Ed effettivamente hai ragione, ho volutamente descritto la situazione così per come viene vissuta “ad un primo impatto”, quando ad intervenire sono le emozioni “primarie”, l’istinto.

I lati positivi della quarantena

Ora parlerò dei lati positivi della quarantena, in situazioni dove non vi siano situazioni come la malattia (positività al virus) propria o delle persone care, perché in questi casi, i temi da trattare sarebbero ben altri.

Partiamo da un presupposto, ogni situazione, anche la più tragica, ha un lato positivo. È qualcosa di molto difficile da trovare, e per farlo occorre cambiare punto di osservazione, essere disposti a mettere in discussione quella che appare l’unica realtà possibile… perchè ricorda che non esiste una sola realtà, ma tante quanti sono i punti di vista.

Abbiamo detto che le relazioni sociali sono quelle che si sono modificate maggiormente a seguito dell’emergenza. Ma sono davvero cambiate solo in negativo? Direi di no.

Pensa un attimo a quando è stata l’ultima volta che hai condiviso la colazione o il pranzo con la tua famiglia prima della quarantena (secondo il significato che ha per te famiglia, e le persone che ne fanno parte per te). Sicuramente è successo molto tempo prima, e sicuramente non è capitato spesso.

Purtroppo dovendoci adeguare ad una società che corre veloce, che chiede efficienza, lavoro continuo e spostamenti da una città all’altra, si finisce per dedicare poco tempo ai momenti condivisi coi propri cari.

Si rimandano le visite a casa dei genitori che abitano lontano, si lasciano i figli la mattina a scuola o all’asilo per rivederli poi a fine giornata, si saluta il coniuge alle prime ore del giorno per poi rivederlo la sera, quando a volte la stanchezza per la giornata intensa mette anche dissapori.

Quanto è positivo questo, piuttosto che condividere del tempo ogni giorno? I figli non vanno a scuola e hanno finalmente i genitori “tutti per loro”, i nuovi compagni di gioco sono papà e mamma e non gli amichetti di scuola. Marito e moglie hanno tempo per godersi abbracciati un film sul divano, sotto una coperta.

In alcuni casi potrebbe essere difficile vivere ventiquattro ore a stretto contatto col partner, specialmente se si vive in ambienti piccoli o se si è abituati ad avere solo pochi momenti insieme durante la giornata, ma questo può essere una buona occasione per allenare l’empatia, per imparare a “mettersi nei panni dell’altro”, ad essere più altruisti, a negoziare per riuscire a mantenere un equilibrio familiare.

In una società che va veloce, fare questo diventa difficile, anche perché talvolta, non si ha il tempo materiale per poterlo fare. Invece è proprio l’empatia, la negoziazione che rende i rapporti (di qualsiasi tipo) solidi e sani.

E quando invece i cari, gli amici, il partner… sono lontani? In questo caso, il lato positivo è il sentimento dell’attesa. Un famoso spot recitava che “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, e c’è un fondo di verità.

L’attesa determina aspettativa, progettazione, idealizzazione. Si genera il pensiero di ciò che sarà, si alimenta l’immaginazione.

Sperimentando la lontananza, si mettono alla prova i rapporti, quelli davvero solidi, sono destinati a rinforzarsi. In più abbiamo qualcosa che gioca a nostro favore, la tecnologia.

Abbiamo il privilegio di poter contare su modalità di “contatto a distanza” grazie alle quali ci si può sentire, ma anche vedere. Non ci si può toccare, è vero, ma in molti casi…non lo si può fare nemmeno dal vivo.

La bellezza dell’ordinario. È questo che si impara nelle situazioni straordinarie. È questo il grande lato positivo.

Stupirsi dell’ovvio e del valore delle piccole cose.

L’importanza della salute, che a volte, quando si sta bene si tende a dimenticare.

Uscire di casa per una passeggiata insieme al cane, andare in palestra a fare sport, incontrare gli amici in un locale…sono tutte cose che tendenzialmente facciamo tutti i giorni e che per questo perdono valore. Anzi a volte, diventano doveri.

Oggi, che l’ordinario è stato messo in quarantena, si può sperimentare la bellezza delle piccole cose, lo stupore per il consueto, di quello che si da per scontato, ma in fondo non lo è. Ogni cosa che si ha l’opportunità di fare, è un privilegio, e come tale dovrebbe essere vissuto, anche quando la quotidianità può far perdere tale primato. L’abitudine purtroppo fa vedere le cose in modo diverso, e forse questo è il momento buono per fermarsi e lasciarsi sorprendere da ciò che prima c’era, ed ora non c’è più.

Può essere il momento giusto per far maturare la consapevolezza di quali sono i comportamenti corretti e quelli sbagliati, nei confronti delle altre persone, del nostro pianeta e della natura. Perché si, l’informazione c’è, ma la consapevolezza è qualcosa di più forte e più pregnante, qualcosa che può davvero orientare a determinati comportamenti.

All’atto pratico?

Come utilizzare al meglio il tempo in periodo di quarantena? Cosa si può fare per non essere sopraffatti dalla noia o dai pensieri negativi?

Lo stato di emergenza determina sentimenti si impotenza e di incertezza, ai quali si può reagire progettando. Usa la creatività, poniti nella dimensione del futuro, guarda avanti; a quello che potrai fare dopo il periodo di quarantena… a mettere in atto i progetti che avrai pensato durante essa. Ti aiuterà anche a sentirti vivo/a.

Accetta tutti i limiti imposti, e fa ciò che può essere realisticamente fatto in questo momento: leggi, studia, apprendi (anche tramite video-corsi), trova il modo di fare esercizio fisico (anche se sei in un ambientante piccolo come può essere casa), scrivi, pensa, trova qualcosa che ti appassiona, o lasciati appassionare da qualcosa, sfrutta i momenti di stop per fare ciò che la routine non ti consentiva di fare… insomma prenditi cura di te stesso/a.

Ed infine… sfrutta il tempo per condividere momenti con le persone che in questo momento sono a te vicine, ed anche a quelle che sono lontane; in questo momento approfitta della tecnologia, dei social network. Utilizza anche questi ultimi per creare rete.

In fondo, “siamo tutti sulla stessa barca”, condividiamo una stessa situazione anche con persone che sono lontane da noi, e che neanche conosciamo. In tante differenze, lo stato di quarantena accomuna, questo spinge all’inclusione.

Come in tutte le situazioni drammatiche, c’è l’impulso delle persone ad unirsi, questo ci fa sentire meno soli e come parte di una grandissima famiglia. Aumenta il senso di appartenenza e di sostegno sociale. È qualcosa che aiuta… perché è vero che “l’unione fa la forza”.

Ricordati di accettare quello che puoi o non puoi fare, accogli le tue emozioni sopratutto quelle negative, non disperare, dopotutto ci è solo stato chiesto, di stare a casa. Quindi, rimani a casa… ma non mettere in stand by la tua vita.

Se stiamo uniti, se seguiremo le regole, se restiamo a casa… TUTTO ANDRÀ BENE.

Veronica Rossi, Psicologa e Mental Coach 
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