
È proprio qui che spesso commettiamo un errore
Interpretiamo la difficoltà a cambiare come una carenza di volontà. Pensiamo che, se fossimo davvero motivati, riusciremmo a comportarci diversamente. Le neuroscienze e la psicologia dell’apprendimento raccontano qualcosa di più interessante.
Le abitudini esistono perché sono estremamente utili
Se ogni mattina dovessimo decidere coscientemente come lavarci i denti, come preparare il caffè, quale piede infilare per primo nei pantaloni o quale sequenza di movimenti compiere per guidare, la nostra vita mentale sarebbe insostenibilmente costosa. Il cervello impara quindi a trasformare molte sequenze ripetute in risposte progressivamente più automatiche.
Le ricerche distinguono, semplificando, un controllo maggiormente diretto allo scopo, nel quale continuiamo a rappresentarci ciò che stiamo facendo e le sue conseguenze, e un controllo maggiormente stimolo-risposta, nel quale determinati segnali contestuali acquistano la capacità di facilitare una risposta già molto allenata.
A questi processi partecipano circuiti corticostriatali differenti: lo striato dorsomediale è maggiormente associato al comportamento diretto allo scopo, mentre quello dorsolaterale assume un ruolo importante nelle risposte habituali ben apprese. Non significa che nel cervello esista un “centro delle abitudini”: significa che, con l’apprendimento, cambia il peso relativo di differenti sistemi di controllo dell’azione.
Ed è precisamente questo il punto: quando un comportamento è diventato abituale, non aspetta necessariamente che tu decida di compierlo. È il contesto a cominciare a suggerirlo. Cambiare un’abitudine significa quindi fare qualcosa di più sofisticato che opporre una buona intenzione a un automatismo già allenato.
Come si cambia davvero un’abitudine?
Capire come nasce un’abitudine è importante, ma non basta. Per modificarla dobbiamo intervenire nei punti in cui l’apprendimento si consolida: sui segnali che anticipano il comportamento, sull’ambiente che lo rende più accessibile, sulle risposte alternative che possiamo allenare e sulle condizioni che facilitano la ripetizione. Le neuroscienze e la psicologia dell’apprendimento ci mostrano che il cambiamento diventa più stabile quando smettiamo di affidarci soltanto alla motivazione e iniziamo a modificare concretamente il sistema che sostiene quella risposta.
1. Non chiederti soltanto cosa fai: scopri cosa accade immediatamente prima
Apri Instagram mentre aspetti l’ascensore. Accendi una sigaretta appena esci dall’ufficio. Cerchi qualcosa da mangiare quando finalmente i bambini sono andati a dormire. Controlli WhatsApp dopo pochi minuti di silenzio della persona che ami. Se osserviamo soltanto il comportamento finale, rischiamo di perdere metà del problema.
Le abitudini sono fortemente dipendenti dai segnali antecedenti. Possono essere luoghi, orari, persone, oggetti, transizioni tra due attività, ma anche condizioni interne ricorrenti: noia, tensione, stanchezza, solitudine, attesa, frustrazione.
Con la ripetizione si consolidano associazioni tra configurazioni contestuali e rispost
. Di fronte a un contesto già incontrato molte volte, la risposta precedentemente praticata diventa quindi più facilmente disponibile. Studi sperimentali mostrano che la ripetizione rafforza proprio queste associazioni tra contesto e risposta e che esse possono facilitare l’esecuzione anche quando la deliberazione cosciente è impegnata altrove. Per questo una delle domande più utili non è: “Perché continuo a farlo?”, ma: “In quali condizioni mi ritrovo quasi sempre a farlo?”
Prendiamo una persona che ogni sera mangia dolci sul divano. Potrebbe concludere: “Non riesco a controllarmi con lo zucchero”. Ma osservando meglio potrebbe accorgersi che il comportamento compare soprattutto alle 22:00, dopo aver concluso tutte le incombenze, quando finalmente nessuno le sta chiedendo nulla. A quel punto cambia completamente la lettura: forse il dolce non è soltanto cibo. È diventato la risposta appresa a una particolare configurazione fatta di stanchezza, decompressione e bisogno di gratificazione.
