
Le due cose non coincidono necessariamente.
Un bambino può imparare molto presto a essere educato, accomodante, responsabile, persino impeccabile. Può imparare a non contraddire, a non disturbare, a scegliere ciò che rende orgogliosi mamma e papà. Eppure, proprio mentre diventa il figlio che tutti vorrebbero avere, può cominciare silenziosamente ad allontanarsi da una parte fondamentale di sé.
Perché crescere non significa soltanto acquisire competenze, rispettare regole o imparare a stare nel mondo. Significa costruire una soggettività: capire cosa sento, cosa desidero, cosa mi ferisce, cosa mi appartiene e cosa, invece, sto facendo soltanto per continuare a sentirmi amato e accettato.
Ed è qui che la funzione genitoriale diventa molto più sofisticata della semplice educazione.
Un genitore non dovrebbe consegnare al figlio un copione già scritto, ma offrirgli un contesto sufficientemente sicuro perché possa scrivere il proprio. Non dovrebbe insegnargli quali emozioni siano lecite e quali no, ma aiutarlo a sviluppare una competenza affettiva abbastanza ampia da poter attraversare rabbia, tristezza, paura, entusiasmo, vergogna, frustrazione, desiderio e delusione senza sentirsi sbagliato per ciò che prova.
Soprattutto, dovrebbe consentirgli di fare una delle esperienze psicologiche più importanti della crescita: sentirsi diverso dal genitore senza temere di perdere il suo amore. È da qui che comincia l’autonomia autentica.
6 raccomandazioni che ogni genitore dovrebbe lasciare in eredità a un figlio
Ci sono frasi che difficilmente troveremmo nei classici manuali sull’educazione, eppure possono diventare veri e propri organizzatori psichici. Perché non insegnano al figlio come compiacere il mondo: gli insegnano a restare in contatto con se stesso mentre entra nel mondo.
1. «Arrabbiati con me, se sei arrabbiato»
Per molti bambini la rabbia diventa presto un’emozione relazionalmente costosa. Non è necessario che qualcuno dica esplicitamente: “Non devi arrabbiarti”. A volte basta molto meno. Un volto che si irrigidisce. Un genitore che si offende. Un silenzio improvviso. Una frase come: “Dopo tutto quello che faccio per te”. Oppure quella sottile sensazione che, quando il bambino protesta, il legame diventi improvvisamente più freddo.
Il bambino apprende allora qualcosa di molto sofisticato: non tutte le mie emozioni possono entrare nella relazione. Comincia così una sorta di selezione affettiva. Alcune parti di sé vengono mostrate, altre trattenute. Alcune emozioni diventano dicibili, altre vengono trasformate in senso di colpa, compiacenza, ansia o autocensura.
Permettere a un figlio di arrabbiarsi con noi non significa concedergli qualsiasi comportamento. Emozione e comportamento sono due piani differenti: posso riconoscere la tua rabbia e contemporaneamente impedirti di insultare, colpire o distruggere.
La conquista psicologica è un’altra: posso essere arrabbiato con te senza rischiare di perdere te. È una delle esperienze da cui, molti anni dopo, nascerà la capacità di dissentire senza sentirsi cattivi, prendere posizione senza sentirsi colpevoli e mettere un confine senza viverlo come una minaccia al legame.
2. «Puoi essere triste. Non devi stare meglio per tranquillizzare me»
Gli adulti tollerano molto meno la tristezza dei bambini di quanto amino pensare. Di fronte a un figlio addolorato scatta facilmente l’urgenza riparativa: distrarlo, rassicurarlo, relativizzare, trovare immediatamente una soluzione. “Non piangere.” “Non pensarci.” “Vedrai che passa.” “Domani starai meglio.”
Quasi sempre nasce dall’amore. Ma il messaggio implicito può diventare: questa emozione deve finire presto. Eppure una delle competenze più preziose che possiamo trasmettere a un bambino è la possibilità di abitare temporaneamente uno stato interno senza doverlo immediatamente modificare. La tristezza ha bisogno anche di ospitalità psichica.
Un genitore non deve necessariamente sottrarre il figlio a ogni dolore. Può offrirgli qualcosa di forse ancora più importante: la possibilità di sperimentare che si può stare male senza andare in pezzi, che un’emozione intensa non è una catastrofe e che qualcuno può rimanere accanto a noi senza avere fretta di aggiustarci. È così che il bambino impara progressivamente che le emozioni non sono emergenze da eliminare. Sono esperienze da conoscere, nominare, contenere e attraversare.
3. «Deludimi, se per non deludermi devi tradire te stesso»
Questa, forse, è una delle frasi più difficili da pronunciare davvero. Perché ogni genitore possiede inevitabilmente delle fantasie sul proprio figlio. Immagina chi diventerà, quale strada prenderà, quali valori avrà, che tipo di vita potrebbe renderlo felice. Non c’è nulla di problematico in questo. Il problema nasce quando il desiderio del genitore smette di essere una speranza e diventa una prescrizione identitaria.
Il figlio percepisce allora che alcune versioni di sé producono approvazione e altre generano delusione. E, se il bisogno di appartenenza è molto forte, può iniziare a organizzare le proprie scelte in funzione dello sguardo genitoriale.
Può scegliere gli studi che rassicurano la famiglia, mantenere una relazione perché viene approvata, assumere il ruolo del figlio affidabile, evitare strade considerate troppo rischiose. Non perché quelle scelte gli appartengano davvero, ma perché rappresentano il prezzo implicito della conferma affettiva.
È così che può costruirsi una vita eterodiretta: apparentemente scelta, ma orientata da criteri interiorizzati che originariamente appartenevano a qualcun altro. Dire a un figlio “puoi deludermi” significa restituirgli il diritto alla differenziazione. Significa comunicargli: preferisco attraversare la mia delusione piuttosto che vederti costruire un’esistenza nella quale non ti riconosci.
