5 modi in cui gli adulti possono migliorare la salute mentale dei giovani

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

La salute mentale è in crisi. Secondo il Mind Health Report, soltanto il 17% degli italiani dichiara di avere una buona salute mentale: un dato che ci colloca tra i Paesi con gli indici più bassi d’Europa. Il quadro diventa ancora più preoccupante se guardiamo da vicino le fasce d’età: il 57% dei giovani adulti (18–24 anni) soffre di disturbi psicologici – ansia, depressione, forme acute di stress. Con l’avanzare dell’età la percentuale diminuisce, fino al 29% tra gli over 55.

È vero: i giovani risultano più vulnerabili e a rischio. Ma fermiamoci un istante su ciò che dicono i numeri. Se quasi 6 giovani su 10 convivono con un disagio psicologico, è altrettanto allarmante che 3 adulti su 10 — una persona su tre — dichiarino la stessa condizione. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma del riflesso di un progressivo peggioramento che riguarda l’intera popolazione.

La salute mentale è come un tostapane rotto

Se compriamo un tostapane, troviamo istruzioni semplici: inserisci la spina, regola la potenza, premi la leva… Il risultato è replicabile, l’errore è minimo e, soprattutto, la macchina funziona, va alla grande! Ma se il tostapane si rompesse? Se non scaldasse o se bruciasse il pane da un lato? Potremmo davvero limitarci a premere la leva con più forza, a insistere con le stesse istruzioni? Ovviamente no: dovremmo fermarci a capire cosa non funziona e trovare il modo di ripararlo. E sappiamo bene quanto possa essere difficile riparare qualcosa. A casa, infatti, quando un tostapane si rompe, facciamo prima a gettarlo via e sostituirlo e… Purtroppo sta succedendo qualcosa di tragicamente simile anche nei contesti sociali.

Davanti a persone che manifestano fragilità, tendiamo a considerarli “guasti”, “difettosi”. Non investiamo nella riparazione, non ci prendiamo il tempo di comprendere: preferiamo etichettare, stigmatizzare, emarginare. Il risultato è un meccanismo perverso di selezione sociale: chi non si adatta al gioco di forza, viene escluso o deriso, mentre chi appare duro, impenetrabile, aggressivo viene premiato come se fosse il modello da seguire.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti:

  • La società ormai premia l’aggressività. In assenza di spazi per la fragilità, la società elegge a vincenti i comportamenti dominanti, competitivi, talvolta prepotenti.

  • Si assiste a una deriva collettiva. Questo processo alimenta una cultura basata sull’apparenza, dove l’unico modo per non essere “scartati” è apparire vincenti, anche a costo di sfruttare strategie di pura finzione.

Ma una comunità che vive sull’apparenza, elimina anche la possibilità di empatia, cooperazione e crescita. Il paradosso è che, rifiutando di “riparare” ciò che appare guasto, stiamo compromettendo la salute mentale collettiva: meno capacità di ascolto, più isolamento, più conflitti, più disuguaglianze.

Per decenni, gran parte dell’educazione ha operato come se le persone fossero tostapane obbligati a funzionare nello stesso modo:reprimere ciò che deviava dallo standard era prioritario (“non piangere”, “non arrabbiarti”, “stai composto”, “fai l’uomo”, “sorridi”…). La prerogativa genitoriale era correggere l’errore più che comprenderne il senso. Il problema? Ogni volta che insegniamo a un bambino a disconoscere una parte di sé, non la eliminiamo per davvero. Il bambino la reprime ma quella parte resta lì, latente, da qualche parte… pronta a esplodere. Pronta a diventare ansia, somatizzazione, aggressività, passività o ipercontrollo.

La verità è che non siamo tostapane: nessuno ci ha dotato di un libretto d’istruzioni, pertanto era inevitabile romperci! Ogni persona porta con sé parti da integrare, riparare, comprendere. La salute mentale collettiva dipenderà sempre meno da chi riesce a mostrarsi invincibile e sempre più da chi saprà offrire accoglienza e contenimento. Ma a questo punto, cosa potrebbero fare gli adulti?

1. Essere un modello emotivo, non un correttore di comportamenti

Ciò che l’adulto incarna pesa più di ciò che dice. Un adulto che predica calma e rispetto, ma reagisce con rabbia o svalutazione, trasmette incoerenza. Le neuroscienze mostrano che i bambini e gli adolescenti apprendono per imitazione (complice la sincronizzazione dell’emisfero destro e i neuroni specchio). Pertanto interiorizzano la regolazione emotiva degli adulti di riferimento. Ecco perché, più che spiegare come si gestisce la rabbia o l’ansia, occorre mostrare loro un modo autentico e coerente di attraversarle.