Non possiamo modificare efficacemente un circuito comportamentale se continuiamo a intervenire soltanto sull’ultimo anello. Il primo lavoro consiste quindi nel rendere visibile ciò che normalmente passa inosservato: quando accade, dove accade, cosa è successo nei minuti precedenti e quale stato interno accompagna l’impulso. Non serve farlo per mesi. Già qualche giorno di osservazione può mostrarci una regolarità che prima non vedevamo.
2. Non affidare tutto alla forza di volontà: modifica l’ambiente
Hai deciso di usare meno il telefono, ma il telefono è sulla scrivania, lo schermo si illumina a ogni notifica e le applicazioni più seduttive sono a un movimento del pollice di distanza. Poi, ogni volta che lo prendi, concludi: “Non ho abbastanza autocontrollo”. Ma stai chiedendo al controllo volontario di vincere decine di volte al giorno contro un ambiente progettato per evocare esattamente il comportamento che vuoi evitare.
Le abitudini dipendono fortemente dalla stabilità dei segnali contestuali
È una caratteristica che possiamo utilizzare in entrambe le direzioni: rendere meno accessibili i segnali associati alla vecchia risposta e più accessibili quelli collegati alla nuova. La ricerca sulla cosiddetta habit discontinuity mostra qualcosa di particolarmente interessante: quando cambia il contesto nel quale un comportamento veniva abitualmente eseguito, la sua capacità di riattivarsi automaticamente può diminuire e il comportamento torna temporaneamente più disponibile al controllo intenzionale.
Questo spiega anche perché alcuni cambiamenti risultino sorprendentemente più facili durante un trasloco, un nuovo lavoro, una vacanza o una modifica importante della routine. Non necessariamente siamo diventati persone diverse: sono venuti meno alcuni segnali che riattivavano automaticamente le vecchie sequenze.
Non è necessario cambiare casa per utilizzare questo principio. Possiamo introdurre attrito comportamentale. Se vuoi leggere invece di controllare lo smartphone, il libro può stare sul comodino e il telefono fuori dalla stanza. Se vuoi camminare al mattino, preparare la sera scarpe e vestiti elimina diversi micro-passaggi decisionali. Se vuoi ridurre un alimento che consumi automaticamente, non tenerlo nel punto in cui la tua mano lo incontra senza quasi bisogno di una scelta.
Sembrano dettagli banali. Non lo sono.
Una parte consistente del comportamento quotidiano emerge dall’interazione tra organismo e ambiente. Anche gli studi sulla choice architecture mostrano che modificare la struttura delle alternative disponibili può modificare concretamente il comportamento, sebbene l’ampiezza e la persistenza dell’effetto dipendano dal tipo di intervento e dal dominio considerato.
In pratica, invece di domandarti continuamente “Come faccio a resistere?”, prova a chiederti: “Come posso fare in modo di dover resistere meno volte?” Questa è una strategia molto più intelligente.
3. Non lasciare semplicemente un vuoto: costruisci una risposta concorrente
Immagina di aver sviluppato l’abitudine di controllare il telefono ogni volta che provi un piccolo momento di noia. Decidi di smettere. Arriva la noia. Il telefono è ancora lì. La risposta appresa viene attivata, tu la inibisci e poi… cosa fai? Questo passaggio viene sottovalutato continuamente. Sopprimere una risposta non equivale automaticamente ad averne appresa un’altra.
Se un determinato segnale ha preceduto centinaia di volte un comportamento, possiamo lavorare affinché lo stesso segnale cominci progressivamente a predire una risposta alternativa. Le revisioni più recenti sulla neuroscienza delle abitudini indicano infatti, tra le possibili strategie per interrompere un comportamento habitualizzato, non soltanto l’evitamento dei vecchi segnali e l’inibizione della risposta, ma anche la formazione di nuove associazioni stimolo-risposta concorrenti.
