
Liquidare tutto questo come “paura della felicità” o “paura del successo” rischia però di spiegare molto poco
C’è un meccanismo più profondo: la mente non utilizza l’esperienza passata soltanto per ricordare ciò che è accaduto, ma anche per prevedere ciò che probabilmente accadrà. Se per molto tempo hai imparato che la tranquillità era precaria, che l’affetto poteva essere ritirato, che abbassare la guardia esponeva a brutte sorprese o che il tuo valore dipendeva da quanto riuscivi a fare, una condizione finalmente positiva può essere desiderabile e, allo stesso tempo, poco familiare. Il conosciuto, infatti, non coincide necessariamente con ciò che ci fa bene: coincide soprattutto con ciò che abbiamo imparato a riconoscere, anticipare e gestire.
Ecco perché, qualche volta, possiamo finire per interferire proprio con ciò che desideravamo. Non perché vogliamo stare male, ma perché una parte delle nostre strategie continua a funzionare secondo vecchie previsioni.
5 modi in cui ti autosaboti proprio quando le cose iniziano ad andare bene
L’autosabotaggio, quindi, non è sempre il gesto evidente con cui mandiamo all’aria qualcosa. Molto più spesso si nasconde in piccole operazioni che sembrano perfino ragionevoli: ridimensioniamo una conquista, cerchiamo la crepa dentro una situazione stabile, alziamo continuamente l’asticella o mettiamo alla prova ciò che ci sta facendo bene. Il filo comune è che, quando la realtà comincia a essere diversa da quella che avevamo imparato ad aspettarci, possiamo tentare inconsapevolmente di ricondurla entro coordinate più conosciute. Ecco cinque modi in cui succede.
1. Sminuisci ciò che ti sta facendo stare bene
Ottieni un buon risultato e pensi che, in fondo, non fosse poi così difficile. Qualcuno ti fa un complimento e trovi immediatamente una spiegazione che lo renda meno significativo. Una relazione procede bene, ma invece di sentire sicurezza inizi a pensare: «Vediamo quanto dura». Non sempre si tratta di semplice pessimismo. In psicologia della regolazione emotiva si parla anche di dampening, cioè di quelle strategie cognitive attraverso cui attenuiamo un’emozione positiva mentre la stiamo vivendo.
Possiamo farlo confrontando immediatamente il nostro risultato con quello di qualcuno che ha ottenuto di più, concentrandoci sull’unica cosa che non è andata perfettamente, anticipando una futura delusione oppure spostando subito l’attenzione sull’obiettivo successivo. È una sorta di declassamento preventivo del buono: se attribuisco meno valore a ciò che ho ricevuto, forse avrò anche meno da perdere. «Se non mi entusiasmo troppo, non rimarrò troppo deluso»; «se non credo fino in fondo che questa persona possa amarmi, soffrirò meno se cambierà idea».
Il problema è che questa strategia non riduce soltanto un possibile dolore futuro
Riduce anche la possibilità di lasciarsi raggiungere da ciò che sta accadendo adesso. Alcune persone sono diventate molto capaci di tollerare la fatica, affrontare emergenze e reagire agli imprevisti, ma hanno pochissima esperienza nel permanere in uno stato di soddisfazione senza neutralizzarlo immediatamente. Non perché stare bene sia pericoloso in sé, ma perché può richiedere di sospendere, almeno per un momento, quelle operazioni di controllo che per anni hanno dato una sensazione di protezione.
2. Quando non c’è un problema, inizi a cercarlo
Ci sono persone per le quali la serenità non coincide con «va tutto bene», ma con «non ho ancora capito cosa sta per andare storto». Una relazione è stabile e iniziano a osservare attentamente ogni variazione nei messaggi dell’altro; il lavoro procede bene e una risposta più asciutta del responsabile diventa un possibile segnale di cambiamento; si risolve finalmente un problema importante e, anziché arrivare il recupero, l’attenzione ne individua immediatamente un altro.
Questo succede perché la nostra attenzione non registra passivamente tutto ciò che esiste intorno a noi
Seleziona le informazioni anche in funzione di ciò che considera rilevante. Se per molto tempo anticipare i problemi è stato utile per non essere colti impreparati, la mente può continuare a scandagliare l’ambiente anche quando non esiste una minaccia evidente. La domanda non è più soltanto «c’è qualcosa che non va?», ma diventa «che cosa non sto vedendo?».
