5 tipi di persone da cui dovresti imparare a prendere le distanze

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Prendere le distanze da qualcuno non significa necessariamente smettere di volergli bene, cancellarlo dalla propria vita o stabilire che sia una persona irrimediabilmente cattiva. Significa riconoscere che non tutte le relazioni possono avere lo stesso accesso alla nostra parte più vulnerabile.

Alcune persone possono rimanere nella nostra vita, ma non più così vicine. Non più nella posizione dalla quale possono condizionare le nostre scelte, destabilizzare il nostro equilibrio o definire il valore che attribuiamo a noi stessi. La distanza, in questi casi, non è una punizione inflitta all’altro: è una misura di protezione che adottiamo per noi.

5 tipi di persone da cui dovresti imparare a prendere le distanze

Non dovremmo, inoltre, confondere un comportamento occasionale con una modalità relazionale stabile. Tutti possiamo essere egoisti, insensibili, incoerenti o poco disponibili in determinati momenti. Ciò che deve farci riflettere è la ripetitività: quando una dinamica si ripresenta, quando ogni confronto termina nello stesso modo e quando, indipendentemente da ciò che facciamo, veniamo ricondotti sempre alla medesima posizione.

È lì che la relazione smette di essere un luogo nel quale possiamo esistere liberamente e diventa un sistema al quale dobbiamo continuamente adattarci.

1. Le persone che trasformano ogni tuo limite in un’offesa

Puoi dire di essere stanco, di non avere tempo, di non voler parlare di un determinato argomento o di non essere disponibile ad accogliere una richiesta. Eppure, anziché ascoltare ciò che stai comunicando, queste persone interpretano il tuo limite come un attacco personale.

  • Non sentono: «In questo momento non posso». Sentono: «Non mi vuoi bene».
  • Non sentono: «Questa cosa mi fa stare male». Sentono: «Mi stai accusando».
  • Non sentono: «Ho bisogno di uno spazio mio». Sentono: «Mi stai abbandonando».

Di conseguenza, ogni volta che provi a proteggerti, vieni costretto a occuparti della loro reazione. Devi rassicurarle, spiegarti, ridimensionare ciò che hai detto, convincerle che non volevi ferirle. Il tuo bisogno iniziale passa in secondo piano e l’intera conversazione finisce per ruotare intorno al loro dolore, alla loro rabbia o alla loro delusione.

È così che il limite perde progressivamente la sua funzione

In teoria puoi dire di no; nella pratica, il prezzo emotivo che devi pagare è talmente alto che inizi a rinunciare in anticipo. Acconsenti per evitare il conflitto. Ti rendi disponibile per non affrontare il silenzio punitivo. Nascondi il disagio perché sai che, appena proverai a nominarlo, dovrai prenderti cura anche delle conseguenze provocate dal fatto di averne parlato.

A lungo andare, non ti chiedi più che cosa desideri davvero. Ti chiedi quale scelta produrrà meno tensione.

Questo tipo di relazione può essere particolarmente difficile da riconoscere perché spesso viene presentata come una dimostrazione di attaccamento: «Reagisco così perché tengo a te», «Ci resto male perché sei importante», «Da te mi aspetto di più». Ma l’affetto non autorizza nessuno a trattare i tuoi confini come se fossero un tradimento.

Una relazione adulta può tollerare che l’altro abbia desideri, tempi e necessità differenti. Può attraversare la frustrazione senza trasformarla in una colpa da attribuire. Soprattutto, non dovrebbe costringerti a scegliere continuamente tra il legame e te stesso.

Prendere le distanze da queste persone significa smettere di negoziare all’infinito il diritto di avere un limite. Potrebbe voler dire ridurre le spiegazioni, non rispondere immediatamente, interrompere una conversazione quando diventa colpevolizzante o limitare le informazioni personali che condividi. La distanza comincia quando comprendi che non devi ottenere il consenso dell’altro per proteggerti.

2. Le persone che hanno bisogno che tu rimanga più piccolo di loro

Alcune persone sembrano volerti bene finché non cresci abbastanza da mettere in discussione il ruolo che ti hanno assegnato.

Ti sostengono quando sei incerto, ma diventano fredde quando acquisisci sicurezza. Ti incoraggiano a realizzarti, purché i tuoi risultati non superino i loro. Apprezzano la tua autonomia a parole, ma si mostrano infastidite quando inizi davvero a prendere decisioni senza consultarli. Ti vogliono forte, ma non abbastanza da poter fare a meno della loro approvazione.

In questi rapporti, il problema non è ciò che ottieni, ma ciò che la tua crescita modifica nella relazione

Se diventi più consapevole, potresti non accettare più ciò che prima tolleravi. Se costruisci nuovi legami, potresti non dipendere più esclusivamente da loro. Se riconosci il tuo valore, potresti smettere di occupare la posizione subordinata che garantiva loro sicurezza, centralità o potere.

