6 segnali che hai ricevuto più critiche che incoraggiamenti

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono persone che ricordano perfettamente una critica ricevuta vent’anni fa, ma fanno fatica a ricordare l’ultima volta in cui qualcuno le ha fatte sentire davvero orgogliose di sé. Persone che possono ricevere dieci complimenti e una sola osservazione negativa, e trascorrere il resto della giornata a ripensare proprio a quell’osservazione.

Forse anche tu conosci questa sensazione. Fai qualcosa di bello, raggiungi un obiettivo importante, ricevi un riconoscimento, ma invece di sentirti soddisfatto cominci a pensare a ciò che avresti potuto fare meglio. È come se dentro di te ci fosse una voce sempre pronta a correggerti, a ricordarti ciò che manca, a convincerti che non hai ancora fatto abbastanza.

E se quella voce non fosse nata con te?

Pensiamo a un bambino che torna a casa felice per aver preso un bel voto e si sente chiedere perché non abbia preso il massimo. Oppure a una bambina che mostra orgogliosa un disegno e riceve come risposta: «Carino, ma potevi farlo meglio». Pensiamo a quei bambini che vengono corretti ogni volta che parlano, paragonati ai fratelli, rimproverati per le loro emozioni o lodati soltanto quando ottengono risultati eccellenti.

Sono esperienze apparentemente ordinarie che, quando diventano abituali, possono influenzare profondamente il modo in cui impariamo a guardarci. Perché un bambino non costruisce la propria immagine di sé soltanto attraverso ciò che riesce a fare, ma anche attraverso lo sguardo delle persone dalle quali dipende emotivamente. E quando quello sguardo restituisce soprattutto mancanze, errori e aspettative disattese, può crescere con la sensazione che ci sia sempre qualcosa da correggere in se stesso.

Quando l’approvazione diventa qualcosa da conquistare

Le cause possono essere diverse e spesso riguardano il clima emotivo nel quale siamo cresciuti! Ci sono genitori convinti che sottolineare gli errori sia il modo migliore per educare. Altri hanno aspettative molto elevate, considerano i risultati positivi qualcosa di dovuto e riservano la propria attenzione soprattutto a ciò che non funziona. Alcuni faticano a incoraggiare perché, a loro volta, sono cresciuti in famiglie dove l’apprezzamento era raro e la critica rappresentava la principale forma di comunicazione educativa.

Non sempre, dunque, dietro un’educazione particolarmente severa c’è una mancanza d’amore

Talvolta ci sono adulti che riproducono inconsapevolmente i modelli relazionali che hanno conosciuto durante la propria infanzia. Ma le intenzioni degli adulti e il modo in cui un bambino vive quelle esperienze non coincidono necessariamente.

Un genitore può pensare di stimolare il figlio a migliorarsi, mentre il bambino può interpretare quella continua insoddisfazione come la prova di non essere mai abbastanza. Ed è qui che può verificarsi un passaggio importante: il bambino smette progressivamente di chiedersi se ciò che ha fatto sia giusto o sbagliato e comincia a interrogarsi sul proprio valore.

L’approvazione, anziché essere vissuta come un’espressione spontanea della relazione, diventa qualcosa da conquistare attraverso il comportamento, i risultati e la capacità di soddisfare le aspettative altrui.

In alcuni casi si sviluppa una particolare sensibilità al giudizio. Il bambino impara a osservare le reazioni degli adulti, ad anticiparne le richieste, a correggersi prima ancora di essere rimproverato. Può diventare estremamente diligente, responsabile, attento a non creare problemi. Qualità che dall’esterno vengono spesso apprezzate, ma che non sempre nascono dalla serenità. A volte sono il risultato di un adattamento costruito intorno al timore di deludere.

Naturalmente, le esperienze familiari non sono le uniche a influenzare questo processo

Anche le umiliazioni scolastiche, i confronti con i fratelli, le relazioni svalutanti e la scarsa disponibilità emotiva delle figure significative possono contribuire alla formazione di un’immagine personale fragile. E non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo. Contano le caratteristiche individuali, la continuità delle esperienze e la presenza di altre relazioni capaci di offrire riconoscimento e sicurezza.

