5 segnali che hai imparato a cavartela da solo troppo presto

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono bambini che possono permettersi di essere bambini. Possono avere paura e cercare qualcuno, sbagliare e farsi aiutare, sentirsi sopraffatti e trovare un adulto capace di contenere ciò che ancora non sanno regolare da soli. E poi ci sono bambini che imparano molto presto un’altra regola: quando qualcosa fa male, bisogna cavarsela.

Non necessariamente perché siano stati lasciati materialmente soli

A volte gli adulti c’erano, ma erano emotivamente indisponibili, imprevedibili, fragili, assorbiti dai propri problemi oppure poco capaci di riconoscere e rispondere agli stati interni del bambino. In questi contesti può svilupparsi una forma di adultizzazione precoce: il bambino impara a ridurre le richieste, anticipare i problemi, non disturbare, adattarsi rapidamente e diventare competente prima che quella competenza possa nascere con gradualità.

Quella che dall’esterno appare come maturità può allora essere una forma di pseudomaturità. Il bambino sembra autonomo, responsabile, “facile da gestire”, ma parte di quella autonomia nasce dal fatto che ha imparato a non aspettarsi troppo dall’altro.

È una differenza fondamentale.

Perché l’autonomia sana nasce dalla progressiva interiorizzazione di una base sicura: posso provare, esplorare, sbagliare, perché se avrò bisogno qualcuno potrà aiutarmi. L’autonomia difensiva nasce invece da un’altra previsione: è meglio che impari a fare da solo, perché non so se qualcuno ci sarà.

Crescendo, questa organizzazione può trasformarsi in autosufficienza compulsiva: non semplicemente la capacità di farcela da soli, ma la sensazione di dovercela fare da soli. Ed è proprio qui che ciò che un tempo è stato una soluzione può diventare, nell’età adulta, una gabbia.

5 segnali che hai imparato a cavartela da solo troppo presto

Questi segnali non indicano semplicemente che sei una persona indipendente. Una buona autonomia comprende anche la possibilità di affidarsi, chiedere, ricevere, riconoscere i propri limiti e tollerare una temporanea dipendenza dall’altro. Qui parliamo invece di un’autonomia che può essersi costruita attraverso una precoce inibizione del bisogno: il bisogno continua a esistere, ma impari a non mostrarlo, a non formularlo o addirittura a non riconoscerlo più.

1. Chiedere aiuto ti mette più a disagio che fare tutto da solo

Puoi essere stanco, sovraccarico, perfino in difficoltà, eppure la risposta che compare quasi automaticamente è: «Faccio io». Non necessariamente perché pensi che gli altri siano incompetenti. Molto spesso c’è qualcosa di più sottile: chiedere aiuto significa esporti alla possibilità che qualcuno non ci sia, minimizzi il problema, si mostri infastidito, risponda in modo discontinuo oppure ti faccia sentire in debito.

Fare da solo, invece, riduce l’incertezza.

È qui che l’indipendenza può diventare iperindipendenza difensiva: non ti limiti a sapere che puoi contare su te stesso, ma tendi a escludere l’altro dal circuito del bisogno prima ancora di verificare se quell’altro potrebbe realmente esserci.

In termini psicologici, può instaurarsi una vera e propria aspettativa di indisponibilità dell’altro. Non serve pensare consapevolmente “nessuno mi aiuterà”. È sufficiente che il tuo sistema relazionale abbia imparato, attraverso molte esperienze, che dipendere dagli altri comporta un margine di rischio troppo elevato. Da qui nasce una strategia molto efficace: se non chiedo, non posso essere deluso. Il problema è che, insieme alla possibilità della delusione, elimini anche la possibilità di vivere un’esperienza diversa.

Non puoi scoprire che qualcuno potrebbe restare se te ne vai prima. Non puoi scoprire che qualcuno potrebbe aiutarti se non glielo permetti. Non puoi modificare la tua previsione sull’altro se continui a proteggerla evitando ogni verifica. Così puoi diventare bravissimo a sostenere gli altri e sorprendentemente incapace di ricevere sostegno.

2. Quando stai male, la tua prima preoccupazione è continuare a funzionare

Hai ricevuto una brutta notizia? Devi comunque lavorare. Sei esausto? Porti a termine ciò che avevi promesso. Sei triste? Cerchi immediatamente una soluzione. Qualcosa ti ferisce? Prima ancora di chiederti cosa senti, pensi a cosa devi fare. Per alcune persone, il funzionamento diventa una forma di regolazione.

Non si tratta soltanto di senso del dovere. Può esserci un vero e proprio iperfunzionamento: mantenersi operativi, efficienti e produttivi serve a impedire che il proprio stato interno occupi troppo spazio.

Dietro può esserci un apprendimento antico: quello che provo non deve creare problemi.

