
È su quel “niente” che vorrei soffermarmi!
Possiamo aver avuto una casa accogliente e aver cercato un posto appartato per piangere. Possiamo essere stati seguiti con attenzione a scuola senza sentirci liberi di raccontare un fallimento. Possiamo aver ricevuto molto amore e aver fatto fatica a sentirlo proprio nei momenti in cui ne avevamo più bisogno.
La felicità di un bambino comprende anche la libertà di non essere felice, senza temere di perdere la vicinanza degli adulti. Comprende la possibilità di essere arrabbiato, deluso, diverso da come lo avevano immaginato, e continuare a sentirsi al sicuro nella relazione.
Parlare di un’infanzia felice “solo in apparenza” significa interrogarsi su questa distanza. I ricordi belli possono essere autentici; accanto a loro, però, possono esserci bisogni rimasti senza risposta, che abbiamo imparato a considerare poco importanti.
Le origini: quando impariamo a stare bene agli occhi degli altri
Da bambini dipendiamo dagli adulti anche per dare significato a ciò che proviamo. Attraverso le loro risposte impariamo se una paura può essere raccontata, se la rabbia può essere compresa, se chiedere conforto avvicina qualcuno oppure lo irrita. Il clima familiare e il modo in cui vengono accolte le emozioni contribuiscono allo sviluppo della nostra capacità di riconoscerle e regolarle.
Quando un adulto minimizza ripetutamente il nostro dispiacere, possiamo arrivare a dubitare della legittimità di quel dispiacere. Se si mostra ferito ogni volta che esprimiamo una preferenza diversa dalla sua, possiamo imparare a rinunciarvi prima ancora di formularla. Si costruiscono così piccoli adattamenti quotidiani: osservare l’umore degli altri, scegliere il momento giusto, raccontare soltanto una parte, rassicurare quando avremmo bisogno di essere rassicurati.
Questo può accadere anche in famiglie nelle quali esistono affetto e dedizione
Un genitore può occuparsi scrupolosamente della salute di un figlio e sentirsi incapace di sostenerne la tristezza; può desiderare il suo bene e vivere ogni dissenso come un rifiuto personale. La sua storia, le difficoltà che attraversa e le risorse di cui dispone aiutano a comprendere queste risposte. Il bambino, però, ne vive gli effetti molto prima di poterne capire le ragioni.
Se adattarsi permette di mantenere la vicinanza, quell’adattamento può diventare familiare al punto da sembrare semplicemente il nostro carattere. Ci definiamo indipendenti, ragionevoli, poco esigenti. Talvolta lo siamo per inclinazione; altre volte, dentro queste qualità, c’è anche ciò che abbiamo imparato a non chiedere.
5 segnali che la tua infanzia è stata felice solo in apparenza
Quelli che seguono sono spunti per rileggere la propria esperienza, non prove con cui stabilire se un’infanzia sia stata felice o infelice. Lo stesso comportamento può avere origini diverse. Ciò che merita attenzione è la continuità di alcune esperienze: quanto spesso accadevano, come ci sentivamo e quanto spazio avevamo per ricevere una risposta diversa.
1. Nel racconto della tua infanzia, le ragioni degli adulti arrivano sempre prima delle tue emozioni
Provi a raccontare un episodio che ti ha ferito, ma dopo poche frasi stai già spiegando perché tuo padre fosse nervoso o quanto tua madre fosse sola. Le loro difficoltà ti sono chiarissime. La tua esperienza, invece, resta sullo sfondo: per descriverla cerchi le parole, le attenui, temi che suonino ingiuste.
Comprendere i propri genitori può essere un passaggio prezioso. A volte, però, la spiegazione arriva tanto rapidamente da interrompere il contatto con ciò che abbiamo provato. Diciamo «Erano altri tempi» prima di riuscire a dire «Mi vergognavo»; ricordiamo i sacrifici ricevuti prima di ammettere che avremmo desiderato maggiore tenerezza.
Questo può accadere quando, in famiglia, il dispiacere di un figlio veniva accolto come un’accusa. Bastava manifestare una delusione perché il discorso si spostasse su tutto ciò che gli adulti facevano per lui. Il bambino si ritrovava così a dover rassicurare proprio la persona dalla quale cercava comprensione, e la sua emozione rimaneva senza ascolto.
Da grandi, questa dinamica può ripresentarsi anche in altre relazioni. Qualcuno ci ferisce e noi ci occupiamo subito delle sue intenzioni, della sua stanchezza, della giornata difficile che ha avuto. Sono elementi che contano, ma diventano un problema quando esauriscono tutta la conversazione.
Comprendere perché qualcuno ci ha fatto male non risolve automaticamente il dolore che abbiamo provato. Possiamo riconoscere le difficoltà dei nostri genitori e lasciare finalmente spazio anche alle nostre, senza trasformare la comprensione in un obbligo a tacere.
