4 cose che devi lasciare andare se vuoi essere felice

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Che cosa dovresti finalmente lasciare andare per essere felice? Quando ci poniamo questa domanda, siamo portati a pensare immediatamente a qualcosa che si trova fuori di noi: una relazione che ci consuma, un lavoro che non ci rappresenta più, una situazione familiare soffocante, un luogo dal quale vorremmo allontanarci. E certamente, in alcuni momenti della vita, lasciare andare significa anche compiere scelte concrete, interrompere rapporti dolorosi, cambiare direzione oppure smettere di rimanere in contesti che ci impoveriscono.

Tuttavia, ciò che ci impedisce di essere felici non coincide sempre con qualcosa che possiamo indicare facilmente

A volte non è una persona, un ambiente o una circostanza, ma un insieme di apprendimenti profondi attraverso i quali continuiamo a interpretare noi stessi, gli altri e la vita.

Possiamo cambiare città e portare con noi la stessa paura. Possiamo chiudere una relazione e ritrovarci, qualche tempo dopo, dentro un legame costruito sulle medesime dinamiche. Possiamo raggiungere un obiettivo importante e scoprire che il senso di inadeguatezza è ancora lì, pronto a spostare più avanti il traguardo che dovrebbe finalmente farci sentire abbastanza.

Questo accade perché non viviamo il presente in modo neutro. Lo attraversiamo con tutto ciò che abbiamo imparato, con le aspettative costruite nel tempo, con le memorie affettive, con le difese che ci hanno protetto e con le conclusioni che abbiamo tratto su noi stessi quando eravamo troppo piccoli per comprendere davvero ciò che stava accadendo.

La felicità non è un’emozione come la gioia

Prima di comprendere che cosa lasciare andare, dobbiamo chiarire un punto fondamentale: la felicità non è un’emozione momentanea come la gioia.

La gioia è un’esperienza emotiva che nasce in risposta a qualcosa: una bella notizia, un incontro, una conquista, un abbraccio, una sorpresa, una giornata particolarmente luminosa. Come tutte le emozioni, emerge, modifica temporaneamente il nostro stato corporeo e mentale, poi gradualmente si attenua. Non possiamo essere costantemente gioiosi, così come non possiamo vivere senza conoscere tristezza, rabbia, paura o delusione.

Pretendere di essere sempre felici nel senso di essere sempre euforici, sorridenti o pieni di entusiasmo significa inseguire una condizione fisiologicamente impossibile. La vita emotiva è mobile, complessa e attraversata da oscillazioni che hanno una funzione precisa. Anche la tristezza può aiutarci a rallentare e a elaborare una perdita, la paura può segnalarci una minaccia, la rabbia può mostrarci che qualcosa ha oltrepassato i nostri confini.

La felicità è qualcosa di diverso

Può essere intesa come una condizione più ampia e relativamente durevole, legata alla percezione di vivere una vita coerente con ciò che siamo, con i nostri valori, con i nostri desideri e con i nostri limiti. Non esclude il dolore, ma modifica il modo in cui lo attraversiamo. Non elimina le difficoltà, ma ci impedisce di sentirci continuamente estranei alla nostra stessa esistenza.

Una persona felice può piangere, sentirsi scoraggiata, vivere una perdita o attraversare una fase di grande fatica. Ciò che cambia è il terreno interno sul quale queste esperienze si depositano. Quando quel terreno è sufficientemente stabile, il dolore non diventa automaticamente la prova che la vita sia sbagliata, che non siamo amabili o che nulla potrà mai cambiare.

4 cose che devi lasciare andare se vuoi essere felice

La felicità, dunque, non si ottiene aggiungendo stimoli piacevoli a una struttura interna che continua a produrre allarme, vergogna, dipendenza e autosvalutazione. Perché possa perdurare, occorre intervenire a monte, lavorando sul vissuto dal quale nascono il nostro modo di percepirci, le relazioni che scegliamo e le previsioni che formuliamo sul futuro. In questo senso, la felicità non si afferra né si impone: accade come conseguenza di un lavoro profondo su tutto ciò che, fino a quel momento, ci ha impedito di sentirci al sicuro nella nostra vita.

