La comunicazione verbale e non verbale

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comunicazioneLa comunicazione, pur essendo un’esperienza soggettiva di vitale importanza per l’uomo, diventa oggetto di studio autonomo delle scienze del comportamento (quali sociologia, psicologia, antropologia, etc.) soltanto nel corso del ‘900. La comunicazione è un processo dinamico che avviene tra un emittente ed un ricevente, in cui il primo manda un messaggio, verbale o non verbale, ed il secondo lo elabora, codificandolo e inviando una risposta.

Viene da sé, quindi, che la comunicazione comprende qualunque tipo di scambio dotato di senso che gli individui intrattengono nel sistema sociale attraverso segni e simboli che definiscono interattivamente il loro ruolo sociale. L’individuo può scegliere come e cosa comunicare, ma non può scegliere di non comunicare: durante uno scambio tra emittente e ricevente, infatti, qualunque messaggio, verbale o non verbale, o anche l’assenza di un messaggio è comunque una risposta significativamente comunicativa.

Nel corso degli anni, varie sono le teorie che hanno illustrato le dinamiche comunicative, partiamo dal Modello di Lasswell.

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Il modello Lasswell

Secondo il sociologo americano Lasswell, sulla base del modello comportamentista stimolorisposta, l’atto comunicativo è scindibile in cinque componenti, quali emittente, contenuto, mezzo, destinatario ed effetto, descrivibili rispondendo rispettivamente a cinque domande fondamentali:

  • Chi?
  • Che cosa?
  • Attraverso quale canale?
  • A chi?
  • Con quale effetto?

Nonostante tale modello sia considerato pionieristico nell’ambito degli studi della comunicazione, esso riporta alcune carenze fondamentali: non prende, infatti, in considerazione due aspetti, quali l’intenzionalità dell’emittente e il feedback del ricevente, il cui ruolo è quindi passivo.

Il modello di Roman Jakobson

Il linguista russo Roman Jakobson formula un modello generale per la comunicazione linguistica, indicandone le principali componenti e funzioni, ricorrenti in qualunque forma comunicativa.

Nello specifico, le componenti della comunicazione sono sei. Innanzitutto vi è il mittente (colui che invia) e il destinatario che riceve il messaggio riferito ad un contesto; per poter compiere tale operazione sono necessari un codice che risulti comune a mittente e destinatario, e un canale che consenta loro di stabilire la comunicazione e mantenerla.

Ai sei fattori della comunicazione verbale corrispondono sei funzioni del linguaggio:

  • la funzione referenziale (riferita al contesto);
  • la funzione emotiva (riferita al mittente);
  • la funzione conativa (riferita al destinatario);
  • la funzione fàtica (riferita al contatto);
  • la funzione poetica (riferita al messaggio);
  • la funzione metalinguistica (riferita al codice).

Teoria matematica della comunicazione

Una delle teorie che ha approfondito maggiormente la comunicazione attraverso esperimenti e strumenti di valutazione è la Teoria matematica della comunicazione di Shannon e Weaver Shannon e Weaver (1949), due matematici della Bell Telephone Laboratories, rivolsero la loro attenzione allo studio della comunicazione allo scopo di migliorare la rete di cavi telefonici della propria azienda, per assicurare un corretto invio e ricezione del messaggio. Viene da sé, quindi, che i due studiosi si concentrarono sullo studio dell’accuratezza della trasmissione del messaggio e della qualità della ricezione dello stesso, piuttosto che sul contenuto del messaggio in sé.

Secondo Shannon e Weaver il processo di comunicazione prevede due passaggi fondamentali:

  • Codifica, e cioè il processo di traduzione da parte dell’emittente dei contenuti, che vuole comunicare, in un codice condiviso (ad esempio il linguaggio).
  • Decodifica, e cioè il processo di riconversione da parte del destinatario dei messaggi dal codice in cui viene veicolato in idee, pensieri, etc. In pratica, quindi, l’emittente codifica un messaggio, che diventa segnale, e attraverso il passaggio su un canale diventa segnale ricevuto, e quindi decodificato e trasformato dal destinatario in un messaggio ricevuto in forma comprensibile;

soltanto in questo modo, se i due passaggi sono svolti correttamente e senza eventuali interferenze nel processo di invio-ricezione (rumore), la comunicazione avviene in maniera corretta.

Tale modello, purtroppo, essendo basato sulla trasmissione elettrica di informazioni, risulta riduttivo in riferimento alla comunicazione tra individui, che non può essere ridotta ad un processo puramente meccanico in quanto coinvolge anche variabili interferenti di tipo soggettivo e contestuale difficilmente prevedibili.

