
Non ce ne accorgiamo subito perché, mentre accadono, molte rinunce sembrano perfino ragionevoli. Ci diciamo che non è il momento, che dobbiamo avere pazienza, che prima vengono gli altri, che in fondo possiamo sopportare ancora un po’. E così ciò che inizialmente sembrava una parentesi rischia di diventare un modo di vivere.
Il problema è che la mente umana è straordinariamente capace di adattarsi
Possiamo abituarci a relazioni che ci impoveriscono, a giornate che non ci somigliano più, a bisogni continuamente rimandati, perfino a una versione di noi stessi costruita soprattutto per non disturbare gli equilibri degli altri. Solo molto tempo dopo potremmo accorgerci del prezzo pagato.
6 rimpianti che possiamo ancora evitare
Non possiamo evitare ogni errore. E probabilmente non sarebbe neppure auspicabile: alcune delle cose che comprendiamo di noi nascono proprio dalle strade che abbiamo percorso male. Possiamo però riconoscere alcuni rimpianti mentre siamo ancora in tempo per cambiare direzione.
1. Aver aspettato troppo a lungo per vivere come volevamo
Molte persone non rinunciano davvero alla propria vita. La rimandano. Aspettano di avere più soldi, più sicurezza, meno responsabilità, un corpo diverso, una relazione stabile, l’approvazione di qualcuno. Aspettano soprattutto di sentirsi finalmente pronte. Il problema è che quella sensazione di assoluta preparazione potrebbe non arrivare mai.
Dal punto di vista psicologico, rimandare può avere una funzione protettiva. Finché qualcosa rimane nel territorio del “prima o poi”, possiamo continuare a desiderarla senza sottoporci al rischio concreto di fallire, essere giudicati o scoprire che la realtà non coincide perfettamente con ciò che avevamo immaginato. Il desiderio rimane intatto perché non viene messo alla prova. Così possiamo trascorrere anni dicendo quando avrò più tempo, quando i figli saranno grandi, quando mi sentirò più sicuro, quando le cose si saranno sistemate.
Ma la vita raramente si “sistema” tutta insieme.
Quasi sempre dobbiamo cominciare mentre qualcosa è ancora incompleto. Questo non significa abbandonare responsabilità o inseguire impulsivamente ogni desiderio. Significa chiedersi, di tanto in tanto: quanto della mia vita sto vivendo e quanto, invece, sto soltanto preparando? Perché uno dei rimpianti più dolorosi potrebbe non essere aver fallito. Potrebbe essere non aver mai verificato cosa sarebbe successo se ci avessimo provato.
2. Essere rimasti troppo a lungo dove dovevamo continuamente ridurci
Non tutte le relazioni dolorose sono apertamente violente o distruttive. Alcune ci consumano attraverso qualcosa di molto più sottile: la necessità costante di diventare più piccoli per poter rimanere.
Pensiamo meno, chiediamo meno, diciamo meno. Impariamo quali argomenti evitare, quali parti di noi infastidiscono l’altro, quanto entusiasmo possiamo mostrare senza suscitare fastidio e quanta sofferenza possiamo esprimere prima di sentirci dire che stiamo esagerando. A un certo punto non stiamo più soltanto adattandoci alla relazione. Stiamo modificando noi stessi per renderla possibile.
E spesso rimaniamo perché quella dinamica ci è familiare.
Se nella nostra storia affettiva abbiamo imparato che l’amore richiede accomodamento, ipervigilanza, rinuncia o capacità di comprendere continuamente l’altro, potremmo confondere la fatica relazionale con la profondità del legame. Potremmo pensare:
- se riesco a spiegarmi meglio, cambierà.
- Se sarò meno sensibile, funzionerà.
- Se capisco perché si comporta così, soffrirò meno.
- Se gli do ancora tempo, finalmente mi vedrà.
Uno dei rimpianti che possiamo evitare è accorgerci troppo tardi di aver trascorso anni tentando di essere abbastanza facili da amare per qualcuno che ci chiedeva, implicitamente, di diventare sempre meno noi stessi.