1. Lascia andare la persona che hai dovuto diventare per essere amata

Ci sono persone che trascorrono gran parte della vita cercando di migliorarsi, correggersi, rendersi più interessanti, più disponibili, più efficienti o meno problematiche. Apparentemente stanno lavorando su se stesse, ma in realtà stanno continuando a obbedire a un’antica convinzione: “Per essere amato, devo diventare diverso da ciò che sono”.

Questa convinzione raramente nasce dal nulla. Può formarsi quando, durante l’infanzia, l’affetto sembra dipendere dalla capacità di non disturbare, di non contraddire, di ottenere buoni risultati, di prendersi cura degli adulti oppure di adattarsi rapidamente ai loro stati emotivi.

Il bambino, non potendo mettere in discussione la qualità dell’accudimento ricevuto, tende a mettere in discussione se stesso. Se il genitore è distante, irritabile, imprevedibile o poco disponibile, difficilmente penserà: “Questa persona non possiede le risorse emotive necessarie per comprendermi”. Sarà molto più probabile che concluda: “Sono io a essere troppo difficile”, “devo fare di più”, “non devo chiedere”, “se sarò bravo, forse tornerà ad amarmi”.

Da queste esperienze può nascere una personalità costruita prevalentemente intorno all’adattamento

C’è chi diventa estremamente responsabile, chi non riesce mai a dire di no, chi si mostra sempre allegro, chi nasconde ogni bisogno, chi trasforma l’eccellenza in un lasciapassare affettivo e chi impara a diventare esattamente ciò che gli altri si aspettano.

Il problema è che questa persona adattata può essere apprezzata, lodata e perfino ammirata, ma continuerà a non sentirsi davvero amata, perché sa, anche senza riuscire a formularlo chiaramente, che gli altri stanno entrando in relazione con la versione che mostra, non con ciò che teme di essere sotto quella costruzione.

Lasciare andare la persona che hai dovuto diventare non significa rinunciare alle qualità sviluppate nel tempo. La sensibilità, la capacità di comprendere gli altri, la responsabilità e la disponibilità possono essere risorse autentiche. Si tratta, piuttosto, di smettere di usarle come moneta di scambio per ottenere il diritto di esistere nella vita altrui.

La felicità comincia a diventare possibile quando non devi più guadagnarti continuamente l’amore, quando puoi essere presente senza esibirti, riposare senza sentirti colpevole, dire di no senza temere di perdere il legame e mostrare una parte vulnerabile senza aspettarti immediatamente disprezzo o abbandono.

Non devi lasciare andare chi sei. Devi lasciare andare la convinzione di dover essere sempre qualcosa in più, o qualcosa di meno, per meritare di essere accolto.

2. Lascia andare la speranza che il passato diventi diverso

Una parte considerevole della sofferenza umana nasce dal tentativo di ottenere nel presente una riparazione perfetta di ciò che è mancato nel passato.

Continuiamo a cercare l’approvazione del genitore che non ci ha mai visti davvero. Aspettiamo che il partner indisponibile diventi finalmente capace di amarci con continuità. Torniamo più volte da chi ci ha feriti, nella speranza che un gesto diverso possa riscrivere retroattivamente tutto ciò che abbiamo vissuto.

Non sempre restiamo legati a una persona perché ci rende felici. A volte restiamo perché rappresenta il luogo nel quale speriamo di concludere diversamente una storia molto più antica.

Chi ha conosciuto un amore discontinuo può sentirsi attratto da persone difficili da raggiungere, perché la loro distanza riattiva un’esperienza familiare: aspettare, interpretare segnali, fare di più, sperare che il prossimo gesto cambi tutto. Quando finalmente arriva una manifestazione di affetto, il sollievo può essere così intenso da essere confuso con l’amore. Non è la serenità del legame a produrre quell’intensità, ma l’interruzione momentanea dell’allarme.

