
Perché il modo in cui ci consideriamo non emerge soltanto da ciò che pensiamo di noi. Si manifesta nelle microdecisioni relazionali che prendiamo ogni giorno: ciò che tolleriamo, quello che chiediamo, quanto spazio ci concediamo, il modo in cui interpretiamo una mancanza di rispetto, la facilità con cui giustifichiamo gli altri e la rapidità con cui, invece, mettiamo sotto processo noi stessi.
È qui che la svalutazione diventa più difficile da riconoscere.
Può essersi trasformata in una sorta di assetto implicito: una modalità così familiare di stare nelle relazioni da non essere più percepita come problematica. Non pensiamo «mi sto svalutando». Pensiamo semplicemente: «Sono fatto così».
6 modi in cui ti svaluti senza accorgertene
Eppure alcuni comportamenti raccontano molto del valore che, nel profondo, abbiamo imparato ad attribuirci. Non perché siano prove definitive di una scarsa autostima, ma perché mostrano come trattiamo noi stessi quando nessuno ci osserva: quanto credito diamo a ciò che sentiamo, quanto spazio concediamo ai nostri bisogni, quanto facilmente riconosciamo ciò che facciamo bene e quanto, invece, sentiamo di doverlo ridimensionare. È spesso nelle abitudini più ordinarie che la svalutazione diventa visibile. Eccone sei particolarmente rivelatrici.
1. Ridimensioni immediatamente ciò che fai bene
Ricevi un complimento e rispondi: «Sì, però non era niente di che». Ottieni un risultato importante e pensi che, in fondo, avrebbero potuto farcela tutti. Se qualcuno riconosce una tua capacità, senti quasi il bisogno di aggiungere una precisazione che ne riduca la portata: sei stato fortunato, ti hanno aiutato, non era così difficile, avresti comunque potuto fare meglio.
Non sempre è modestia. A volte siamo diventati estremamente abili nel neutralizzare le informazioni positive che ci riguardano. È un processo interessante perché consente all’immagine che abbiamo di noi di rimanere sorprendentemente stabile. Se dentro di me esiste una rappresentazione profonda secondo cui non sono poi così capace, interessante o meritevole, un successo rappresenta un dato incongruente. Dovrei modificare almeno in parte ciò che penso di me.
Ma posso fare anche l’operazione opposta: modificare il significato del successo. Era facile. È capitato. Non conta. Potevo fare di più. Così il risultato entra nella nostra storia senza riuscire davvero a correggerla. Ed è possibile trascorrere anni accumulando prove del proprio valore senza permettere a quelle prove di diventare una rappresentazione interna di sé.
2. Non ti fidi fino in fondo di ciò che senti
Qualcuno ti ferisce e, prima ancora di chiederti che cosa sia accaduto, cominci a interrogare la tua reazione. Forse sono troppo sensibile. Forse ho interpretato male. Forse sto esagerando. Forse non dovrei sentirmi così.
La capacità di mettere in discussione le proprie impressioni è preziosa. Diventa problematica quando il dubbio compare sistematicamente contro di noi. In quel momento non stiamo più esercitando capacità critica: stiamo cedendo all’esterno una parte della nostra autorità epistemica, cioè la possibilità di riconoscerci come fonte attendibile rispetto a ciò che accade dentro di noi.
Naturalmente possiamo sbagliarci nell’interpretare le intenzioni dell’altro. Ma un’emozione non ha bisogno di dimostrare in tribunale di essere oggettivamente corretta per meritare attenzione. Se qualcosa ci ferisce, quella ferita è già un’informazione. Non ci dice necessariamente che l’altro abbia torto. Ci dice però qualcosa su di noi, sulla relazione, sui nostri confini, sulla storia che quella situazione ha intercettato.
Svalutarsi può significare proprio questo: concedere immediatamente agli altri il beneficio del dubbio e negarlo continuamente a se stessi.
3. Quando metti un limite senti di dover costruire un’arringa difensiva
Dire semplicemente «non posso» ti sembra scortese. Dire «non mi va» quasi impossibile. Così spieghi. Poi specifichi. Poi aggiungi un’altra ragione, perché quella precedente potrebbe non sembrare abbastanza convincente. E mentre parli osservi la reazione dell’altro per capire se hai finalmente ottenuto il permesso di sottrarti.
È una forma di svalutazione molto sofisticata perché può sembrare educazione, sensibilità o attenzione verso gli altri. Ma sotto può esserci una convinzione ben diversa: il mio limite, da solo, non basta. Deve essere ragionevole. Comprensibile. Documentabile. Preferibilmente inattaccabile. In altre parole, non basta che qualcosa sia troppo per noi: dobbiamo riuscire a dimostrare che chiunque, al nostro posto, avrebbe diritto a considerarlo troppo.
È così che il confine personale si trasforma lentamente in una negoziazione. E a forza di cercare argomentazioni che rendano accettabili i nostri no, rischiamo di dimenticare una cosa fondamentale: un limite non acquista dignità soltanto quando viene compreso dall’altra persona.
4. Nelle relazioni calcoli continuamente quanto spazio puoi occupare
Non chiedi troppo. Non racconti tutto. Aspetti il momento opportuno. Cerchi di capire quanto l’altro possa sopportare prima di portargli un tuo bisogno.