3. Non aver detto ciò che per te era importante
Ci sono parole che tratteniamo per prudenza. E ce ne sono altre che tratteniamo per paura. Di sembrare bisognosi. Di essere respinti. Di creare un conflitto. Di mostrare quanto teniamo a qualcuno. Di ammettere che qualcosa ci ha feriti. Di chiedere ciò che desideriamo davvero. Così impariamo a comunicare indirettamente.
Aspettiamo che l’altro capisca. Mandiamo segnali. Diventiamo freddi quando vorremmo essere rassicurati. Ci allontaniamo quando vorremmo essere raggiunti. Diciamo “non importa” proprio quando, invece, importa moltissimo. Ma il silenzio non ci protegge sempre. A volte ci lascia semplicemente soli con qualcosa che nessuno ha avuto realmente la possibilità di conoscere.
Ma alcune conversazioni meritano di essere affrontate mentre sono ancora possibili. Come per esempio..Dire “mi hai ferito”. Dire “mi manchi”. Dire “ho bisogno che questa cosa cambi”. Dire “non posso più continuare così”. Perché il rimpianto non nasce soltanto dalle parole dette male. Può nascere anche da quelle rimaste per anni nella nostra testa, mentre aspettavamo che qualcuno riuscisse a indovinarle.
4. Aver confuso la capacità di sopportare con la forza
Sopportare molto non significa necessariamente stare bene. Eppure alcune persone costruiscono buona parte della propria identità proprio intorno alla capacità di reggere. Sono quelle che organizzano, risolvono, sostengono, anticipano. Quelle a cui tutti si rivolgono perché “tanto ce la fanno”. E spesso sono anche le ultime ad accorgersi di essere esauste.
Questa capacità può nascere molto presto.
Quando un bambino comprende che gli adulti intorno a lui sono fragili, imprevedibili, sopraffatti o poco disponibili, può imparare a ridurre le proprie richieste e a sviluppare precocemente competenze che gli permettono di cavarsela. Diventare autosufficienti può essere stato, allora, un adattamento straordinariamente intelligente.
Il problema nasce quando quella vecchia soluzione diventa un’identità permanente. Quando non riusciamo più a distinguere tra “posso farcela” e “devo necessariamente farcela da solo”. Tra essere affidabili e rendersi indispensabili. Tra amare qualcuno e assumersi continuamente la responsabilità del suo equilibrio. Tra avere forza e non concedersi mai il diritto di aver bisogno.
Il rischio è arrivare a un punto della vita e accorgersi che tutti conoscevano la nostra capacità di esserci, ma pochissime persone conoscevano davvero la nostra vulnerabilità. Possiamo evitare questo rimpianto imparando qualcosa di apparentemente semplice: non dobbiamo arrivare al limite delle nostre risorse prima di considerarci autorizzati a fermarci.
5. Aver vissuto troppo a lungo attraverso lo sguardo degli altri
Una parte della nostra identità nasce inevitabilmente nelle relazioni. Impariamo chi siamo anche attraverso gli occhi di chi ci cresce, ci ama, ci critica e ci riconosce. Il problema nasce quando quello sguardo smette di essere una delle informazioni disponibili e diventa il tribunale davanti al quale continuiamo a presentare la nostra vita. Allora scegliamo chiedendoci come appariremo.
Restiamo in situazioni che non ci fanno più bene perché andarsene potrebbe sembrare un fallimento. Continuiamo percorsi che non desideriamo perché abbiamo investito troppo. Nascondiamo parti di noi per non deludere la famiglia. Misuriamo decisioni private con criteri che appartengono soprattutto agli altri.
E poco alla volta rischiamo di perdere una domanda fondamentale: io cosa penso della vita che sto vivendo? Non “cosa penseranno”. Non “come verrà interpretata”. Non “saranno orgogliosi di me?”. Ma: quando nessuno mi guarda, questa vita mi somiglia?