Facciamo qualche esempio.
- “Quando durante il lavoro mi viene automaticamente da prendere il telefono, bevo un sorso d’acqua e mi alzo per trenta secondi.”
- “Quando torno a casa nervoso e mi viene voglia di aprire immediatamente il frigorifero, prima mi cambio e faccio una doccia.”
- “Quando sento l’impulso di scrivere ancora una volta a una persona che non mi risponde, scrivo ciò che vorrei dirle nelle note e aspetto dieci minuti.”
Il punto non è che queste azioni possiedano qualcosa di magicamente terapeutico. Il punto è addestrare una biforcazione nuova nel punto esatto in cui prima esisteva una sola strada molto praticata. All’inizio la vecchia risposta continuerà probabilmente a presentarsi. Questo non significa che il cambiamento non stia funzionando.
Un apprendimento precedente non deve necessariamente essere cancellato affinché il comportamento cambi. Può diventare meno dominante mentre viene rinforzata una risposta alternativa.
È una differenza importante anche dal punto di vista psicologico: non dobbiamo aspettarci di arrivare immediatamente al punto in cui “non ci viene più voglia”. Il primo indicatore di cambiamento potrebbe essere molto più piccolo: tra impulso e comportamento comincia finalmente a comparire un’alternativa. Ed è già moltissimo.
4. Trasforma “da domani lo farò” in una relazione precisa tra situazione e risposta
- “Da domani mi allenerò.”
- “Userò meno il telefono.”
- “Mi organizzerò meglio.”
- “Non reagirò più così.”
Sono intenzioni sincere. Ma neurologicamente e comportamentalmente sono terribilmente poco informative.
Quando arriverà esattamente il momento di agire? Quale segnale dovrà indicarti che è iniziata la nuova sequenza? Cosa farai concretamente? È qui che diventano interessanti le intenzioni di implementazione, studiate da decenni nella psicologia dell’autoregolazione. La struttura è estremamente semplice: Se accade X, allora farò Y.
- Non più: “Farò più attività fisica”, ma: “Quando lunedì, mercoledì e venerdì avrò finito il caffè delle 7:30, indosserò le scarpe e uscirò per dieci minuti”.
- Non: “Controllerò meno i social”, ma: “Quando mi metterò a tavola, lascerò il telefono sulla scrivania”.
- Non: “Sarò più calma”, ma: “Quando sentirò che sto iniziando a rispondere impulsivamente, prima di continuare la conversazione berrò un bicchiere d’acqua e aspetterò due minuti”.
Le intenzioni di implementazione aiutano a ridurre il famoso divario tra intenzione e comportamento, perché aumentano l’accessibilità mentale della situazione critica e rafforzano il collegamento tra quel segnale e la risposta programmata. Studi comportamentali, elettrofisiologici e di neuroimmagine suggeriscono inoltre che questo tipo di pianificazione può rendere l’avvio della risposta meno dipendente da un controllo deliberativo continuamente rinnovato.
È quasi un paradosso: utilizziamo consapevolmente il pensiero per costruire una risposta che, con la pratica, avrà sempre meno bisogno di essere pensata. In altre parole, non devi continuare a ricordarti il tuo obiettivo. Devi fare in modo che sia la situazione stessa a ricordarti cosa fare.
5. Riduci la nuova abitudine finché diventa abbastanza facile da essere ripetuta
Molte persone, quando decidono di cambiare, scelgono la versione più ambiziosa possibile del comportamento.
- Non dieci minuti di movimento: un’ora di palestra.
- Non leggere cinque pagine: un libro alla settimana.
- Non diminuire il telefono la sera: “Da oggi niente smartphone dopo le 20”.
Questo genera una sensazione iniziale molto gratificante perché rende il cambiamento psicologicamente spettacolare. Ma le abitudini non si costruiscono grazie alla spettacolarità. Si costruiscono soprattutto grazie alla ripetibilità.
