5 segnali che il senso del dovere verso un genitore anziano ti sta consumando

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Prendersi cura di un genitore che invecchia può essere un gesto d’amore. Ma l’amore, nelle famiglie, raramente arriva da solo. Insieme all’affetto possono esserci il senso del dovere, la gratitudine, la paura di essere giudicati, vecchie promesse mai pronunciate, il bisogno di non deludere nessuno. E possono esserci anche molti anni di storia trascorsi insieme: ciò che abbiamo ricevuto da quel genitore, ciò che ci è mancato, quello che non siamo mai riusciti a dirgli e, qualche volta, quello che continuiamo ancora ad aspettare da lui.

Per questo assistere una madre o un padre anziano non significa soltanto occuparsi delle necessità del presente. A volte significa ritrovarsi, senza quasi accorgersene, dentro una relazione molto antica.

All’inizio sono piccole cose

Una visita dal medico, una commissione, una telefonata in più. Poi arrivano i farmaci da controllare, gli appuntamenti, la spesa, le emergenze, le decisioni da prendere. E lentamente la nostra vita può cominciare a organizzarsi intorno alla loro. Non necessariamente perché qualcuno ce lo abbia imposto.

A volte siamo noi a non riuscire più a tirarci indietro. Non diciamo: “Voglio andare”. Diciamo: “Devo andare.” E quel devo può contenere molte cose diverse. Può esserci l’affetto, certamente, ma anche la paura che possa succedere qualcosa in nostra assenza, la convinzione che nessun altro saprebbe occuparsene come noi, il timore di essere giudicati dai familiari. Oppure quella voce più silenziosa che ci dice che un figlio dovrebbe esserci sempre, che dopo tutto quello che un genitore ha fatto per noi non possiamo permetterci di dire di no, che prenderci uno spazio significherebbe essere egoisti.

Così può accadere che continuiamo a fare, organizzare, accompagnare, controllare e anticipare bisogni senza chiederci più se abbiamo davvero le energie per farlo. Ci abituiamo talmente tanto a essere quelli che “ci pensano” che persino immaginare di delegare qualcosa può farci sentire a disagio. E il confine diventa difficile da vedere proprio perché non c’è necessariamente qualcuno che ci obbliga dall’esterno. L’obbligo, a un certo punto, può essersi trasferito dentro di noi.

È allora che prendersi cura comincia ad avere un costo diverso. Non soltanto in termini di tempo o di stanchezza, ma perché lentamente restringe lo spazio nel quale possiamo esistere anche come persone separate dai bisogni di nostro padre o di nostra madre.

5 segnali che il senso del dovere verso un genitore anziano ti sta consumando

Per questo non è sufficiente chiedersi quanto facciamo per loro. Può essere molto più importante domandarci come stiamo mentre lo facciamo. Ci sono alcuni segnali che possono aiutarci a capire quando il senso di responsabilità, anziché sostenere la relazione, sta iniziando a consumarci.

1. Hai iniziato a pensare che debba occupartene sempre tu

“Ci penso io.” All’inizio può sembrare soltanto la soluzione più semplice. Conosci meglio tuo padre, sai come parlare con i medici, tua madre si fida soprattutto di te. Magari tuo fratello abita lontano oppure tua sorella ha già molti problemi.

E così cominci a fare qualcosa in più. Poi, però, quel qualcosa diventa tutto. Se qualcun altro si offre di sostituirti, trovi immediatamente una ragione per cui sarebbe meglio che andassi tu.

  • Non conosce bene la situazione.
  • Papà si agita se non ci sono.
  • Faccio prima a farlo io.
  • Non posso affidarlo a qualcuno che non conosco.

A volte sono ragioni concrete. Altre volte, sotto quelle ragioni, si sta formando una convinzione molto più difficile da riconoscere: se non me ne occupo io, sto venendo meno al mio dovere. E da quel momento delegare non significa più semplicemente distribuire un compito. Comincia a sembrare una forma di abbandono. È così che si può diventare indispensabili senza che nessuno ce lo abbia davvero chiesto. E più diventiamo indispensabili, più diventa difficile allontanarci.

Il problema non è amare profondamente un genitore né scegliere di occuparsene. Il problema nasce quando non sentiamo più di avere una scelta. Quando anche solo immaginare di fare un passo indietro provoca immediatamente vergogna o senso di colpa. Perché essere responsabili è una cosa. Sentirsi prigionieri della propria responsabilità è un’altra.

2. Quando fai qualcosa per te, invece di godertelo ti senti in colpa

Hai finalmente una serata libera, ma pensi a tua madre. Parti per qualche giorno, ma tieni il telefono sempre accanto. Qualcuno resta con tuo padre e sai razionalmente che non corre alcun pericolo, eppure una parte di te continua a ripetere: Avrei dovuto esserci io.

Il senso di colpa è uno dei vissuti più frequenti tra chi assiste un familiare. E non compare soltanto quando pensiamo di non avere fatto abbastanza.