Per questo i tuoi progressi vengono accolti in modo ambiguo. A una frase apparentemente positiva segue una svalutazione: «Sono felice per te, però non montarti la testa». Un risultato viene ridimensionato: «Sei stato fortunato». Un cambiamento viene interpretato come presunzione: «Da quando hai iniziato quel percorso non sei più lo stesso». Una scelta autonoma diventa una prova di ingratitudine: «Adesso non hai più bisogno di nessuno».

Il messaggio implicito è chiaro: puoi evolvere, ma non devi cambiare gli equilibri.

Queste persone possono tentare di riportarti nella vecchia posizione ricordandoti i tuoi errori, sottolineando le tue fragilità o trattandoti come se fossi ancora la persona che eri molti anni prima. Non si relazionano con ciò che sei diventato, ma con la versione di te che era più funzionale ai loro bisogni.

È un meccanismo particolarmente doloroso perché può attivare un conflitto profondo: da una parte senti il bisogno di crescere, dall’altra temi che ogni passo avanti possa costarti il legame. Così inizi a ridimensionarti. Non racconti più le cose belle per evitare reazioni spiacevoli. Mostri dubbi anche quando sei sicuro. Chiedi permesso per decisioni che spettano a te. Ti rendi meno luminoso affinché l’altro non si senta oscurato.

Ma una relazione che sopravvive soltanto finché tu rimani insicuro non sta proteggendo il legame: sta proteggendo una gerarchia.

Prendere le distanze significa smettere di affidare i tuoi progetti allo sguardo di chi li utilizza per ristabilire la propria superiorità. Non è necessario interrompere ogni rapporto. Può essere sufficiente non condividere più tutto, cercare altrove incoraggiamento e confronto, evitare di sottoporre ogni decisione al giudizio di chi tende sistematicamente a indebolirla.

Non tutte le persone meritano di assistere da vicino alla costruzione della tua nuova vita. Soprattutto quando continuano a parlarti come se avessi ancora bisogno del loro permesso per viverla.

3. Le persone che alternano vicinanza e svalutazione

Ci sono persone capaci di offrire momenti di grande vicinanza, attenzione e coinvolgimento, per poi diventare improvvisamente fredde, critiche o assenti. Non necessariamente lo fanno in modo intenzionale. Il punto, però, non riguarda soltanto le loro intenzioni: riguarda l’effetto che questa alternanza produce su di te.

Quando la relazione attraversa una fase positiva, ti senti finalmente visto. Pensi che i problemi siano stati superati, che l’altro abbia compreso, che il rapporto possa diventare ciò che avevi sempre sperato. Poi qualcosa cambia. Una tua richiesta, un’autonomia, un’incomprensione o persino un evento apparentemente irrilevante riattiva la distanza.

La persona smette di cercarti, ti svaluta, cambia tono, ritira l’affetto o si comporta come se il legame non avesse più alcun valore. Tu rimani disorientato e inizi a cercare una spiegazione. Ripercorri ogni conversazione, analizzi ogni parola, ti chiedi che cosa tu abbia fatto per provocare quella trasformazione.

La sofferenza non nasce soltanto dalla freddezza dell’altro, ma dall’imprevedibilità

Non sai quale versione della persona incontrerai. Non sai se la tua vicinanza sarà accolta o respinta. Non sai se un momento di intimità conserverà il suo significato anche il giorno successivo.

Quando le risposte dell’ambiente diventano imprevedibili, il corpo aumenta l’attenzione. Cominci a monitorare segnali minimi: il tempo impiegato per rispondere, il tono di un messaggio, un’espressione del volto, un cambiamento nel modo di salutarti. Non stai più semplicemente vivendo la relazione; stai cercando continuamente di anticiparne le oscillazioni.

Proprio l’alternanza tra gratificazione e sofferenza può rendere il legame molto difficile da lasciare. I momenti belli non cancellano quelli dolorosi: li rendono più tollerabili, perché alimentano la speranza che la fase positiva possa tornare e diventare finalmente stabile. Non rimani soltanto per ciò che ricevi; rimani per ciò che, a intervalli, intravedi.

È importante comprendere che una relazione non è sicura soltanto perché sa essere intensa

La sicurezza nasce dalla continuità, dalla possibilità di prevedere che un conflitto non cancellerà l’affetto, che un limite non farà crollare il legame e che la vicinanza non verrà utilizzata come premio da concedere o ritirare.

Prendere le distanze da queste persone significa guardare l’intero andamento della relazione, non soltanto i suoi picchi. Significa chiederti non quanto possa essere bella nei momenti migliori, ma come ti senti per la maggior parte del tempo.