Lasciare andare il passato non significa dimenticarlo, minimizzarlo o perdonare necessariamente chi ci ha feriti. Significa rinunciare all’idea che la nostra liberazione dipenda dalla trasformazione di qualcuno che, forse, non cambierà mai.

Finché aspettiamo che il passato diventi diverso, affidiamo la nostra pace a chi ha contribuito a sottrarcela

Continuiamo a pensare che staremo meglio quando qualcuno riconoscerà il danno, chiederà scusa, comprenderà la nostra sofferenza oppure ci offrirà finalmente ciò che abbiamo atteso per anni.

Quel riconoscimento può arrivare e può avere un valore enorme, ma non può costituire l’unica via attraverso cui recuperare noi stessi. In alcuni casi non arriverà, oppure arriverà in una forma parziale e insufficiente. Per questo il lavoro più doloroso, ma anche più emancipante, consiste nel riconoscere che ciò che è mancato è mancato davvero.

Elaborare una mancanza significa smettere di trasformarla in un’attesa infinita. Significa accettare che non avremo quell’infanzia, quel genitore, quella protezione o quella relazione che avremmo meritato, ma possiamo evitare che la loro assenza continui a scegliere al posto nostro.

La felicità non nasce dalla cancellazione del passato. Nasce quando il passato smette di essere la sceneggiatura inconsapevole attraverso cui costruiamo ogni nuovo legame.

3. Lascia andare la necessità di controllare tutto per sentirti al sicuro

Il controllo viene spesso confuso con la forza, l’organizzazione o la capacità di prevedere gli eventi. In realtà, quando diventa rigido e pervasivo, può essere il tentativo attraverso cui una persona cerca di non incontrare più l’imprevedibilità che, in passato, l’ha fatta soffrire.

Chi è cresciuto in un ambiente instabile può imparare molto presto a monitorare ciò che accade. Osserva il tono della voce degli adulti, le espressioni del volto, il rumore dei passi, i silenzi improvvisi. Cerca di capire in anticipo se sta per accadere qualcosa, perché anticipare sembra l’unico modo per non essere travolto.

Questa capacità può rimanere attiva anche quando il contesto originario non esiste più. Nell’età adulta si può manifestare attraverso la necessità di pianificare ogni dettaglio, controllare le reazioni altrui, rileggere continuamente i messaggi, immaginare scenari negativi oppure cercare garanzie che nessuno può realmente offrire.

Dietro il controllo non c’è sempre il desiderio di dominare. Molto spesso c’è il terrore di essere sorpresi da un dolore che non ci sentiamo in grado di affrontare.

Il problema è che la vita contiene inevitabilmente una quota di incertezza

Le persone possono cambiare, le relazioni possono attraversare crisi, il corpo può ammalarsi, i progetti possono fallire e anche le decisioni più ponderate possono condurre a risultati imprevisti. Cercare di eliminare totalmente l’incertezza non produce sicurezza, ma un’attivazione continua nella quale ogni variabile diventa una possibile minaccia.

Lasciare andare il controllo non significa diventare ingenui, irresponsabili o passivi. Significa smettere di credere che la nostra sopravvivenza emotiva dipenda dalla capacità di prevedere tutto.

La sicurezza più solida non deriva dalla certezza che nulla di doloroso accadrà, ma dalla fiducia di poter restare dalla propria parte anche quando qualcosa non andrà come sperato. È la consapevolezza di poter chiedere aiuto, porre un limite, allontanarsi, cambiare strada, sostenere una perdita e ricominciare senza abbandonare se stessi.

Quando questa fiducia si consolida, il sistema nervoso non deve più mantenersi costantemente in allerta. L’energia prima utilizzata per anticipare ogni pericolo può tornare disponibile per desiderare, creare, esplorare, riposare e incontrare ciò che non era stato programmato.

