Maladaptive daydreaming: quando l’immaginazione supera la realtà

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Maladaptive daydreaming: quando la fantasia diviene così invalidante da inghiottire la realtà

Sognare ad occhi aperti o avere la testa tra le nuvole è una delle esperienze più comuni e piacevoli nella vita della maggior parte delle persone. Possiamo fantasticare in determinate situazioni su persone, eventi e persino su noi stessi. Tuttavia tali fantasie sono transitorie poiché quando ci si scontra con le esigenze della vita reale, esse perdono il loro potere originale.

Maladaptive Daydreaming

In alcuni casi, però, la fantasia diviene così invalidante da inghiottire la realtà intrappolando la persona in una spirale sempre più incisiva, tale da divenire con il tempo una vera e propria dipendenza. È proprio questo il caso del Maladaptive Daydreaming (MD) che può essere tradotto con “disturbo da sogni ad occhi aperti” identificato solo nel 2002 da Eli Somer (professore di psicologia clinica dell’Università di Haifa) che lo ha definito come “un’estesa attività della fantasia che sostituisce l’interazione umana e/o interferisce con il funzionamento accademico, interpersonale o professionale”.

Da tale definizione, si evince quindi che il MD compromette tutti gli aspetti della vita del soggetto, impedendogli di “vivere” adeguatamente la realtà.

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«Mi basta vivere per sognare. La realtà mi costa fatica»

Breuer (medico e psichiatra austriaco, di fine ‘800), fu il primo a descrivere la tendenza alla fantasticheria in riferimento al caso di Anna O., che sognava per ore anche durante le faccende domestiche, fingendo di rimanere sempre attenta quando gli altri le parlavano. In effetti, coerentemente a tale caso gli individui che soffrono di MD (chiamati MDers) riportano vari episodi in cui fanno finta di ascoltare gli altri per il solo scopo di non interrompere i propri sogni ad occhi aperti.

Ciò che distingue il disturbo dalla fantasia normativa è non solo l’incontrollabilità e la quantità di tempo spesa a fantasticare che può riportare in media dalle 8 alle 10 ore al giorno ma anche la presenza di inneschi (come la musica, i libri e determinati stati d’animo che comprendono lo stress, la rabbia, la frustrazione, l’isolamento sociale e la noia), e dell’attività cinestetica che rappresenta a pieno l’alto grado di coinvolgimento del proprio mondo interiore: i Mders possono ridere o piangere realmente nel corso delle loro fantasie e, quindi, emettere suoni e modificare la propria mimica facciale.

A tal proposito è interessante notare che il movimento, la musica e l’isolamento sociale sono anche le caratteristiche fondamentali dello stato ipnotico osservato tra le comunità indigene.

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Coronavirus e gli effetti della quarantena sul Maladaptive daydreaming

La pandemia da COVID-19 che si è diffusa a livello mondiale dal Dicembre 2019, ed è caratterizzata da un alto livello di sofferenza psicologica.

Il Centro Studi CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi) ha rilevato nella popolazione generale delle caratteristiche peggiori del primo lockdown in quanto allora predominava la componente ansiosa, mentre oggi si assiste alla rabbia, depressione e disorientamento, nonché alti livelli di angoscia psicologica.

Accanto alle conseguenze riportate dal CNOP, in relazione proprio al lockdown, all’adesione della quarantena obbligatoria e dell’auto-isolamento, i soggetti con MD (Maladaptive daydreaming), affermano di trascorrere più tempo nella fantasia, di sperimentare delle fantasie più intense e vivide, una maggiore incontrollabilità nonché un maggiore desiderio di sognare ad occhi aperti, preoccupazione di interrompere la propria routine, ma anche l’incapacità di poter trovare delle valide distrazione all’impulso di fantasticare.

Rispetto al precedente periodo di quarantena si è assistito ad un peggioramento delle condizioni, si sono sperimentati:

  • difficoltà di concentrazione,
  • minore soddisfazione della vita,
  • maggiori preoccupazioni per il futuro,
  • pensieri ossessioni,
  • comportamenti compulsivi,
  • ansia sociale,
  • solitudine,
  • depressione,
  • noia,
  • rabbia,
  • diminuzione dell’autostima.

Probabilmente l’individuo che soffre di MD, usa le fantasie come una sorta di automedicazione consentendogli di fronteggiare, anche se in maniera disfunzionale degli stati interni angoscianti, comportandosi proprio come una dipendenza comportamentale.

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A questo proposito un MDer utilizza le seguenti parole per descrivere come il nuovo lockdown abbia reso il suo fantasticare ancora più incontrollato e disadattivo, questo passo è riportato a titolo di esempio per rimarcare la pervasività del MD.

Con lo spettro, sempre più concreto, di un nuovo lockdown, le mie fantasie stanno perdendo il controllo. Sto sveglio intere notti solo ed esclusivamente perché provo un enorme e smodato piacere nell’immaginare di avere la ragazza dei miei sogni, quella di cui mi innamorai ben 5 anni fa, tuttavia senza mai incontrarla. Di recente l’ho ritrovata su Instagram e la situazione è nuovamente degenerata. Ho una dipendenza da lei, non intendo contattarla, mi basta la fantasia, è quella che mi dà un piacere e un euforia immensa. Se la contattassi probabilmente svanirebbe tutto”.

Il Maladaptive daydreaming in Italia

Nel mondo, con il passare degli anni, dall’identificazione del disturbo nel 2002 dal professore Eli Somer, si sta assistendo da parte dei professionisti un progressivo interessamento verso il MD.

In Italia solo nel 2016 è nato il primo gruppo virtuale di mutuo-aiuto, nel 2019 è stata pubblicata la prima tesi sperimentale sul MD, redatta dalla dott.ssa Gervasi Silvia (autrice del presente articolo), intitolata  «tra sogno e realtà: il Maladaptive daydreaming», nello stesso anno, è stato pubblicato il primo articolo in lingua italiana sul numero 4 di dicembre della rivista Psichiatria e Psicoterapia, intitolato “Maladaptive Daydreaming, teoria, ricerca e implicazioni cliniche del disturbo da sogni a occhi aperti”. Solo nel 2020 è nata, nel nostro paese, l’associazione “APS Maladaptive Daydreaming Italia” che si prefigge lo scopo di riunire i soggetti che ne soffrono e creare una rete tra i professionisti per divulgare la conoscenza sul disturbo.

Autore: Silvia Gervasi, psicologa clinica

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