2. Eri il bambino che “non dava problemi”, anche quando ne aveva
Forse eri quello che aspettava. Aspettava che gli adulti fossero meno stanchi, meno occupati, meno preoccupati. Nel frattempo cercavi di arrangiarti e, quando finalmente qualcuno si accorgeva di te, avevi già deciso che non fosse necessario parlarne.
Essere tranquilli o autonomi non è, di per sé, un segnale di sofferenza. La differenza sta nella libertà di chiedere: potevi mostrarti bisognoso senza sentirti un peso? Potevi interrompere un adulto per qualcosa che per te era importante? Qualcuno si accorgeva della tua fatica anche quando non diventava un problema visibile?
In alcune famiglie il bambino riceve molti apprezzamenti proprio per ciò che riesce a risparmiare agli altri: «Almeno tu non mi fai preoccupare», «Per fortuna con te non devo insistere». Parole che possono sembrare innocue, ma che, se diventano il principale riconoscimento ricevuto, rischiano di assegnargli un compito: essere la persona di cui non ci si deve occupare troppo.
Può imparare così a presentare soltanto bisogni già ridimensionati, richieste facili da soddisfare, difficoltà quasi risolte. Anche da adulto, prima di chiedere un favore, prepara una lunga premessa e una via d’uscita per l’altro. Se incontra un’esitazione, ritira subito la domanda: «Non importa, faccio io».
Il punto delicato è che, a forza di rendere poco visibile la propria fatica, si può finire per ricevere sempre meno aiuto e considerarlo la conferma che bisogna cavarsela da soli. L’autonomia è una risorsa quando comprende anche la possibilità di appoggiarsi a qualcuno.
3. Le tue emozioni venivano corrette prima di essere comprese
Quando eri triste, qualcuno cercava subito di distrarti. Quando avevi paura, ti spiegavano che non c’era motivo. Se ti arrabbiavi, tutta l’attenzione si concentrava sul tuo comportamento e diventava difficile parlare di ciò che ti aveva ferito.
Un bambino ha bisogno anche di limiti, spiegazioni e aiuto per ritrovare la calma. Ma, se ogni emozione scomoda viene trattata soltanto come qualcosa da far cessare, può restare solo con la parte più importante dell’esperienza: che cosa gli è successo e quale significato ha avuto per lui.
Immaginiamo un bambino escluso da una festa. Gli adulti possono organizzargli un bel pomeriggio, ricordargli che ha altri amici, provare a sollevarlo. Sono gesti affettuosi. Potrebbe però aver bisogno anche di raccontare come si è sentito quando ha scoperto che gli altri erano stati invitati. Se quella conversazione viene continuamente chiusa con «Non pensarci», la consolazione rischia di lasciarlo poco conosciuto.
Nel tempo può imparare a domandarsi se un’emozione sia giustificata prima ancora di riconoscerla. Cerca una ragione abbastanza seria per essere triste, si vergogna della delusione, sorride mentre racconta qualcosa che gli fa male. L’abitudine a controllare ciò che mostra può rendere più difficile lasciarsi conoscere anche nelle relazioni adulte.
Gli studi sull’accettazione genitoriale condizionata al modo in cui i figli esprimono o trattengono le emozioni hanno rilevato associazioni con difficoltà nella regolazione emotiva e nell’intimità. Il nodo è proprio questo: quanto ci sentiamo liberi di portare nella relazione un’esperienza ancora confusa, che non sappiamo spiegare bene e che forse non può essere risolta subito.
4. Ti sentivi apprezzato, ma soprattutto quando corrispondevi alle aspettative
Ci sono bambini che ricevono molti complimenti e, tuttavia, hanno poco spazio per scoprire chi sono. Vengono riconosciuti come quelli bravi, maturi, brillanti, responsabili. Queste qualità diventano un posto preciso dentro la famiglia, dal quale può essere difficile allontanarsi.
Forse tutti erano orgogliosi della tua bravura in una disciplina, ma nessuno si chiedeva se ti piacesse ancora. Oppure venivi ascoltato con entusiasmo quando raccontavi un successo e con impazienza quando esprimevi un dubbio sul percorso scelto. Potevi avere molte opportunità, purché desiderassi quelle considerate giuste per te.
Il problema non è essere incoraggiati a impegnarsi. È percepire che la considerazione degli altri dipenda dalla capacità di continuare a essere quel bambino. L’approvazione condizionata ai comportamenti attesi è stata associata a maggiore pressione interiore e a oscillazioni dell’autostima: si può imparare a ottenere risultati senza sentirsi davvero liberi di scegliere.
Da adulti, questa esperienza può emergere davanti a una domanda apparentemente semplice: «Tu che cosa vuoi?». Sappiamo elencare vantaggi, doveri, conseguenze sugli altri, ma il nostro desiderio rimane difficile da distinguere. Oppure raggiungiamo un obiettivo e proviamo soprattutto sollievo, come se avessimo superato un esame sul nostro valore.