Se da bambino nessuno poteva davvero fermarsi con te quando eri spaventato, triste o sopraffatto, potresti aver imparato molto presto a spostare l’attenzione dall’esperienza emotiva alla prestazione: cosa devo fare adesso? Come risolvo? Come torno in piedi?

È una forma di regolazione prestazionale: fai, organizzi, risolvi, produci perché l’azione ti permette di sentire meno intensamente la vulnerabilità.Nel tempo può costruirsi una vera identità prestazionale: inizi a riconoscerti soprattutto attraverso ciò che riesci a sostenere.

Essere competente calma. Essere utile calma. Sapere cosa fare calma. Ed è qui che il problema diventa invisibile, perché dall’esterno vieni spesso premiato proprio per ciò che ti costa di più. “Come fai a fare tutto?” “Sei fortissimo.” “Su di te si può sempre contare.” Ma se la tua organizzazione interna è fondata sull’idea che devi funzionare anche quando stai male, il riposo non viene più vissuto come una necessità fisiologica. Diventa qualcosa che devi meritare. Non ti fermi perché sei stanco. Ti fermi quando hai fatto abbastanza da poter giustificare la stanchezza.

3. Ti accorgi immediatamente dei bisogni degli altri, molto meno dei tuoi

Entri in una stanza e capisci subito chi è nervoso. Riconosci da una variazione del tono di voce che qualcosa non va. Noti piccoli cambiamenti nell’espressione dell’altro. Intuisci quando è meglio parlare e quando conviene aspettare.

Poi qualcuno ti chiede: “E tu cosa vuoi?” E improvvisamente la risposta è molto meno immediata. Questa asimmetria può raccontare una storia importante. Quando un bambino cresce in un ambiente emotivamente imprevedibile, può sviluppare un sofisticato monitoraggio interpersonale. Prestare attenzione allo stato degli adulti diventa adattivo, perché permette di anticipare ciò che potrebbe accadere.

Mamma oggi è nervosa? Papà è di cattivo umore? Posso chiedere questa cosa? È meglio stare zitto? Come faccio a non peggiorare la situazione? L’attenzione viene così progressivamente addestrata verso l’esterno. Può svilupparsi una forma di ipervigilanza relazionale: una sensibilità molto elevata ai segnali dell’altro, non necessariamente perché si sia “troppo empatici”, ma perché leggere l’altro è diventato un modo per orientarsi e sentirsi più al sicuro.

Questo tipo di apprendimento produce spesso un paradosso

Puoi essere molto sofisticato nella lettura degli stati altrui e avere una scarsa accessibilità introspettiva ai tuoi. Sai immediatamente cosa potrebbe aver ferito l’altro, ma impieghi ore per capire che qualcosa ha ferito te. Sai cosa serve agli altri, ma quando si tratta dei tuoi bisogni compaiono formule vaghe: “non importa”, “va bene così”, “decidi tu”.

È una forma di decentramento cronico da sé: il baricentro percettivo resta continuamente spostato sull’altro. E a lungo andare questo può creare una difficoltà profonda: non soltanto chiedere ciò di cui hai bisogno, ma accorgerti che ne hai bisogno.

4. Essere accudito ti fa sentire vulnerabile, in debito o perfino a disagio

Puoi desiderare profondamente che qualcuno si prenda cura di te e, quando finalmente accade, non riuscire a rilassarti. Qualcuno ti offre aiuto e senti immediatamente il bisogno di ricambiare. Ti fanno un regalo importante e cominci a pensare a come restituire il favore. Una persona si occupa di te mentre sei in difficoltà e una parte di te si sente quasi in colpa.

È come se ricevere senza fare nulla in cambio producesse uno squilibrio difficile da tollerare. Questo può accadere quando non si è sviluppata una sufficiente tolleranza alla dipendenza. Dipendere temporaneamente da qualcuno è una parte normale della vita adulta. Succede quando ci ammaliamo, quando siamo stanchi, quando attraversiamo un lutto, quando abbiamo bisogno di consiglio o semplicemente quando desideriamo lasciarci accudire.

Eppure, per chi ha imparato troppo presto a cavarsela da solo, l’affidamento può essere percepito come una posizione pericolosa. Chi dà mantiene agentività: può agire, organizzare, decidere, controllare. Chi riceve deve fare qualcosa di molto più complesso: permettere all’altro di avvicinarsi.

Ed è proprio qui che può emergere una forma di vulnerabilità dipendente: non perché dipendere sia patologico, ma perché quella posizione riattiva antiche aspettative di delusione, rifiuto o imprevedibilità. La mente può allora cercare di ristabilire immediatamente l’equilibrio: devo ricambiare, devo restituire, devo dimostrare che non sto approfittando.

In questo modo l’accudimento viene trasformato in una transazione. E si perde qualcosa di fondamentale: la possibilità di fare esperienza di un legame nel quale, almeno per un momento, non devi meritare ciò che ricevi.

