La comunicazione del corpo: linguaggio principale e sue alterazioni

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano Paulo Coelho

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano. Paulo Coelho

Quando pensiamo al corpo la prima cosa che ci viene in mente è la forma, lo sviluppo scheletrico, la struttura muscolare, l’apparato ormonale, insomma, cadiamo nell’errore di considerarlo un qualcosa solo di materiale, di tangibile. Nulla di più sbagliato!

Il corpo è il protagonista assoluto della nostra vita, sia in termini di salute bio-fisiologica e per una buona qualità di vita, sia in termini comunicativi e di adattamento sociale. Rappresenta il canale principale di comunicazione e lo fa attraverso le “antenne”, ossia, le sensazioni, una sorta di radar che riceve input e avvia le azioni, guidando le scelte e gli obiettivi. Ma da dove nasce questa capacità?

La storia del corpo inizia nella vita intrauterina

Il feto è profondamente connesso al corpo della mamma, non solo attraverso le vie di alimentazione. Tutto, ma proprio tutto, passa attraverso entrambi; le emozioni, i segnali ambientali, i suoni, il tatto. Cullato nel liquido amniotico vive la primordiale esperienza dell’essere contenuto e protetto ed è per questo che quando la mamma cammina il bimbo scalcia di meno, appunto perché ama sentirsi dondolato. Inoltre, ricerche recenti hanno evidenziato la capacità del neonato di riconoscere la voce della mamma.

Ma prendiamo ad esempio una mamma ansiosa, cosa accade?

L’ansia provoca una forte ipertonia muscolare, la pelvi essendo tesa irrigidisce le pareti dell’utero ed il feto attaccato con la schiena a queste, si ritroverò appoggiato e sostenuto da una superfice rigida e dura. L’ansia fa perdere la morbidezza al corpo, inevitabilmente, il segnale di tensione arriverà anche a lui.

Quindi possiamo dire che, è dall’utero che inizia la storia delle emozioni, storia che viene scritta inevitabilmente nel corpo.

Il contatto con il mondo

Il neonato prende contatto con il mondo attraverso il corpo, non ha altri modi. Piange, si muove, sorride, tocca. Durante le poppate, il piccolo si nutre anche di contatto fisico, le manine si aggrappano al seno, gli occhi s’incantano in quelli della mamma. E non solo durante le poppate, il contatto continua con il bagnetto, con le coccole, con la mano rassicurante che lo tiene durante i primi passi.

Il corpo si muove nel mondo accumulando una serie di esperienze che faranno da mattoncini per la struttura del sé, gli esiti di queste esperienze sono fondamentali in quanto andranno a stratificarsi nel corpo sotto forma di tracce della memoria corporea o memoria periferica.
Esiti negativi creeranno alterazioni nella struttura del sé. Esiti positivi permetteranno un sano sviluppo psicofisico.

Come avviene la comunicazione

Chiaro dunque, non comunichiamo solo con le parole, anzi, il verbale è l’ultimo stadio in termini di sviluppo. Esistono molteplici livelli di comunicazione, diversi livelli che formano un fascio di vie interconnesse che unisce chi comunica e chi riceve. Il trasmittente ed il ricevente hanno un mondo proprio, complesso, articolato, costituito da funzionamenti che non sempre sono visibili. Due parti che comunicano non solo con le parole, ma con lo sguardo, il tono di voce, la postura.

Alterazioni sulla struttura del sé andranno ad inquinare la trasmissione del messaggio, il corpo parla più di quanto possano dire le parole, poiché, arriva da meccanismi non controllabili cognitivamente.

Immaginiamo una persona con rabbia incapsulata nel tono muscolare, trasmetterà un sottofondo rancoroso nel messaggio. Abbiamo accennato prima alla memoria corporea, a tutti gli esiti negativi e positivi che l’hanno formata, il punto importante è che ha effetto sia sull’interno che sull’esterno, influenzando noi stessi e gli altri.

Si esprimono determinati concetti con parole che trasmettono inconsapevolmente, messaggi contraddittori, con modalità non coerenti al contenuto che si vuole passare.

Quando e come si altera la comunicazione

L’alterazione nasce da eventi attraversati in maniera negativa, esperienze non vissute nel massimo della funzionalità e non solo, ci sono fasi della vita dove la struttura comunicativa subisce un cambiamento a seguito del momento storico che si sta vivendo o che, sta vivendo l’altro.

L’adolescenza, ad esempio, è tra le fasi di vita più difficili, poiché cambia tutto l’assetto della struttura del sé, il genitore si trova davanti ad un corpo grande e non ritrova in esso il suo piccolino. Un corpo che cambia porta con sé cambiamenti anche nella comunicazione. Il feedback che arriva all’adolescente è quello di confusione, il segnale che arriva al genitore è di svogliatezza, distacco dalla realtà, assenza di progettualità. Il genitore si irrigidisce, si spaventa.

Il nucleo della difficoltà comunicativa è la perdita di quel contatto primordiale, quel contatto puro e senza inquinamenti cognitivi ed emozionali. Corpi che esprimono il contrario di quello che le parole dicono. Genitori che vivono con imbarazzo il contatto fisico con il figlio, la ragazzina cresce i seni, il ragazzino la barba. Si bloccano i contatti fisici per un senso di vergogna e disagio. Si elimina un pezzo fondamentale della comunicazione, si diventa muti e sordi.

Cosa fare

Nel mondo intrauterino e alla nascita, abbiamo solo la comunicazione corporea. Con lo sviluppo psicofisico, arriva anche quella verbale. Il corso della vita cambia, rende complessa ed altera questo evolversi naturale.

Cosa si può fare, allora?

  • Per avere una comunicazione efficace, innanzitutto, bisogna essere presenti a se stessi: essere consapevoli di come funzioniamo e di quale storia siamo protagonisti. Inutili i tentativi di mistificare la rabbia attraverso l’estrema dolcezza, inutile apparire ciò che in realtà non si è.
  • Andare oltre il messaggio verbale, scendere oltre la superficie: vuol dire “vedere” cosa ci sta dicendo la persona che abbiamo di fronte, osservare i movimenti del corpo, il tono di voce. Ma osservare anche noi stessi, “sentirci” per monitorarci.
  • Ridondanza senza insistenza: ripetere il concetto, cambiandone la forma, modularsi. Lasciar stare per un po’ e riprendere con calma.
  • Recuperare il contatto: ritornare al vecchio canale comunicativo, una pacca sulla spalla, un abbraccio, guardarsi a fondo negli occhi. Laddove non arrivano le parole, arriva il corpo.

Dott.sa Sabrina Rodogno, psicoterapeuta

 

 

 

 

 

 

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