Essere conosciuti significa avere spazio anche per ciò che delude le previsioni altrui. Per cambiare interesse, essere meno capaci del previsto, scegliere una vita diversa senza sentire che, insieme all’approvazione, perderemo il nostro posto nella relazione.
5. Dopo un conflitto tornava la normalità, ma il tuo dispiacere rimaneva senza risposta
Forse a casa tua le tensioni finivano senza essere nominate. Passava qualche ora, si preparava la cena, qualcuno faceva una battuta. Il giorno dopo poteva esserci un gesto affettuoso, ma nessuno tornava sulle parole pronunciate o sulla paura che avevi provato.
Il ritorno alla calma poteva darti sollievo. Nello stesso tempo, restavano domande difficili da affrontare da solo: avevi meritato quel trattamento? L’adulto pensava davvero ciò che aveva detto? Potevi parlarne oppure avresti rovinato nuovamente l’atmosfera?
Quando questa modalità si ripete, un bambino può imparare a collaborare alla serenità familiare mettendo da parte ciò che è rimasto irrisolto. Può apparire allegro poco dopo aver pianto, riprendere le attività, accettare una carezza. Questo non ci dice necessariamente che abbia compreso l’accaduto o ritrovato fiducia: potrebbe aver capito che riparlarne non è possibile.
Nelle relazioni c’è bisogno anche della capacità di riparare. Un adulto che dice «Prima ti ho risposto male» rende pensabile qualcosa di importante: chi ci vuole bene può sbagliare, assumersi la propria responsabilità e interessarsi agli effetti del suo comportamento.
Se questa esperienza è mancata spesso, da grandi possiamo sentirci eccessivi quando desideriamo un chiarimento. L’altro è tornato gentile, perché non riusciamo a dimenticare? Forse perché abbiamo bisogno di sapere che ciò che è accaduto è stato riconosciuto e che potremo affrontarlo insieme, qualora si ripresentasse. La ripresa della quotidianità, da sola, non sempre risponde a questo bisogno.
Dare spazio alla nostra storia, anche nel presente
Riconoscersi in queste esperienze può far affiorare una resistenza: subito cerchiamo un ricordo bello per compensare quello doloroso, oppure pensiamo a chi ha vissuto situazioni peggiori. È comprensibile. Stiamo toccando legami importanti e un’immagine della nostra famiglia che può averci accompagnato per molti anni.
Possiamo però ampliare il racconto senza cancellarlo. Conservare la domenica al mare e riconoscere la solitudine del lunedì, quando avevamo paura di andare a scuola e non sapevamo a chi dirlo. Essere grati per un’opportunità e dispiaciuti per una mancanza. La nostra storia può contenere entrambe le cose.
Questa comprensione riguarda anche il presente. Possiamo sapere di avere il diritto di esprimere un dissenso e sentire ugualmente lo stomaco contrarsi mentre lo facciamo. Desiderare aiuto e irrigidirci quando qualcuno si prende cura di noi. Concederci una pausa e trascorrerla con la sensazione di dover tornare subito utili.
Queste reazioni non dimostrano, da sole, che cosa sia accaduto nell’infanzia
Ci invitano a osservare come stiamo oggi e quanta fatica possa accompagnare comportamenti che abbiamo sempre considerato normali. Capire un adattamento è un passaggio importante; poter sperimentare modi diversi di stare in relazione gli dà una possibilità concreta di cambiare. Occorrono esperienze in cui una richiesta possa essere accolta, un limite rispettato, un momento di vulnerabilità condiviso senza perdere dignità o vicinanza.
Ho scritto il libro «Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose» pensando anche a chi, fin da piccolo, ha imparato a capire come stanno tutti e ha avuto poche occasioni per chiedersi come sta davvero. A chi sa esserci per gli altri, ma quando ha bisogno di cura esita, si giustifica, aspetta di non farcela più. In queste pagine accompagno il lettore a comprendere come la propria storia emotiva incontri il corpo, per imparare a riconoscere i propri bisogni e concedere loro un posto nella vita quotidiana, con la stessa attenzione che riserva alle persone che ama.
Nel libro esploro come emozioni e relazioni coinvolgano l’organismo e come la neuroconsapevolezza corporea possa aiutarci a riconoscere il sovraccarico e dare spazio alla cura di sé
Perché possiamo aver compreso molte cose della nostra infanzia e continuare a chiederci, ogni giorno, lo stesso sforzo di allora: adattarci, non disturbare, farcela comunque. Accorgercene può aprire una domanda diversa: «Di che cosa ho bisogno, adesso?».
Possiamo voler bene ai nostri genitori e prendere sul serio ciò che ci è mancato. Possiamo custodire i ricordi felici e smettere di usarli per smentire quelli dolorosi. Non dobbiamo dimostrare di aver avuto un’infanzia infelice per concederci, finalmente, la cura di cui abbiamo bisogno. Il libro è ora disponibile su Amazon e in tutte le librerie…ti aspetto tra le pagine
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