La felicità richiede una certa apertura all’imprevisto, perché non tutto ciò che non controlliamo rappresenta una minaccia. A volte proprio fuori dal perimetro delle nostre previsioni si trova una vita che non avevamo ancora imparato a immaginare.

4. Lascia andare l’idea che soffrire sia il prezzo da pagare per essere amato

Molte persone non si accorgono di essere infelici perché hanno imparato a considerare normale una quantità elevatissima di sofferenza.

Aspettano messaggi che non arrivano, giustificano assenze, sopportano ambiguità, ridimensionano umiliazioni e chiamano “amore” la fatica continua di mantenere in vita un rapporto. Non si chiedono più se quella relazione faccia bene, ma soltanto che cosa possano fare per non perderla.

Quando, durante l’infanzia, amore e dolore si presentano insieme, il sistema affettivo può imparare ad associarli. Se la stessa persona che offre protezione è anche fonte di paura, svalutazione o imprevedibilità, il bambino non può semplicemente allontanarsi. Ha bisogno di quel legame e, dunque, deve trovare un modo per restarvi dentro.

Può imparare a pensare che amare significhi comprendere sempre, aspettare, tollerare, perdonare senza cambiamenti concreti oppure rinunciare a parti di sé. Può convincersi che i propri bisogni siano eccessivi e che la sofferenza rappresenti il prezzo inevitabile della vicinanza.

Nell’età adulta questa equazione può rendere poco attraenti i rapporti stabili

Una persona disponibile, coerente e rispettosa può apparire priva di intensità, mentre una persona distante o imprevedibile può generare una forte attivazione, facilmente interpretata come passione.

Eppure, l’attivazione non coincide necessariamente con l’amore. Il cuore che accelera, l’attesa ossessiva, l’incapacità di concentrarsi e il sollievo prodotto da una risposta inattesa possono indicare che il sistema nervoso sta oscillando tra allarme e ricompensa. L’intensità percepita non dimostra la profondità del legame, soprattutto quando viene alimentata dall’incertezza.

Lasciare andare l’idea che soffrire sia necessario significa imparare a riconoscere come amore anche ciò che non destabilizza, non umilia e non costringe a lottare continuamente per ricevere il minimo indispensabile.

Non significa pretendere una relazione priva di conflitti. Ogni legame attraversa incomprensioni, delusioni e momenti di distanza. La differenza sta nella possibilità di riparare, parlare, assumersi responsabilità e modificare i comportamenti che feriscono.

Una relazione sana non elimina la sofferenza dalla vita, ma non usa la sofferenza come prova d’amore. Non ti chiede di rinunciare alla tua dignità per dimostrare che tieni al legame, non trasforma ogni confine in un tradimento e non ti costringe a scegliere continuamente tra la relazione e te stesso.

La felicità diventa più accessibile quando smetti di inseguire chi ti mantiene in uno stato di privazione e inizi a domandarti non soltanto quanto ami qualcuno, ma anche come diventi quando sei accanto a quella persona.

Non puoi lasciare andare ciò che non hai ancora compreso

“Lascia andare” è diventata una delle espressioni più usate e, forse, più fraintese del linguaggio contemporaneo. Viene pronunciata come se bastasse decidere di non pensare più a qualcosa, interrompere un comportamento oppure convincersi che il passato non abbia più importanza.

Ma non possiamo lasciare andare con un semplice atto di volontà ciò che il nostro organismo continua a percepire come necessario alla sopravvivenza.

Non puoi smettere di compiacere gli altri finché una parte di te continua ad associare il dissenso alla perdita del legame. Non puoi rinunciare al controllo se l’imprevisto viene ancora percepito come un pericolo ingestibile. Non puoi interrompere facilmente una relazione intermittente se il tuo sistema affettivo interpreta quel ciclo di attesa e sollievo come qualcosa di familiare. Non puoi smettere di sentirti inadeguato ripetendoti frasi positive, se per anni hai costruito la tua identità intorno alla convinzione di dover meritare ogni forma d’amore.