Liberarsi completamente dal giudizio altrui è probabilmente impossibile. Siamo esseri relazionali e l’appartenenza continua ad avere un enorme valore psicologico. Possiamo però smettere di consegnare agli altri il diritto di veto sulle nostre scelte. Perché sarebbe doloroso arrivare un giorno a essere perfettamente coerenti con ciò che gli altri si aspettavano da noi e scoprire, proprio allora, di esserci allontanati troppo da ciò che desideravamo diventare.
6. Aver aspettato di stare meglio prima di concederci qualcosa di bello
È forse uno dei meccanismi più silenziosi. Quando attraversiamo una fase difficile tendiamo a organizzare la vita come se fosse sospesa.
- Prima devo risolvere questo problema.
- Prima devo capire cosa fare.
- Prima devo stare meglio.
- Poi potrò ricominciare.
È una logica comprensibile. Se stiamo male, la mente concentra risorse su ciò che percepisce come problematico. Ma, quando la difficoltà dura a lungo, rischiamo di costruire un’esistenza interamente organizzata intorno alla riparazione.
Come se dovessimo guarire completamente prima di poter ridere. Risolvere tutto prima di riposare. Sentirci sicuri prima di fare qualcosa che desideriamo. Diventare una versione migliore di noi stessi prima di considerarci degni di una vita piacevole.
Eppure le esperienze positive non sono necessariamente il premio che riceviamo dopo essere stati bene. A volte sono parte delle condizioni che ci permettono di stare meglio. Una passeggiata che non serve a niente. Una persona con cui non dobbiamo dimostrare nulla. Un pomeriggio sottratto alla produttività. Una passione che avevamo abbandonato.
Non cancellano il dolore e non risolvono ciò che deve essere affrontato. Fanno però qualcosa di altrettanto importante: impediscono alla sofferenza di diventare l’unica esperienza possibile.
Il punto non è vivere senza rimpianti
Vivere senza rimpianti è probabilmente impossibile. Ogni scelta comporta una rinuncia, ogni strada lascia fuori altre possibilità e perfino le decisioni migliori, qualche volta, ci fanno domandare come sarebbe andata se avessimo scelto diversamente. Il punto non è evitare ogni errore. È riuscire a riconoscere, mentre siamo ancora in tempo, le rinunce che stiamo trasformando in abitudini.
Ci sono vite che non cambiano per un grande gesto, ma perché a un certo punto smettiamo di rimandare noi stessi. Cominciamo a dire ciò che sentiamo, a lasciare ciò che ci consuma, a non considerare più la sofferenza una prova di valore, a concederci qualcosa di buono senza aspettare di aver prima sistemato tutto.
È anche uno dei temi che attraversano il mio nuovo libro “Lascia che la felicità accada“: molte volte non dobbiamo diventare qualcun altro per stare meglio. Dobbiamo piuttosto riconoscere ciò che, nel tempo, abbiamo imparato a sacrificare di noi per sentirci amati, adeguati, indispensabili o al sicuro.
Perché il passato può spiegare perché abbiamo imparato a vivere in un certo modo
Ma comprenderlo serve soprattutto a una cosa: impedirgli di continuare a scegliere al posto nostro. E forse è proprio questo uno dei rimpianti che possiamo ancora evitare: arrivare troppo tardi a capire che, mentre aspettavamo il momento giusto per vivere diversamente, quel momento aveva già cominciato a chiamarsi presente.
Se senti che hai rimandato troppo a lungo te stesso, che continui a vivere cercando di essere all’altezza delle aspettative altrui, che fai fatica a lasciare ciò che ti ferisce o che desideri capire perché certi schemi continuano a ripetersi nella tua vita, “Lascia che la felicità accada” è il libro giusto per te.
Non perché prometta una vita senza dolore, errori o momenti difficili, ma perché aiuta a riconoscere ciò che continuiamo a fare contro noi stessi senza quasi accorgercene e a recuperare, poco alla volta, la libertà di scegliere in modo diverso. Perché qualche volta cambiare vita non significa stravolgere tutto. Significa smettere di aspettare il permesso, il momento perfetto o una versione migliore di noi stessi per cominciare finalmente a esserci. Lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
E se ti va, seguimi sul mio profilo Instagram: @anamaria.sepe.
Ti aspetto lì per continuare il viaggio