Dall’esterno può sembrare una grande sensibilità relazionale. E, naturalmente, tenere conto dell’altro è una competenza preziosa. Il problema nasce quando nella relazione siamo quasi sempre noi a svolgere questo lavoro di regolazione. Noi monitoriamo il clima. Noi ridimensioniamo le richieste. Noi scegliamo le parole. Noi ci adattiamo alla disponibilità altrui.
A quel punto non stiamo più semplicemente considerando l’altro: stiamo imparando a esistere nello spazio che l’altro ci concede. E questa è una delle forme meno evidenti di svalutazione. Perché il messaggio implicito non è «non valgo». È più sottile: ciò che porto nella relazione può esserci, purché non diventi troppo ingombrante.
Con il tempo possiamo perfino diventare bravissimi a stare nei rapporti senza disturbare nessuno. E accorgerci molto tardi che, per riuscirci, abbiamo disturbato continuamente noi stessi.
5. Ti senti più tranquillo quando sei utile che quando sei semplicemente amato
Ci sono persone che sanno dare moltissimo e ricevere pochissimo. Organizzano, risolvono, anticipano problemi, sostengono chi amano. Sono quelle che gli altri chiamano quando qualcosa va storto perché «tanto tu sai sempre cosa fare». E spesso è vero. Il punto è capire che funzione abbia assunto quella competenza nella nostra identità.
Se molto presto abbiamo imparato che essere attenti, autonomi, responsabili o capaci di prenderci cura degli altri produceva vicinanza e riconoscimento, l’utilità può diventare una straordinaria moneta relazionale.
Essere necessari tranquillizza. Essere semplicemente desiderati, invece, può sembrare molto meno controllabile. Perché quando non c’è niente da fare, nessun problema da risolvere, nessuno da salvare e nessuna prestazione da offrire rimane una domanda assai più vulnerabile:
Se non ti servo, continuerai a scegliere me? Qui la svalutazione non assume la forma del disprezzo verso se stessi. Assume quella di un valore personale continuamente condizionato alla funzione. Non penso necessariamente di non valere. Ho semplicemente imparato a sentire con maggiore certezza il mio valore quando sono indispensabile. E sono due cose molto diverse.
6. Pretendi da te una quantità di prove che non pretenderesti mai da chi ami
Hai sbagliato una cosa e quell’errore diventa immediatamente rilevante. Ne hai fatte bene altre dieci e vengono archiviate come normali. Qualcuno non apprezza ciò che fai e la sua opinione riesce a occupare per ore la tua mente. Le persone che invece ti stimano sembrano improvvisamente fonti molto meno autorevoli.
È una specie di contabilità psichica truccata: le prove contro di noi pesano moltissimo, quelle a nostro favore ricevono uno sconto sistematico. Ed è qui che possiamo riconoscere uno dei paradossi più dolorosi della svalutazione.
Non sempre pensiamo male di noi. A volte applichiamo semplicemente a noi stessi criteri di validazione impossibili. Per considerarci competenti dobbiamo riuscire quasi sempre. Per sentirci amabili dobbiamo essere scelti senza esitazioni. Per considerarci brave persone non dovremmo deludere nessuno. Per poterci riposare dovremmo aver terminato tutto.
Naturalmente nessun essere umano può superare stabilmente un esame costruito in questo modo. E infatti la svalutazione sa essere molto astuta: stabilisce le condizioni necessarie per sentirci abbastanza e poi colloca quelle condizioni appena oltre il punto che possiamo raggiungere.
Costruisci le tue nuove consapevolezze
Quando il pensiero di “non valere” diventa parte integrante della propria vita, mille persone potrebbero mettersi in fila per te, potrebbero dirti «sei bravissimo» e guardarti con gli occhi dell’ammirazione. Sicuramente questo ti lusingherà per qualche ora ma… passato il coinvolgimento del momento, puff, il tuo schema del “non valere” ritornerà a farsi sentire con tutti i suoi effetti. Allora tu ritornerai a essere la “spalla di…” e non “il protagonista indiscusso della tua vita”. Ritornerai a essere troppo severo con te stesso, avere dubbi e incertezze, tornerai ad avere difficoltà a dire di «no» e a essere fin troppo disponibile con chi non lo merita.
Questo succede perché la convalida che tutti noi vorremmo non deve arrivare dall’esterno, bensì dovrebbe emergere tra le tue consapevolezze. In altre parole: conoscendoti davvero per ciò che sei (e non per ciò che ti hanno fatto credere gli altri), puoi diventare consapevole del tuo valore. Se hai voglia di conoscerti e trattarti come il tuo “oggetto di studio”, allora ti consiglio di leggere il mio libro «Lascia che la felicità accada», un manuale di psicologia che ti prenderà per mano e ti condurrà alla scoperta di te, dei tuoi bisogni autentici e delle tue nuove consapevolezze. Il libro puoi ordinarlo su Amazon a questo link e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine. Se hai voglia di scoprire le immensità che ti porti dentro e imparare a esprimere pienamente chi sei, senza timori e insicurezze, è il libro giusto per te.
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