A quel punto qualcosa si trova quasi sempre: un ritardo nella risposta, una piccola spesa imprevista, un’espressione diversa dal solito, un fastidio fisico, una frase pronunciata in modo meno affettuoso. Gli elementi non sono necessariamente inventati. Il punto è il valore che assumono rispetto a tutte le altre informazioni disponibili. Un dettaglio piccolo viene trattato come se possedesse un enorme potere predittivo, mentre decine di segnali rassicuranti passano in secondo piano. Così la tranquillità viene trasformata in una specie di sala d’attesa: non stai vivendo il fatto che le cose vadano bene, stai aspettando di scoprire che cosa le farà smettere di andare bene.
3. Sposti continuamente il momento in cui potrai sentirti soddisfatto
«Quando terminerò questo lavoro potrò finalmente rilassarmi». Il lavoro finisce, ma adesso deve essere apprezzato. Arriva l’apprezzamento, ma bisogna capire se saprai replicarlo. Riesci a replicarlo, ma ora devi dimostrare che non è stato un caso. Il traguardo continua a spostarsi e la soddisfazione rimane sempre un po’ più avanti.
Questa forma di autosabotaggio è difficile da riconoscere perché assomiglia molto all’ambizione. La differenza non consiste nel desiderare nuovi obiettivi: consiste nel fatto che ciò che hai appena raggiunto non viene mai realmente acquisito come esperienza. Appena ottieni qualcosa, quella conquista smette di essere un risultato e diventa il nuovo standard minimo che devi mantenere. Quello che ieri avrebbe rappresentato una conferma importante oggi diventa semplicemente ciò che «ormai dovresti saper fare».
Questo meccanismo è particolarmente frequente quando il riconoscimento personale è stato a lungo legato alla prestazione
Se sei stato visto soprattutto quando eri bravo, utile, autonomo, efficiente o capace di risolvere problemi, potresti aver imparato molto bene la sequenza dell’attivazione: impegnarti, fare di più, correggere, perseverare. Può essere molto meno familiare il passaggio successivo: concludere. Accorgerti che una cosa è finita, che per qualche momento non occorre migliorarla, trasformarla o dimostrarla di nuovo.
In questo modo il successo non produce recupero ma ulteriore attivazione. E non perché tu sia necessariamente insoddisfatto di natura: potresti semplicemente avere imparato a sentirti più al sicuro mentre stai facendo qualcosa per ottenere valore che nel momento in cui quel valore dovrebbe poter essere semplicemente riconosciuto.
4. Metti continuamente alla prova ciò che funziona
È uno dei meccanismi più evidenti nelle relazioni. Qualcuno è presente, affidabile e affettuoso, ma la rassicurazione non sembra durare. Allora ti allontani per vedere se ti cerca, chiedi conferme, interpreti piccole variazioni come segnali di perdita di interesse oppure aumenti progressivamente ciò che l’altro dovrebbe fare per dimostrarti quanto tiene a te.
Il problema è che nessuna prova riesce a fornire una sicurezza definitiva, perché il dubbio non dipende necessariamente da ciò che quella persona sta facendo oggi. Può essere sostenuto da una previsione costruita molto prima di incontrarla. Se hai imparato che chi ami prima o poi si allontana, che mostrare troppo bisogno fa perdere l’altro o che l’affetto può essere ritirato improvvisamente, una relazione affidabile non cancella automaticamente quelle aspettative. Per un certo periodo può persino renderle più visibili, perché le contraddice.
La ricerca sull’autoverifica ha mostrato quanto gli esseri umani tendano a cercare una certa coerenza tra le informazioni che ricevono e le rappresentazioni che possiedono di se stessi
Naturalmente questo non significa che una persona voglia essere abbandonata o trattata male. Significa però che un’esperienza profondamente incompatibile con ciò che abbiamo imparato a pensare di noi può richiedere un aggiornamento più complesso di quanto immaginiamo.