Perché un comportamento diventi sempre più automatico, deve poter essere ripetuto un numero sufficiente di volte in condizioni relativamente riconoscibili. E proprio qui cade uno dei miti più resistenti della divulgazione: non servono universalmente 21 giorni per creare un’abitudine.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 ha trovato, negli studi che riportavano il tempo necessario alla formazione di abitudini salutari, mediane di circa 59-66 giorni e medie anche superiori ai cento giorni, con una variabilità individuale enorme: in alcuni casi pochi giorni, in altri molti mesi. Gli stessi autori sottolineano che tipo di comportamento, frequenza, momento della giornata, scelta autonoma e regolazione comportamentale possono influenzare il processo.
Il numero preciso, dunque, conta molto meno di un’altra domanda: “Questo comportamento è sufficientemente sostenibile da poter essere ripetuto anche quando la giornata non sarà perfetta?”
Un’abitudine nuova dovrebbe avere una versione minima praticabile.
- Venti minuti di corsa possono diventare cinque minuti di camminata.
- Meditare mezz’ora può diventare sedersi e respirare consapevolmente per due minuti.
- Leggere un capitolo può diventare leggere due pagine.
La versione minima non rappresenta il risultato finale che vuoi ottenere. Serve a preservare la continuità dell’associazione.
È utile anche scegliere un contesto relativamente stabile: dopo il caffè, appena rientrati a casa, prima di fare la doccia, dopo essersi lavati i denti. La stabilità del contesto e la frequenza della ripetizione sono infatti tra i fattori più coerentemente associati alla forza dell’abitudine. Dati longitudinali molto recenti continuano a indicare frequenza, stabilità contestuale e caratteristiche affettive positive dell’esperienza tra i determinanti rilevanti della formazione habitualizzata.
E qui entra anche la gratificazione
Non serve trasformare tutto in un sistema infantile di premi. È però utile che il nuovo comportamento possieda qualche conseguenza positiva percepibile nel presente: piacere, sollievo, soddisfazione, senso di efficacia, compagnia, musica che ci piace, un contesto piacevole.
Il cervello impara molto meglio da ciò che accade ripetutamente che dalle grandi promesse che facciamo sul futuro. “Tra vent’anni questa abitudine farà bene alla mia salute” può essere una ragione eccellente per decidere di iniziare. Ma difficilmente, da sola, renderà piacevole alzarsi dal divano questa sera.
6. Prepara il cambiamento anche per la versione di te che sarà stanca, stressata e sopraffatta
Hai mantenuto la nuova abitudine per cinque giorni. Poi arriva una giornata terribile. Dormi poco, hai un problema al lavoro, litighi con qualcuno, torni a casa esausto e ricompare esattamente il comportamento che volevi abbandonare. “Ecco, sono punto e a capo.” Non necessariamente.
Una delle acquisizioni più interessanti della ricerca è che lo stress può modificare l’equilibrio tra controllo diretto allo scopo e controllo habitualizzato, favorendo in determinate condizioni l’espressione di risposte già apprese. Studi sperimentali hanno collegato questo spostamento all’interazione tra sistemi neuroendocrini dello stress e circuiti corticostriatali.
La conseguenza pratica è enorme.
Non dovremmo progettare una nuova abitudine pensando esclusivamente alla nostra versione più motivata, riposata e lucida. Dobbiamo progettare anche il giorno difficile.
- Se normalmente fai trenta minuti di movimento, cosa farai quando sarai esausto? Cinque minuti?
- Se vuoi evitare di ordinare cibo impulsivamente quando torni tardi, hai già qualcosa di semplice disponibile a casa?
- Se stai cercando di smettere di cercare compulsivamente rassicurazioni, quale risposta alternativa hai preparato per il momento in cui l’ansia sarà molto più intensa del solito?
- Se vuoi utilizzare meno i social quando sei stanco, hai eliminato almeno le notifiche che ti riportano continuamente dentro l’applicazione?