4. «Puoi cambiare idea. Anche su ciò che pensavi di volere»
A volte chiediamo ai ragazzi una coerenza identitaria che nemmeno gli adulti possiedono. Hai scelto quella scuola? Devi finirla. Hai iniziato quello sport? Non puoi mollare. Avevi detto che volevi fare quel lavoro? Adesso perché hai cambiato idea? Certo, esistono la perseveranza, la responsabilità e la capacità di tollerare la frustrazione. Ma esiste anche un’altra competenza, meno celebrata e altrettanto preziosa: aggiornare la rappresentazione di sé alla luce dell’esperienza.
Cambiare idea non è necessariamente instabilità. Può essere apprendimento. Un ragazzo che dice “pensavo che mi piacesse, invece ho scoperto che non fa per me” sta facendo qualcosa di psicologicamente sofisticato: sta confrontando l’immagine anticipata che aveva di sé con ciò che l’esperienza gli ha restituito.
La crescita richiede tentativi, revisioni, deviazioni, ripensamenti. Se ogni cambio di direzione viene vissuto come un fallimento, il ragazzo può sviluppare una fedeltà quasi coatta alle proprie decisioni precedenti. Resta, insiste, sopporta, non perché desideri ancora qualcosa, ma perché modificare la rotta gli sembra una sconfitta. E invece maturare significa anche acquisire una certa flessibilità identitaria: sapere che posso riconoscermi in qualcosa oggi e scoprire domani che non mi rappresenta più.
5. «Fai anche scelte che io non capisco»
Arriva un momento nella crescita in cui un buon genitore deve accettare di non essere più l’interprete privilegiato dell’esperienza del proprio figlio. Non saprà tutto. Non comprenderà ogni scelta. Non avrà accesso a ogni pensiero. Ed è proprio questa progressiva perdita di centralità a rendere possibile la separazione psicologica.
Alcuni genitori vivono questo passaggio con grande difficoltà e tentano inconsapevolmente di recuperare controllo attraverso consigli incessanti, anticipazioni catastrofiche, giudizi, intrusioni o quella particolare forma di preoccupazione che, a forza di volere proteggere, finisce per assomigliare alla sorveglianza. Ma un figlio ha bisogno di Un figlio ha bisogno di sviluppare un senso di agentività, cioè la percezione di essere autore delle proprie azioni e di poter incidere sulla direzione della propria vita. Per farlo deve sperimentare anche qualcosa che il genitore non avrebbe scelto.
Naturalmente questo non significa abdicare alla funzione protettiva quando esistono rischi reali. Significa imparare a distinguere il pericolo dalla semplice differenza. A volte ciò che ci preoccupa di un figlio non è che stia andando nella direzione sbagliata. È che sta andando in una direzione che non avevamo previsto noi.
6. «Non diventare la persona che avevo immaginato»
Forse è questa la raccomandazione che contiene tutte le altre. Un figlio non nasce per realizzare una profezia genitoriale. Non deve diventare la nostra rivincita, la prosecuzione delle nostre aspirazioni, la correzione dei nostri fallimenti o la dimostrazione vivente che abbiamo fatto tutto bene. Deve poterci sorprendere. E sorprendere significa anche disattendere.
Può avere gusti che non condividiamo, desiderare una vita che non avremmo scelto, pensare diversamente da noi, possedere un temperamento che mette alla prova le nostre aspettative, sviluppare valori che ci costringono persino a rivedere qualcosa di noi stessi.
La maturità genitoriale consiste anche nel tollerare questa alterità. Riconoscere che un figlio ci appartiene affettivamente, ma non identitariamente. Forse una delle forme più profonde di amore genitoriale è proprio questa: rinunciare progressivamente al diritto di definire chi debba diventare la persona che abbiamo messo al mondo.
Il vero obiettivo non è essere indispensabili
Un bambino non dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra essere se stesso e conservare il legame con noi.
Dovrebbe poter fare entrambe le cose. Ed è forse questa una delle eredità psicologiche più preziose che possiamo lasciargli: non un repertorio di risposte corrette, ma una sufficiente libertà interna da permettergli di interrogarsi su ciò che prova, riconoscere ciò che desidera, cambiare idea, tollerare emozioni scomode e prendere posizione nella propria vita.
Perché arriverà un giorno in cui non saremo accanto a lui mentre dovrà decidere. Non potremo suggerirgli quale relazione scegliere, quando andarsene, quale occasione cogliere o lasciare, quale rischio assumersi. E in quel momento non avrà bisogno di sentire nella propria testa la nostra voce che gli dice cosa fare.
Avrà bisogno di avere costruito una voce propria
Ed è forse questo il paradosso più bello dell’essere genitori: passiamo anni a essere un riferimento affinché, gradualmente, nostro figlio possa diventare il riferimento di se stesso.
Anche il mio ultimo libro “Lascia che la felicità accada” nasce da una domanda molto vicina a questa: quanto di ciò che oggi chiamiamo “me stesso” ci appartiene davvero e quanto, invece, è stato costruito per adattarci, essere approvati, non deludere, mantenere intatti i nostri legami? È un testo pensato proprio per accompagnare il lettore in questo lavoro: riconoscere i propri bisogni, comprendere ciò che ha imparato a sacrificare e costruire nuove consapevolezze dalle quali scegliere in modo più libero.
Perché crescere un figlio libero non significa insegnargli a non avere bisogno di nessuno. Significa fare in modo che non debba perdere se stesso per poter appartenere a qualcuno. Il libro puoi ordinarlo su Amazon a questo link e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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