Se dentro di te esiste da molto tempo la convinzione di essere facilmente sostituibile, difficile da amare o destinato prima o poi a essere lasciato, incontrare qualcuno che rimane non rappresenta soltanto una buona notizia. Introduce anche una domanda destabilizzante: «E se ciò che ho creduto per anni su di me e sulle relazioni non fosse del tutto vero?». Lasciarsi amare, in certi casi, significa anche rinunciare lentamente alle spiegazioni attraverso cui avevamo imparato a dare ordine alla nostra storia.
5. Ti ritiri proprio quando riuscire diventa una possibilità concreta
Prepari a lungo un progetto e rimandi proprio l’ultima telefonata. Vorresti cambiare lavoro, ma quando arriva un’opportunità reale inizi improvvisamente a trovare tutti i motivi per cui non sarebbe quella giusta. Desideri esporti professionalmente, poi qualcuno ti nota e tu riduci l’impegno. Oppure riempi di altre cose i giorni che precedono una prova importante, così da arrivarci in condizioni peggiori e poter pensare, se andrà male, che con più tempo sarebbe stato diverso.
È uno dei modi in cui può manifestarsi il self-handicapping, cioè la tendenza a creare condizioni che rendano più difficile una prestazione e, contemporaneamente, proteggano l’immagine che abbiamo di noi stessi. Finché non ti esponi completamente, infatti, una possibilità rimane salva: «avrei potuto farcela, se…». Provare davvero rende invece il risultato più informativo.
Ma c’è anche un secondo elemento, meno raccontato: riuscire può obbligarci a cambiare posizione
Essere riconosciuti può renderci più visibili, modificare le aspettative degli altri, alterare gli equilibri nelle nostre relazioni e soprattutto mettere in crisi un’identità che conosciamo molto bene. Alcune persone hanno trascorso anni sentendosi “quella che deve recuperare”, “quello che deve dimostrare”, “quella che ce la fa da sola”, “quello a cui le cose facili non capitano”. Una conquista importante non aggiunge semplicemente qualcosa alla loro vita: rischia di sottrarre il ruolo attraverso cui l’avevano organizzata.
Ecco perché, talvolta, non temiamo soltanto ciò che accadrebbe se fallissimo. Possiamo essere disorientati anche da ciò che accadrebbe se questa volta funzionasse davvero. Perché se non devi più essere la persona che combatte continuamente per ottenere un posto, prima o poi compare una domanda nuova: chi puoi diventare quando quel posto, finalmente, ce l’hai?
Cosa farne adesso
Accorgersi di questi meccanismi non dovrebbe diventare l’ennesimo esercizio di sorveglianza su se stessi. Sarebbe paradossale trasformare l’autosabotaggio in un altro motivo per accusarsi: «Ecco, andava tutto bene e sono riuscito a rovinare anche questo». È molto più utile osservare che cosa succede subito dopo un’esperienza positiva. Arriva un pensiero che la svaluta? Compare una nuova urgenza? Ti senti stranamente irritabile? Hai bisogno di controllare? Cominci a cercare qualcosa che non va? Ti viene voglia di allontanarti?
Quel passaggio può raccontare molto più dell’autosabotaggio stesso. Potresti non stare scoprendo che quella relazione, quel progetto o quella condizione non fanno per te. Potresti stare incontrando il confine tra ciò che è già familiare e qualcosa che la tua esperienza non ha ancora imparato a trattare come normale.
Cambiare, infatti, non significa soltanto diventare più capaci di attraversare ciò che fa male
Qualche volta significa anche imparare a non interrompere troppo presto ciò che fa bene: permettere a una relazione affidabile di esserlo senza sottoporla continuamente a verifica, lasciare che un risultato esista prima di trasformarlo in una nuova richiesta, tollerare una giornata tranquilla senza doverne anticipare la fine.
Le vecchie previsioni non cambiano soltanto perché abbiamo capito da dove vengono. Hanno bisogno di incontrare esperienze abbastanza diverse, abbastanza coerenti e abbastanza ripetute da poter essere aggiornate. A volte, quindi, il passo nuovo non consiste nel fare qualcosa in più. Consiste nel rimanere abbastanza a lungo dentro qualcosa di buono da permettere alla mente di scoprire che non tutto ciò che è nuovo è anche pericoloso.
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