Non è pessimismo. È progettazione comportamentale.
Quando siamo sotto pressione, affidarsi a un complesso ragionamento deliberativo può essere più difficile. È quindi particolarmente utile avere già costruito segnali chiari, alternative semplici e ambienti che riducano il numero di decisioni necessarie.
Anche il sonno merita attenzione. Non perché “dormire riprogrammi il cervello” — formula suggestiva ma troppo semplicistica — bensì perché il sonno partecipa ai processi di consolidamento della memoria e alla plasticità dipendente dall’esperienza. Ciò che pratichiamo durante la veglia non è indipendente da ciò che il sistema nervoso fa successivamente con quell’esperienza.
La domanda quindi non è soltanto: “Riesco a farlo quando sto bene?” La domanda più utile è: “Qual è la versione di questo comportamento che riuscirò a mantenere anche quando avrò meno risorse disponibili?” È lì che un progetto di cambiamento comincia a diventare robusto.
Cambiare un’abitudine non significa cancellare una parte di noi
C’è infine qualcosa che le neuroscienze possono aiutarci a guardare con maggiore intelligenza. Molte delle nostre abitudini non sono nate perché siamo deboli, pigri o incoerenti. Sono nate perché, in un certo momento e in un certo contesto, un comportamento ha funzionato.
Controllare continuamente il telefono ha riempito tempi vuoti. Rimandare ha allontanato temporaneamente l’ansia di affrontare qualcosa. Mangiare ha consolato. Controllare ha ridotto l’incertezza. Cercare una rassicurazione ha abbassato un allarme. Lavorare senza fermarsi ha evitato di sentire altro.
Se continuiamo a guardare soltanto il comportamento indesiderato, potremmo pensare che sia irrazionale
Se osserviamo anche ciò che produce nell’immediato, spesso scopriamo perché il nostro sistema continua a sceglierlo. Ed è per questo che il cambiamento più stabile raramente nasce dalla guerra contro noi stessi. Nasce quando riusciamo a comprendere quale bisogno, stato o situazione ha reclutato quella risposta, e iniziamo a costruire modi differenti di attraversare la stessa esperienza.
Dobbiamo inoltre distinguere una comune abitudine da condizioni nelle quali sono presenti perdita significativa di controllo, compulsività, dipendenza da sostanze, comportamenti alimentari patologici o altre forme di sofferenza psicologica rilevante. In questi casi non sarebbe corretto ridurre tutto a una sequenza di “segnale-risposta” né pensare che sei strategie comportamentali possano sostituire una valutazione e un intervento professionale appropriati.
Per le abitudini quotidiane, invece, possiamo portarci dietro una regola molto concreta: non provare soltanto a essere più forte dell’abitudine. Fai in modo che l’abitudine abbia sempre meno occasioni di essere la risposta più facile e che quella nuova abbia sempre più occasioni di essere praticata.
È così che il comportamento cambia davvero
Non perché un giorno pronunciamo una decisione abbastanza potente da cancellare tutto ciò che abbiamo appreso, ma perché cominciamo a offrire al nostro cervello esperienze ripetute abbastanza coerenti da permettergli di imparare qualcosa di nuovo.
Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” torno spesso proprio su questo punto: molte trasformazioni importanti iniziano quando smettiamo di giudicarci esclusivamente per ciò che facciamo e cominciamo a comprendere come abbiamo imparato a funzionare in quel modo. Perché alcune risposte che oggi ci limitano, un tempo possono averci aiutato a regolare una paura, mantenere un equilibrio o attraversare una fase difficile. Comprendere la loro funzione non significa giustificarle per sempre: significa finalmente poterle modificare senza trattare noi stessi come il problema.
Se senti di essere arrivato al punto in cui vuoi smettere semplicemente di “correggerti” e iniziare a comprenderti abbastanza profondamente da costruire risposte nuove, Lascia che la felicità accada può accompagnarti proprio in questo passaggio. Il libro lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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