Il modello della Scuola di Palo Alto

Il Modello sistemico della Scuola di Palo Alto (1967) ha dato un contributo importante per quanto riguarda lo studio della comunicazione. Secondo questo modello è impossibile isolare il soggetto dal contesto di relazioni in cui è inserito: la comunicazione, infatti, è un processo circolare, in quanto ogni individuo vive all’interno di reti di relazioni che lo influenzano ed a sua volta influenza gli altri con cui vive in contatto.

Nel 1967 Watzlawick, Beavin e Jackson pubblicarono l’opera “Pragmatica della comunicazione umana”, in cui vengono descritte numerose nozioni teoriche ed esperimenti sul campo circa le interazioni, le modalità di comunicazione e le possibili conseguenze patologiche. Secondo gli autori lo studio della comunicazione umana può essere suddiviso in tre settori:

  • Sintassi, che studia le problematiche legate alla codifica e alla decodifica dell’informazione.
  • Semantica, che studia il significato degli elementi della comunicazione per i comunicanti.
  • Pragmatica, che studia gli effetti e l’influenza della comunicazione sul comportamento dei comunicanti.

All’interno di quest’opera sono enunciati i cinque assiomi della comunicazione, che sono “verità autoevidenti”, cioè principi che non richiedono ulteriori dimostrazioni in quanto sono essi stessi fondanti.

I cinque assiomi della comunicazione

Primo Assioma
È impossibile non comunicare. Qualsiasi comportamento, infatti, in una situazione d’interazione tra persone, è di fatto una forma di comunicazione.

Secondo Assioma
Ogni comunicazione ha un livello di contenuto e un livello di relazione. Ogni comunicazione, infatti, comporta un aspetto di metacomunicazione che determina la relazione tra i comunicanti, aggiungendo al contenuto dei metacontenuti, quali espressione del viso, intonazione, etc., che specificano l’intenzione.

Terzo Assioma
La natura di una comunicazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze comunicative tra i comunicanti. Affinché la comunicazione non risulti ambigua e conflittuale, infatti, è fondamentale che i due interlocutori condividano una punteggiatura che individui con chiarezza l’inizio del discorso e distingua le cause dagli effetti.

Terzo Assioma
Gli esseri umani comunicano sia col modulo numerico sia con il modulo analogico. All’interno di ogni comunicazione, infatti, è presente un messaggio verbale ed un messaggio non verbale, la cui congruenza è fondamentale per una comunicazione chiara e non ambigua.

Quinto Assioma
Gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’eguaglianza o sulla differenza. A seconda della natura della relazione, infatti, le modalità e le funzioni della comunicazione possono differire.

Secondo il modello sistemico della Comunicazione di Palo Alto questi cinque assiomi, se alterati, portano a delle conseguenze patologiche.

I contesti comunicativi patologici

In particolare Bateson si interessò allo studio dei contesti comunicativi patologici: nello specifico, l’autore sosteneva che nella genesi della schizofrenia fossero implicati meccanismi di comunicazione disfunzionali e paradossali nella diade madre-bambino, come il “doppio legame”, cioè un messaggio contraddittorio ed incongruente sul piano verbale e non verbale che confonde e “paralizza” il destinatario della conversazione;

un esempio riportato da Bateson è quello di una madre che, dopo un certo tempo, rivedendo il figlio ricoverato per disturbi mentali reagisce al suo abbraccio irrigidendosi (messaggio non verbale o comunicazione implicita) e, quando questi giustamente si ritrae, afferma “Non devi avere paura di esprimere i tuoi sentimenti” (messaggio verbale o comunicazione esplicita).

Un’esposizione ripetuta a meccanismi di doppio legame può, secondo l’autore, portare all’esordio di una schizofrenia. Nonostante l’importanza e la rilevanza riconosciuta agli studi di Bateson circa la schizofrenia, essi sono però considerati riduttivi, in quanto la singola esposizione continuata a meccanismi di doppio legame, senza considerare l’interazione di altri fattori di natura biologica, psicologica e sociale, non sono sufficienti a determinare l’insorgenza della schizofrenia.

La Comunicazione non Verbale

La comunicazione non verbale è oggetto di studio multidisciplinare: è trattata dalla linguistica, dalla psicologia, dall’antropologia, dalla sociologia ed inoltre varia a seconda della cultura di appartenenza. A differenza della comunicazione verbale, che è strutturata secondo precise regole e il significato è generalmente chiaro, la comunicazione non verbale non rispetta una grammatica rigida, è difficile ricondurla ad un significato univoco ed è meno controllabile in quanto veicola messaggi viscerali e reazioni immediate, come emozioni e stati d’animo.