Possiamo sentirci in colpa perché siamo stanchi. Perché abbiamo perso la pazienza. Perché vorremmo trascorrere una giornata senza telefonate. Perché abbiamo voglia di partire. Persino perché, per qualche ora, ci siamo divertiti.

È un meccanismo molto duro, perché a quel punto non perdiamo soltanto il tempo per noi stessi: perdiamo anche la possibilità di goderne quando finalmente lo abbiamo. Il corpo è a cena con gli amici, ma una parte della mente continua a essere a casa di nostro padre. Siamo in vacanza, ma continuiamo a controllare il telefono. Ci sediamo sul divano, esausti, e invece di riposare pensiamo a ciò che non abbiamo ancora fatto.

A volte il vero sovraccarico non nasce soltanto dalla quantità delle cose di cui dobbiamo occuparci. Nasce dal fatto che non riusciamo mai davvero a sentirci autorizzati a smettere di occuparcene.

3. Ti arrabbi, ma subito dopo ti senti una persona terribile

Possiamo amare profondamente qualcuno e, allo stesso tempo, non sopportarne più una richiesta. Possiamo provare tenerezza per nostra madre e desiderare che, per una sera, non ci telefoni. Possiamo preoccuparci sinceramente per nostro padre e sentirci irritati quando ripete per la decima volta la stessa domanda.

Questi sentimenti possono convivere. Il problema è che spesso non ce lo permettiamo. Ci diciamo: È anziano. Non lo fa apposta. Ha bisogno di me. Non dovrei arrabbiarmi.

E così la rabbia non scompare. Semplicemente non trova uno spazio nel quale poter essere riconosciuta.  La tratteniamo. Diventiamo più stanchi. Perdiamo la pazienza per qualcosa di piccolo. Poi ci vergogniamo. E per riparare quella colpa diventiamo ancora più disponibili. Facciamo di più. Ci riposiamo di meno. Arriviamo alla sera ancora più esausti. E naturalmente diventiamo ancora più irritabili.

È un circuito doloroso perché ci convince che il problema sia la nostra rabbia, quando spesso la rabbia sta semplicemente segnalando che qualcosa dentro di noi è arrivato oltre il proprio limite.

Riconoscere l’ambivalenza non significa giustificare aggressività o maltrattamenti. Significa smettere di chiedere a noi stessi qualcosa di impossibile: amare qualcuno senza mai provare stanchezza, insofferenza, tristezza o desiderio di allontanarci.

4. La tua vita si sta restringendo sempre di più

All’inizio rinunci a una cena. Poi a un fine settimana. Poi cominci a non programmare più. “Vediamo come sta mamma.” “Dipende da papà.” “Non posso organizzarmi con troppo anticipo.”

E senza accorgercene entriamo in una specie di attesa permanente. Non è necessario che il genitore abbia bisogno di noi in quel momento. Basta sapere che potrebbe averne bisogno. Così lasciamo sempre una parte della giornata libera. Teniamo il telefono vicino. Evitiamo di allontanarci troppo. Rimandiamo. E lentamente il mondo diventa più piccolo.

Il rischio non è soltanto essere molto impegnati. È che il ruolo di figlio che assiste un genitore cominci a occupare tutti gli altri ruoli. Non siamo più soltanto una persona che ha amici, interessi, desideri, una relazione, un lavoro, un corpo di cui prendersi cura. Diventiamo soprattutto: “Quello che si occupa di mamma.” “Quella che deve pensare a papà.”

Ed è proprio qui che può emergere una domanda scomoda ma importante: Se domani, per qualche ora, nessuno avesse bisogno di me, saprei ancora che cosa desidero fare io? Perché quando passiamo molto tempo a intercettare i bisogni degli altri possiamo smettere lentamente di accorgerci dei nostri.

5. Senti che attraverso tutto quello che fai per tuo padre o tua madre devi, in qualche modo, “sistemare” qualcosa tra voi

Questa è forse la parte più delicata. Quando un genitore invecchia succede qualcosa che può avere un enorme impatto emotivo: la persona che un tempo percepivamo come grande, forte, capace di proteggerci diventa fragile.

E improvvisamente siamo noi a ricordarle di prendere le medicine. Siamo noi a preoccuparci che abbia mangiato. Siamo noi ad accompagnarla dal medico, a tranquillizzarla, a prendere decisioni. In qualche modo i ruoli sembrano capovolgersi.

Ma questo capovolgimento non riguarda soltanto ciò che facciamo. Può toccare qualcosa di molto più antico. Perché davanti a nostro padre anziano non siamo soltanto l’uomo o la donna adulta che siamo oggi. Da qualche parte continuiamo a essere anche il bambino che siamo stati con lui.

Ed è qui che può verificarsi una sorta di movimento regressivo: non nel senso che “torniamo bambini”, naturalmente, ma perché la relazione presente può riattivare emozioni, bisogni e aspettative che appartengono alla nostra storia infantile. A volte basta pochissimo. Uno sguardo.

Una critica pronunciata con lo stesso tono di quarant’anni prima. Una frase. E improvvisamente non abbiamo più cinquant’anni. Dentro quella relazione ci sentiamo esattamente come allora.Questo accade anche nelle famiglie nelle quali c’è stato molto amore. Ma diventa particolarmente intenso quando qualcosa è rimasto irrisolto.