  • Ti senti libero, oppure in attesa?
  • Ti senti accolto, oppure sotto esame?
  • Ti senti al sicuro, oppure costantemente impegnato a riconquistare qualcosa che potrebbe essere ritirato da un momento all’altro?

Una relazione non dovrebbe costringerti a guadagnare ogni giorno il diritto di esistere al suo interno.

4. Le persone che utilizzano le tue vulnerabilità contro di te

Aprirsi a qualcuno significa affidargli una parte di noi che potrebbe essere ferita. Raccontiamo una paura, una vergogna, un errore, una fragilità o un’esperienza dolorosa perché crediamo che quella persona sappia custodire ciò che le stiamo consegnando.

Non tutti, però, utilizzano la conoscenza che hanno di noi per comprenderci meglio. Alcuni la usano per avere maggiore potere nella relazione.

Durante un conflitto, riprendono ciò che hai raccontato in un momento di intimità e lo trasformano in un’arma. Se hai confidato di temere l’abbandono, minacciano di andarsene. Se hai parlato delle tue insicurezze professionali, mettono in dubbio le tue capacità. Se conoscono il tuo senso di colpa, lo attivano ogni volta che desiderano ottenere qualcosa. Se sanno che temi di essere egoista, definiscono egoistica qualsiasi scelta che non li favorisca.

Il punto non è semplicemente che dicono qualcosa di offensivo. Il punto è che colpiscono esattamente nel luogo che avevi mostrato loro affinché potessero trattarlo con cura.

Dopo esperienze simili, potresti iniziare a chiuderti. Non soltanto con quella persona, ma con tutti

Diventi più diffidente, più controllato, meno disposto a raccontarti. Una violazione della fiducia può modificare il modo in cui abiti anche le relazioni successive, perché il corpo impara che mostrarsi può essere pericoloso.

A volte queste persone giustificano il proprio comportamento sostenendo di aver detto soltanto la verità. Ma la verità non è indipendente dal modo e dal momento in cui viene utilizzata. Una frase pronunciata per comprendere è diversa dalla stessa frase pronunciata per umiliare. Un elemento della tua storia può essere nominato per aiutarti a riflettere oppure per ridurti al tuo punto più fragile.

La differenza sta nella funzione che assume all’interno della relazione.

Anche la divulgazione delle tue confidenze rappresenta una grave violazione. Alcune persone raccontano ad altri ciò che avevi condiviso privatamente, magari presentandolo come preoccupazione, richiesta di consiglio o semplice bisogno di sfogarsi. Intanto, però, la tua storia smette di appartenerti. Sono loro a decidere chi può conoscerla e in quale forma.

Prendere le distanze, in questo caso, significa modificare il grado di accesso che la persona possiede alla tua interiorità. La fiducia non dovrebbe essere concessa perché esiste un legame formale, familiare o affettivo. Dovrebbe essere proporzionata alla capacità che l’altro ha dimostrato di proteggere ciò che conosce di te.

Puoi continuare a frequentare qualcuno senza raccontargli tutto. Puoi mantenere un rapporto cordiale senza affidargli le parti più delicate della tua storia. La vicinanza non si misura dalla quantità di informazioni che condividiamo, ma dalla sicurezza con cui possiamo farlo.

Quando una persona usa ripetutamente le tue ferite per vincere, controllarti o riportarti al tuo posto, smettere di offrirgliele non è freddezza. È discernimento.

5. Le persone che ti costringono continuamente a dubitare di ciò che hai vissuto

In alcune relazioni, ogni volta che provi a raccontare ciò che ti ha ferito, la conversazione si sposta immediatamente sulla validità della tua percezione.

  • «Stai esagerando.»
  • «Non è successo così.»
  • «Te la prendi per tutto.»
  • «Hai interpretato male.»
  • «Non sai stare allo scherzo.»

Una singola divergenza nel ricordare un episodio è normale. Le persone possono percepire lo stesso evento in modo differente. Il problema nasce quando la tua esperienza viene sistematicamente invalidata e ogni tentativo di confronto termina con la conclusione che sei tu a essere troppo sensibile, confuso, problematico o incapace di capire.

In una relazione di questo tipo, non discuti più soltanto su ciò che è accaduto. Devi prima dimostrare di avere il diritto di essere rimasto ferito.

Puoi spiegare dettagliatamente i fatti, ma l’altro si concentra su una parola imprecisa. Puoi descrivere l’effetto che il suo comportamento ha avuto su di te, ma ti viene risposto che non era sua intenzione. Puoi portare esempi, ma ogni esempio viene isolato dal contesto e trattato come un episodio insignificante.

Alla fine, il centro della conversazione non è più il comportamento dell’altro. Sei tu.
  • Il tuo tono.
  • La tua memoria.
  • Il momento che hai scelto per parlarne.
  • Il modo in cui hai formulato la frase.