Qualcuno afferma che il cervello degli adolescenti è “di natura” più sensibile alle ricompense… Tuttavia gli studi dimostrano che i circuiti della regolazione emotiva (compresi i sistemi dopaminergici) si sviluppano più solidi quando i giovani osservano un adulto capace di contenimento. Pertanto, ancora una volta, la fragilità non è nell’adolescente in sé ma nell’ambiente sociale che sostiene lo sviluppo degli adolescenti.

2. Donare valore alla presenza (di sé e dell’altro)

Molti giovani crescono in contesti dove il messaggio implicito è: “Se riesci, vali. Se fallisci, deludi.”. Questo genera ansia da prestazione e senso di inadeguatezza. Gli adulti possono invertire questa dinamica non celebrando solo i risultati, ma riconoscendo la persona nel suo esserci e… a loro volta, mostrando presenza. Non bisogna sorprenderci se i giovani trascorrono tante ore dinanzi agli smartphone perché lì trovano esattamente ciò che manca nella relazione con gli adulti: una presenza costante, immediata, apparentemente incondizionata. Lo schermo non giudica, non pretende voti, non misura il valore in base al risultato. È sempre disponibile, offre risposte rapide, intrattenimento senza limiti, un’illusione di compagnia che supplisce all’assenza di ascolto autentico nella vita reale.

3. Mostrargli che la loro esistenza ha valore

Quando i giovani non sentono che la loro esistenza “vale” al di là della prestazione, è naturale che cerchino altrove la sensazione di essere visti. Lo smartphone è la fuga perfetta che però, non nutre davvero, offre stimoli veloci che colmano solo in superficie, senza costruire radici emotive.

Per invertire questa dinamica, gli adulti devono recuperare il senso della presenza incarnata: non quella che controlla, ma quella che accompagna. Essere presenti significa esserci con il corpo, con lo sguardo, con la disponibilità emotiva. Significa saper dire:

  • “Ti ascolto, non perché hai fatto bene o male, ma perché sei importante per me”.
  • “Sono qui, anche se non hai nulla di speciale da raccontarmi”.
  • “Conta più il tuo esserci che la tua performance”.

Questa qualità di presenza, se costante, modella nel giovane la convinzione che il valore personale non si misura nei traguardi raggiunti, ma nell’essere riconosciuti come persone intere.

La ricerca neuroscientifica conferma che sentirsi “visti” in modo incondizionato attiva i circuiti della sicurezza (ossitocina, serotonina), riduce l’attivazione dell’asse dello stress e favorisce lo sviluppo di una regolazione emotiva stabile.

4. Creare spazi di ascolto autentico: dal “ti spiego” al “ti accolgo”

Molti adulti, trattando gli altri come tostapane, ascoltano per aggiustare… Mentre ciò che serve è un ascolto per accogliere: una relazione dove il sentire può esistere prima della soluzione. Prima dell’obbligo, prima dell’ennesimo compromesso!

L’ascolto autentico è una funzione di rêverie: prendo dentro di me il tuo caos, lo tengo un po’, lo restituisco più digeribile. Se, al contrario, l’adulto offre consigli immediati o moralismi, il giovane si chiude—non per capriccio, ma per autoprotezione. Inoltre, le neuroscienze mostrano che dare un nome a ciò che si prova, descrivere stati interiori complessi, riduce l’attivazione limbica e aumenta il controllo esecutivo (in pratica, migliora la salute mentale). Ma quel nome deve arrivare senza giudizio, altrimenti diventa l’ennesima etichetta svalutante.

Tutti noi dovremmo imparare ad applicare delle micro-pratiche di ascolto che mira all’accoglienza e non a forzare un funzionamento. Ecco alcuni esempi per capire la differenza tra il “ti ascolto per aggiustarti” (e intanto ti etichetto e ti forzo a funzionare come dico io) dal “ti ascolto per comprenderti e, intanto ti do la libertà di agire sentendoti al sicuro” (il “funzionare” verrà da sé!).

  • Temporizzare: “Vuoi sfogarti cinque minuti senza che io ti interrompa?”
  • Riflettere: “Mi arriva che oggi ti sei sentito escluso. È così?”
  • Domande che aprono: “Cosa ti farebbe sentire un filo più al sicuro/meglio adesso?”
  • Silenzio competente: tollerare pause senza riempirle di soluzioni.