La scuola sistemico relazione di Palo Alto, approfondendo lo studio del modulo analogico, ne ha individuato le funzioni e i contesti di utilizzo. Le funzioni sono:

  • enfatizzare un concetto espresso verbalmente;
  • contraddirlo;
  • sostituire la comunicazione verbale.

La comunicazione non verbale può essere suddivisa, solo a livello descrittivo, in tre dimensioni.

Comunicazione paralinguistica

L’insieme delle caratteristiche non linguistiche del parlato che differenzia i parlanti, come ad esempio il tono di voce, la velocità, l’inflessione dialettale, l’utilizzo di determinati intercalari o esclamazioni. Essa risente non solo della circostanza, ad esempio durante un’interrogazione l’ansia può portare gli individui a parlare con toni e velocità diverse, ma anche dell’interlocutore, ad esempio la conversazione con un’amica può assumere toni e ritmi più usuali mentre un bambino rimproverato toni più dimessi. Inoltre vi sono paralinguistiche diverse associate a specifici ruoli, ad esempio l’oratore durante un comizio.

Comunicazione cinesica

Comprende i movimenti del corpo, come ad esempio: la postura; la gestualità, che compare sin dal primo anno di vita per indicare un oggetto, un’azione e condividere l’attenzione per poi svilupparsi in forme sempre più simboliche, astratte e associate alla propria cultura; e la mimica facciale, di cui lo sguardo è l’area portatrice di più significati;

Comunicazione prossemica

Comprende il comportamento spaziale, ovvero la distanza che gli interlocutori adottano. Lo studio della prossemica è stato introdotto da Hall, il quale sostiene che, per analogia al concetto di territorialità dell’etologia, anche l’uomo regola il suo territorio attraverso “marcature”.

In particolare individua 4 gradi di distanza:

  1. la distanza intima (da 0 a 45 cm), riservata alle persone più intime;
  2. la distanza personale (da 45 a 120 cm), aperta alle conoscenze più fidate ed agli amici;
  3. la distanza sociale (da 120 a 360 cm) legata alle relazioni interpersonali, ai rapporti di lavoro o agli incontri occasionali;
  4. la distanza pubblica (oltre i 350 cm), adatta per gli incontri formali.

comunicazione prossemica

Tuttavia i modelli prossemici variano a seconda della cultura, ad esempio, si è osservato che i popoli mediterranei e sudamericani, rispetto ai nordici, sono a loro agio anche a distanze più ravvicinate.

La comunicazione non verbale (esperimenti di Maherabian)

Tra gli esperimenti più celebri sulla comunicazione non verbale vi è quello di Maherabian che dimostrò (1972) come, nello scambio di messaggi, la comunicazione non verbale sia più influente di quella verbale; in particolare, la comunicazione è influenzata per il 55% dai movimenti del corpo, per il 38% dall’aspetto vocale e solo dal 7% da quello verbale.

comunicazione non verbale
Il “cosa viene detto” conta meno del “come viene detto”

Lo psicologo americano condusse due esperimenti distinti, dai quali trasse la conclusione suddetta. Il primo consisteva nel far leggere a uno speaker una serie di parole con un tono di voce non coerente con il significato delle parole stesse. In particolare, a due soggetti femminili venne chiesto di leggere nove parole (tre positive, tre neutrali e tre negative) ognuna con tre differenti tonalità (positiva, neutrale e negativa).

Le parole vennero registrate e fu chiesto a 3 gruppi di soggetti di identificare l’atteggiamento dell’oratore. Il primo gruppo doveva prestare attenzione solo al contenuto del messaggio, il secondo solo al tono di voce e il terzo ad entrambi. In questo modo i due studiosi intendevano scoprire se fosse più importante il contenuto del messaggio o il tono di voce utilizzato. I risultati indicarono che i giudizi relativi a messaggi composti da una sola parola pronunciata con intonazione erano basati principalmente sul tono di voce.

Il secondo esperimento di Mehrabian, condotto questa volta con Susan Ferris, riguardava ancora il modo in cui giudichiamo i sentimenti di un oratore, ma questa volta mettendo a confronto l’importanza del tono di voce rispetto a quella dell’espressione facciale.

L’influenza dell’aspetto verbale venne minimizzata al massimo scegliendo una parola il più possibile neutrale: “forse”. Questa volta vennero utilizzati tre speaker, ognuno dei quali pronunciava il termine “forse” in tre modi differenti. Alle tre diverse registrazioni vennero poi affiancate tre diverse espressioni facciali. Mehrabian e Ferris ritennero di poter trarre da questo esperimento la conclusione secondo cui quando giudichiamo l’atteggiamento di un oratore, la sua espressione facciale è circa 1,5 volte più importante del tono di voce impiegato.

Autore: Santina Claudia Micieli, psicologa clinica
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