Ma quando le critiche diventano una componente dominante dell’esperienza relazionale, può accadere qualcosa di particolarmente doloroso: il giudizio esterno viene progressivamente interiorizzato. Non abbiamo più bisogno che qualcuno ci dica che non siamo abbastanza. Abbiamo imparato a ripetercelo da soli.

6 segnali che hai ricevuto più critiche che incoraggiamenti

Vediamo sei segnali che possono raccontare questa esperienza. Non sono prove certe di un’infanzia segnata dalle critiche, ma modalità di pensare e reagire che, soprattutto quando si presentano insieme, meritano di essere comprese.

1. Quando commetti un errore, non pensi di aver sbagliato: pensi di essere sbagliato

Hai dimenticato un appuntamento, hai detto qualcosa di poco opportuno oppure hai commesso una piccola disattenzione. Eppure, anziché limitarti a riconoscere l’errore, cominci a rimproverarti duramente. «Sono sempre il solito.» «Non ne faccio mai una giusta.» «Possibile che debba rovinare tutto?» Non è semplicemente il desiderio di fare bene. È qualcosa che coinvolge il modo in cui percepisci te stesso.

Quando siamo cresciuti in un ambiente nel quale ogni errore veniva sottolineato, rimproverato o utilizzato per mettere in discussione le nostre capacità, possiamo aver interiorizzato qualcosa di molto più doloroso della semplice paura di sbagliare: la convinzione che ogni nostra mancanza riveli un difetto personale.

L’errore perde così il suo significato di esperienza circoscritta e diventa una conferma della nostra presunta inadeguatezza. Non ci limitiamo più a giudicare ciò che abbiamo fatto: mettiamo in discussione ciò che siamo. E quella voce critica, inizialmente appartenuta a qualcun altro, può finire per accompagnarci anche quando nessuno ci sta giudicando.

È così che una piccola disattenzione può trasformarsi in ore di rimuginio, un’osservazione in una ferita, un fallimento temporaneo nella sensazione di non valere abbastanza. Non soffriamo soltanto per l’errore commesso, ma per tutto ciò che abbiamo imparato a credere che quell’errore dica di noi.

2. Fatichi a credere ai complimenti, ma prendi molto sul serio le critiche

Qualcuno ti dice che sei una persona intelligente, sensibile o particolarmente capace. Tu ringrazi, magari sorridi, ma dentro di te cerchi immediatamente una spiegazione alternativa. «Lo dice per gentilezza.» «Non mi conosce abbastanza.» «È stato soltanto un colpo di fortuna.» Poi arriva una critica. Magari pronunciata distrattamente, magari da una persona che conosci appena. E quella, invece, ti sembra assolutamente credibile.

Le esperienze ripetute contribuiscono a costruire le convinzioni attraverso le quali interpretiamo noi stessi e ciò che ci accade! Quando abbiamo interiorizzato un’immagine personale dominata dalle nostre presunte mancanze, tendiamo a dare particolare rilievo alle informazioni che sembrano confermarla. Un complimento può essere minimizzato, attribuito alla cortesia o alla scarsa conoscenza che gli altri hanno di noi. Una critica, al contrario, può essere accolta come una conferma di ciò che temiamo da sempre.

Non è necessariamente una scelta consapevole. È un modo abituale di interpretare le esperienze, che può mantenere nel tempo le convinzioni negative su di sé. Così possiamo trovarci circondati da persone che riconoscono sinceramente le nostre qualità e continuare a sentirci inadeguati.

E c’è un aspetto particolarmente doloroso: a volte finiamo per attribuire maggiore autorevolezza proprio a chi ci svaluta. Come se le parole che ci feriscono fossero più vere di quelle che ci riconoscono.

3. Senti il bisogno di giustificare continuamente le tue scelte

Hai deciso di riposarti, ma senti di dover spiegare perché sei stanco. Hai rifiutato un invito, ma prepari una lunga lista di giustificazioni. Hai comprato qualcosa per te e ti affretti a precisare che era in offerta, che ne avevi bisogno, che te lo sei meritato. È come se ogni tua decisione dovesse essere accompagnata da argomentazioni sufficientemente convincenti da evitare possibili contestazioni.