Se qualcuno dice: “Ho sbagliato tutto, non combino nulla”. L’adulto repressivo risponderà: “Smettila di esagerare, guarda quante cose hai”. Mentre un adulto che ha imparato ad ascoltare, dirà: “Ti senti davvero giù. Restiamo qui un attimo con questa sensazione. Quando l’hai avvertita per la prima volta oggi?”. La seconda risposta amplia la finestra di tolleranza e trasforma la vergogna in materiale da poter trasformare.

5. Se gli adulti guariscono… non feriranno i giovani

Gianni Rodari, pedagogista e scrittore del secolo scorso, lo aveva già intuito. Con le sue parole: «Dove c’è un errore di mio figlio, prima ci deve essere stato un errore mio, in qualche cosa, in qualche modo, non so dove e quando: se ha sbagliato lui, prima devo aver sbagliato io».

Ogni generazione trasmette non solo valori, ma anche ferite irrisolte. Le ansie, le rigidità, le paure non elaborate degli adulti filtrano inevitabilmente nel modo in cui educano, parlano, contengono — o non contengono — i giovani. Un genitore che non ha imparato a stare con la propria rabbia tenderà a reprimerla o a riversarla sui figli; un insegnante che non ha mai ricevuto ascolto autentico farà fatica ad offrirlo agli studenti; un adulto che vive ancora schiacciato dal proprio bisogno di approvazione rischia di fagocitare tutte le attenzioni dei giovani o chiedergli di diventare “perfetti” per colmare la sua stessa insicurezza. I figli diventano inconsapevoli depositari delle fratture emotive dei genitori e, generazione dopo generazione, quelle fratture ignorate si sono trasformate in voragini! E i dati che ti ho mostrato in apertura dell’articolo parlano chiaro.

Bada bene. Non si tratta di colpa, ma di un meccanismo automatico: chi non ha mai sperimentato contenimento, difficilmente riesce a offrirlo. Un adulto, anche se dotato delle migliori intenzioni, se vive in uno stato cronico di iperattivazione (con cortisolo elevato, tensione muscolare, insonnia o ipercontrollo) trasmette segnali non verbali di allarme. I giovani, che hanno sistemi nervosi molto permeabili agli stimoli esterni, interiorizzano questi messaggi come un sottofondo costante di instabilità… un’instabilità che crescendo fanno propria. Al contrario, un adulto che ha imparato a regolare le proprie emozioni, a sostare nella vulnerabilità senza esserne travolto, comunica sicurezza: il suo corpo diventa un porto calmo che insegna implicitamente al giovane che si può sentire, cadere e rialzarsi senza essere distrutti.

Ecco perché la vera prevenzione passa dall’auto-riparazione degli adulti.

    • Un genitore che impara a riconoscere la propria paura di non essere amato non chiederà al figlio di essere impeccabile per sentirsi adeguato.
    • Un insegnante che affronta la propria rabbia repressa non avrà bisogno di “disciplinare” con durezza per sentirsi in controllo.
    • Un adulto che ha fatto i conti con la propria fragilità non giudicherà quella dei giovani come debolezza, ma come parte naturale dell’esperienza umana.

Guarire, per un adulto, significa spezzare il ciclo intergenerazionale della ferita: non trasmettere più il dolore non elaborato, ma offrire un esempio diverso. Non si tratta di raggiungere una perfezione impossibile, ma di mostrarsi in cammino, capaci di dire: “Anche io sto imparando, e va bene così”.

In questo modo i giovani non ricevono solo regole o parole, ma la testimonianza più potente: che le ferite non sono una condanna, ma possono diventare un punto di partenza per una vita più autentica. Molti giovani e adulti si chiedono: da dove si comincia per fare qualcosa di concreto? La risposta non è in formule magiche ma nell’educazione emotiva che avremmo dovuto ricevere sin da piccoli e che oggi possiamo finalmente apprendere. È per questo che nasce il saggio «Lascia che la felicità accada – Lezioni di educazione emotiva per imparare a vivere e viversi meglio», disponibile in tutte le librerie o su amazon, a questa pagina. Perché le ferite generazionali non sono una condanna, ci serve soltanto un linguaggio nuovo per guarirle. E questo linguaggio possiamo impararlo, passo dopo passo, ogni giorno.

Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in psicobiologia
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