5. Gli altri ti considerano forte, ma quasi nessuno sa davvero quando sei in difficoltà

“Tu ce la fai sempre.” “Sei quella forte.” “Tu sai come risolvere le cose.” A volte queste frasi fanno piacere. Altre volte diventano una prigione. Quando per molto tempo sei stato riconosciuto soprattutto attraverso la tua competenza, può costruirsi una identità iperadattata: ti percepisci come quello che sostiene, organizza, contiene, risolve. Non è più semplicemente ciò che fai. È ciò che senti di dover essere.

Da qui nasce una particolare coerenza identitaria difensiva: continui a mostrarti forte anche quando avresti bisogno di essere sostenuto, perché uscire da quel ruolo produce una sensazione di disorientamento. Se non sono quello che tiene tutto insieme, chi sono? Se dico che non ce la faccio, cambierà il modo in cui mi vedono? Se smetto di essere utile, qualcuno resterà comunque?

Queste domande non vengono sempre formulate consapevolmente. Possono restare sullo sfondo e organizzare il comportamento. Si crea così una profonda discrepanza tra immagine esterna ed esperienza interna. Gli altri vedono solidità. Tu conosci lo sforzo necessario per mantenerla.

E può accadere qualcosa di dolorosamente paradossale

Proprio perché mostri raramente il tuo bisogno, le persone intorno a te finiscono per presumere che tu non ne abbia. Non necessariamente perché siano egoiste o insensibili. Semplicemente, hai costruito negli anni una segnalazione di autosufficienza così coerente che il tuo bisogno diventa poco leggibile.

Se dici sempre “non preoccuparti”, prima o poi gli altri smetteranno di preoccuparsi. Se rispondi sempre “ce la faccio”, finiranno per crederti. E allora può arrivare una sensazione molto dolorosa: io ci sono sempre per tutti, ma quando sto male io non c’è nessuno. A volte è vero. Altre volte, però, nessuno ha ancora imparato a riconoscere una parte di te che tu stesso hai dovuto tenere nascosta per molti anni.

Il problema non è essere forti. È non potersi permettere altro

Crescere significa certamente sviluppare autoregolazione, capacità decisionale, tolleranza della frustrazione e autonomia. Ma una buona autonomia non elimina la dipendenza: la rende flessibile.

Una persona sufficientemente sicura può stare da sola senza sentirsi abbandonata e stare con qualcuno senza sentirsi intrappolata. Può chiedere aiuto senza sentirsi incapace. Può ricevere senza trasformare immediatamente ciò che riceve in un debito. Può sentirsi vulnerabile senza vivere quella vulnerabilità come una perdita di valore.

Questa è forse una delle differenze più importanti tra autonomia e autosufficienza coatta.

L’autonomia dice: posso farcela da solo. L’autosufficienza coatta dice: devo farcela da solo. E la distanza tra queste due frasi è enorme. Nella prima c’è scelta. Nella seconda c’è necessità. Per questo il lavoro psicologico, in questi casi, non consiste nel rendere una persona ancora più autonoma. Molto spesso è già fin troppo allenata all’autonomia.

Consiste nel rendere più flessibile la sua economia affettiva del bisogno: riconoscere quando ha bisogno, tollerare quel bisogno, comunicarlo, permettere all’altro di rispondere e soprattutto fare esperienza del fatto che dipendere temporaneamente da qualcuno non significa perdere sé stessi.

Significa anche rendere meno necessarie quelle strategie di deattivazione dell’attaccamento attraverso cui, nel tempo, abbiamo imparato a minimizzare i bisogni di vicinanza e sostegno e a privilegiare l’autosufficienza per proteggerci dall’indisponibilità dell’altro

Ed è qui che può iniziare qualcosa di nuovo.

Non quando impari a essere più forte. Quella parte di te è già stata allenata fin troppo bene. Ma quando cominci a scoprire che puoi essere competente senza essere sempre invulnerabile, autonomo senza essere isolato, affidabile senza essere indispensabile. E soprattutto quando puoi fare un’esperienza che forse, molto presto, hai imparato a considerare pericolosa: avere bisogno di qualcuno e continuare a sentirti integro.

Se vuoi capire meglio perché alcuni adattamenti costruiti nell’infanzia continuano a organizzare il modo in cui vivi te stesso e le tue relazioni anche da adulto, ho scritto “Lascia che la felicità accada” proprio per accompagnarti in questo percorso. È un libro che offre strumenti concreti per riconoscere i tuoi automatismi, comprendere i bisogni che li hanno resi necessari e costruire modalità nuove di stare con te stesso e con gli altri.

Perché conoscere la propria storia non serve a convincersi di essere stati “danneggiati”. Serve a recuperare libertà. La libertà di poter dire, finalmente: so cavarmela da solo. Ma non devo più farlo sempre. Il mio libro lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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