Per lasciare andare davvero è necessario comprendere che cosa stiamo trattenendo, quale funzione ha avuto e da quale dolore ci ha protetti

Molti comportamenti che oggi ci fanno soffrire sono nati come tentativi intelligenti di adattamento. Controllare poteva ridurre l’imprevedibilità. Compiacere poteva preservare il legame. Non chiedere poteva proteggere dal rifiuto. Essere sempre efficienti poteva garantire attenzione. Restare accanto a persone indisponibili poteva mantenere viva la speranza che, prima o poi, l’amore sarebbe finalmente arrivato.

Il problema non è aver costruito queste strategie. Il problema nasce quando continuiamo a utilizzarle in ogni contesto, anche quando la realtà è cambiata e quelle stesse strategie hanno iniziato a restringere la nostra vita.

Per questo la felicità non dipende soltanto da ciò che facciamo oggi. Dipende anche da quanto siamo disposti a incontrare la storia che continua ad agire dentro il presente.

La felicità accade quando non devi più tradirti per stare al mondo

Forse la felicità non arriva nel momento in cui ogni cosa si sistema, perché esisterà sempre qualcosa che sfugge ai nostri programmi, una preoccupazione, un’assenza, una responsabilità o una parte della vita che avremmo desiderato diversa.

Può accadere, invece, quando smettiamo di vivere ogni esperienza come una conferma delle antiche conclusioni su noi stessi. Quando un rifiuto non dimostra più che siamo indegni d’amore, una difficoltà non diventa la prova della nostra incapacità e la distanza di qualcuno non ci costringe automaticamente a rincorrerlo.

Essere felici non significa aver risolto ogni ferita, ma non dover più organizzare l’intera esistenza intorno a quelle ferite. Significa poter scegliere un legame perché ci fa bene e non perché riattiva qualcosa che conosciamo, riposare senza sentirci inutili, cambiare opinione senza percepirci incoerenti e lasciare una situazione dolorosa senza vivere quella scelta come un fallimento.

Se pensi che la felicità continui a sfuggirti, forse non devi inseguirla con maggiore ostinazione. Forse devi osservare ciò che, a monte, ti impedisce di riconoscerla, accoglierla e soprattutto mantenerla nel tempo.

Se senti che continui a ripetere le stesse dinamiche, che cerchi amore nei luoghi in cui devi lottare per riceverlo, che ti senti in colpa quando scegli te stesso oppure che nessun risultato riesce a placare davvero il senso di inadeguatezza, allora non ti manca la capacità di essere felice. Potresti essere ancora fedele a una storia che ti ha insegnato a sopravvivere, ma non ancora a vivere pienamente.

È proprio dentro questa consapevolezza che si colloca “Lascia che la felicità accada”

Non perché un libro possa promettere una vita senza dolore, ma perché può aiutarti a comprendere ciò che accade nel corpo, nella mente e nelle relazioni quando il passato continua a orientare il presente. La felicità non si costruisce obbligandosi a pensare positivo, bensì riconoscendo i meccanismi profondi che ci fanno confondere la protezione con la rinuncia, l’intensità con l’amore, il controllo con la sicurezza e l’adattamento con la nostra identità.

Solo quando inizi a vedere tutto questo puoi lasciare andare ciò che non ti serve più. Non con violenza e neppure rinnegando la persona che sei stata, ma ringraziando quelle antiche strategie per averti protetto e concedendoti, finalmente, di non averne più bisogno.

È allora che la felicità smette di essere un’emozione da trattenere, un premio da meritare o un obiettivo da raggiungere. Diventa il risultato naturale di una vita nella quale non devi più allontanarti da te stesso per essere amato, accettato o al sicuro. E proprio per questo, finalmente, può accadere. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine.

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