Se da bambini abbiamo desiderato disperatamente l’approvazione di nostro padre, possiamo continuare a cercarla anche mentre gli prepariamo le medicine. Se abbiamo avuto una madre poco presente emotivamente, possiamo prenderci cura di lei con una dedizione quasi assoluta e, senza esserne consapevoli, continuare ad aspettare qualcosa:

  • che finalmente si accorga di noi.
  • Che riconosca quanto facciamo.
  • Che ci dica quanto siamo importanti.
  • Che ci scelga.
  • Che ci ami nel modo in cui avremmo voluto essere amati allora.
Naturalmente questo non significa che ogni persona che assiste un genitore stia cercando di riparare la propria infanzia. Sarebbe una semplificazione.

Ma in alcune relazioni può accadere proprio questo: il caregiving diventa anche un tentativo inconsapevole di riscattare una storia affettiva rimasta incompleta. È come se una parte di noi pensasse:

Forse questa volta andrà diversamente. Forse se sarò abbastanza presente, abbastanza disponibile, abbastanza bravo, finalmente riceverò quello che ho aspettato per tutta la vita. Ed è per questo che, qualche volta, nessuna quantità di cura sembra sufficiente.

Facciamo cento cose e pensiamo alla centunesima. Ci siamo stati tutti i giorni e ci tormentiamo per l’unico pomeriggio in cui non siamo andati. Abbiamo rinunciato a moltissimo e continuiamo a chiederci se avremmo potuto rinunciare a qualcosa in più. Perché quando la cura del presente viene utilizzata, inconsapevolmente, per cercare di sanare una ferita del passato, non esiste una quantità di gesti capace di dirci finalmente: adesso basta, hai fatto abbastanza.

Il bisogno pratico di un genitore può avere un limite. Il bisogno di essere finalmente amati come avremmo voluto, invece, rischia di non averlo. Ed è forse questa una delle ragioni per cui mettere un confine può diventare così doloroso. Non stiamo semplicemente dicendo: “Oggi non posso accompagnarti.”

Dentro di noi potrebbe risuonare qualcosa di completamente diverso:
  • Non sto facendo abbastanza.
  • Non sono un buon figlio.
  • Lo sto abbandonando.

Oppure, ancora più in profondità: Se smetto di fare tutto questo, forse perderò definitivamente la possibilità che tra noi qualcosa cambi.

Possiamo prenderci cura senza perderci

Diventare adulti davanti alla fragilità dei nostri genitori è un passaggio complesso. Significa riuscire a vedere che due verità possono esistere contemporaneamente. Nostro padre può avere realmente bisogno di noi. E noi possiamo avere bisogno di riposare.

Nostra madre può essere fragile. E noi possiamo avere il diritto di dire di no. Possiamo amarla e avere dei confini. Possiamo accompagnarla senza accompagnarla ovunque. Possiamo prenderci cura di lei senza trasformare tutta la nostra vita in una lunga dimostrazione d’amore.

Forse, allora, la domanda più importante non è: Sto facendo abbastanza per mio padre o per mia madre?” Potremmo cominciare a chiederci: “Da quale parte di me sto facendo tutto questo?” Da una scelta adulta? Dall’affetto? Dalla paura di essere giudicato? Dal senso del dovere? Dalla colpa?

Oppure da quella parte più piccola e antica di noi che continua a sperare che, occupandosi perfettamente dell’altro, qualcosa del passato possa finalmente essere riscritto?

Possiamo amare profondamente i nostri genitori e prenderci cura di loro. Ma non possiamo chiedere alla cura di oggi di modificare ciò che è accaduto quando eravamo bambini.

E riconoscerlo non significa amarli di meno. Significa, forse, smettere di sacrificare il presente nel tentativo impossibile di ottenere dal passato un finale diverso.

È anche uno dei temi che attraversano il mio nuovo libro “Lascia che la felicità accada“: molte delle nostre scelte adulte continuano a essere orientate da bisogni molto antichi. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, scelti, approvati. E qualche volta continuiamo a cercare proprio nelle relazioni che ci hanno ferito quella conferma che avremmo desiderato ricevere molto tempo prima.

Ma la felicità può iniziare anche da qui: dal momento in cui smettiamo di chiedere al presente di riparare continuamente il passato. Non perché ciò che abbiamo vissuto smetta di avere importanza, ma perché possiamo imparare a riconoscere quando una ferita antica sta ancora decidendo quanto dobbiamo dare, sopportare o sacrificare per sentirci degni d’amore.

Possiamo prenderci cura di un genitore anziano con presenza, tenerezza e responsabilità senza trasformare quella cura nell’ennesima prova del nostro valore. Perché, qualche volta, lasciare che la felicità accada significa proprio questo: continuare ad amare gli altri senza dover più abbandonare noi stessi per farlo. Se non riesci più a sentirti davvero presente nella tua vita, è il libro giusto per te. Lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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