Questa dinamica produce una progressiva perdita di fiducia nella propria esperienza. Cominci a chiederti se tu abbia davvero ragione di stare male. Prepari mentalmente le conversazioni, raccogli prove, salvi messaggi, cerchi conferme esterne. Non perché tu voglia accusare, ma perché senti di dover costruire un dossier per sostenere ciò che provi.

Il problema è che nessuna quantità di prove può produrre comprensione in chi utilizza la discussione non per incontrarti, ma per sottrarsi a ogni responsabilità.

Una relazione sana non richiede che le due persone abbiano una memoria identica degli eventi. Richiede, però, che entrambe riconoscano l’esistenza dell’esperienza dell’altra. Una persona può dire: «Non era mia intenzione ferirti, ma comprendo che sia accaduto». Può non condividere tutte le tue conclusioni e, nello stesso tempo, restare disponibile a interrogarsi sul proprio comportamento.

Chi invece nega sistematicamente il tuo vissuto ti costringe a scegliere tra la relazione e la tua realtà interna. Per conservare il legame, devi smettere di credere a ciò che senti.

Prendere le distanze significa rinunciare alla speranza che, trovando finalmente le parole perfette, riuscirai a ottenere il riconoscimento che finora ti è stato negato. Significa smettere di sottoporre continuamente la tua esperienza al tribunale di chi ha interesse a dichiararla inammissibile. Puoi ascoltare un punto di vista diverso senza consegnargli il potere di cancellare il tuo.

Prendere le distanze non significa fuggire

Non tutte le difficoltà relazionali richiedono un allontanamento. I rapporti autentici attraversano incomprensioni, conflitti, momenti di egoismo e fasi di minore disponibilità. La differenza non sta nell’assenza di errori, ma nella possibilità di riconoscerli e ripararli.

Una persona può ferirti e poi assumersi la responsabilità di ciò che è successo. Può comprendere che il suo comportamento ha avuto un impatto diverso dalle intenzioni. Può imparare a rispettare un limite che inizialmente aveva faticato ad accettare. Può modificare il proprio modo di stare nella relazione.

Quando invece la dinamica rimane immutata, ogni confronto viene rovesciato contro di te e il prezzo della vicinanza consiste nel rinunciare progressivamente a te stesso, la distanza diventa una possibilità da prendere seriamente in considerazione.

E la distanza non è necessariamente assoluta. Esistono molte gradazioni.

  • Puoi vedere meno frequentemente una persona.
  • Puoi smettere di coinvolgerla nelle tue decisioni.
  • Puoi non affidarle più le tue vulnerabilità.
  • Puoi interrompere le conversazioni che diventano svalutanti.
  • Puoi mantenere un rapporto formale senza continuare a cercare un’intimità che quella relazione non sa sostenere.
  • Puoi anche scegliere di chiudere del tutto, quando ogni altra forma di protezione si è dimostrata insufficiente.

Ciò che conta è comprendere che non sei obbligato a concedere la stessa vicinanza a chiunque abbia fatto parte della tua storia. La durata di un rapporto non ne dimostra la qualità. Il fatto che qualcuno sia un familiare, un vecchio amico o una persona che in passato ti ha aiutato non gli attribuisce un diritto permanente sulla tua vita.

A volte rimaniamo perché continuiamo a vedere nell’altro ciò che potrebbe essere

Ci aggrappiamo ai momenti in cui è stato affettuoso, alle promesse, alle intenzioni e alle potenzialità. Ma una relazione non può essere valutata soltanto per ciò che promette nei suoi momenti migliori. Deve essere osservata per ciò che produce nel tempo.

  • Ti rende più libero o più timoroso?
  • Ti permette di esprimerti o ti costringe a controllarti?
  • Ti aiuta a riconoscerti o ti porta continuamente a dubitare di te?

Non sempre dobbiamo stabilire che l’altro sia cattivo per riconoscere che, vicino a lui, noi stiamo male. A volte è sufficiente comprendere che quella relazione non dispone degli strumenti necessari per accoglierci senza consumarci.

Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” parlo anche di questo: della necessità di riconoscere gli adattamenti attraverso i quali abbiamo imparato a mantenere i legami, spesso a costo di comprimere bisogni, desideri e parti importanti di noi stessi. Perché la felicità non dipende soltanto da ciò che riusciamo ad aggiungere alla nostra vita. Dipende anche da ciò a cui smettiamo di concedere il potere di sottrarci continuamente serenità, dignità ed energia.

Imparare a prendere le distanze non significa diventare meno capaci di amare. Significa smettere di chiamare amore tutto ciò che, per continuare a esistere, pretende che tu scompaia.

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