Questo comportamento può svilupparsi quando, durante la crescita, le nostre preferenze vengono continuamente messe in discussione, corrette o considerate meno importanti di quelle degli adulti.

Pensiamo a un bambino che dice di non voler partecipare a un’attività e si sente rispondere: «Non fare storie». Oppure a una bambina che esprime una preferenza e viene immediatamente contraddetta: «Tu non sai mai quello che vuoi». Se queste esperienze si ripetono, il bambino può imparare a diffidare delle proprie valutazioni e a cercare continuamente una conferma esterna.

Il problema non è soltanto la difficoltà di decidere autonomamente. È il significato emotivo che attribuiamo alla possibilità di essere in disaccordo con qualcuno. Una scelta personale può diventare fonte di tensione perché espone al rischio di disapprovazione. E se abbiamo imparato a vivere quella disapprovazione come qualcosa di particolarmente doloroso, potremmo cercare di prevenirla giustificando ogni nostro comportamento.

Da adulti, allora, possiamo diventare abilissimi a spiegare le nostre ragioni, ma poco abituati a riconoscere il diritto di averle. A volte non cerchiamo nemmeno un consiglio. Cerchiamo qualcuno che ci autorizzi a fare ciò che desideriamo. Perché abbiamo imparato a chiedere il permesso anche quando non ce n’è bisogno.

4. Non riesci a goderti i tuoi successi perché pensi subito a quello che manca

Hai raggiunto un obiettivo importante. Per qualche istante sei soddisfatto. Poi, quasi automaticamente, cominci a pensare a quello che dovrai fare dopo. Hai concluso un progetto? Potevi farlo meglio. Hai ricevuto un riconoscimento? La prossima volta dovrai impegnarti ancora di più. Hai portato a termine una giornata particolarmente impegnativa? Ti concentri sulle poche cose che non sei riuscito a fare. È come se la soddisfazione avesse sempre una durata brevissima|

Durante l’infanzia, alcuni bambini imparano che i risultati positivi non sono occasioni da celebrare, ma nuovi punti di partenza dai quali pretendere ancora di più. «Hai preso nove? La prossima volta voglio dieci.» «Sei arrivato secondo? Potevi impegnarti di più.» «Non montarti la testa, hai ancora tanto da imparare.»

Quando il riconoscimento è scarso e le aspettative continuano ad aumentare, il raggiungimento di un obiettivo può perdere la sua funzione gratificante. Il risultato non viene vissuto come qualcosa di cui essere soddisfatti, ma come una conferma temporanea della propria adeguatezza. E ciò che è temporaneo deve essere continuamente rinnovato.

Da adulti possiamo diventare persone estremamente competenti, responsabili e affidabili. Persone che ottengono risultati importanti e che gli altri ammirano per la loro determinazione. Ma dietro quella produttività può nascondersi una difficoltà a sentirsi soddisfatti di sé, indipendentemente da ciò che si riesce a ottenere.

Continuiamo a fare, produrre, dimostrare, raggiungere nuovi traguardi. Non sempre perché desideriamo davvero qualcosa in più. A volte perché speriamo che, raggiunto il prossimo obiettivo, quella sensazione di inadeguatezza finalmente scompaia. Il successo, allora, rischia di diventare non tanto una fonte di gioia, quanto un momentaneo sollievo dalla paura di non essere abbastanza.

5. Hai paura di esprimere ciò che pensi, anche quando avresti molto da dire

Ci sono persone che, prima di parlare, valutano attentamente ogni parola. Non perché non abbiano idee interessanti, ma perché temono di esprimerle nel modo sbagliato. Magari durante una conversazione ti viene in mente qualcosa che vorresti condividere, ma preferisci tacere. Oppure inizi a raccontare un’esperienza e ti interrompi pensando che agli altri non importerà.

A volte accompagni le tue opinioni con espressioni come: «Forse sto dicendo una sciocchezza.», «Magari mi sbaglio.», «Scusami se intervengo.»

Quando un bambino viene frequentemente interrotto, ridicolizzato o corretto in modo umiliante, può imparare che esprimersi comporta il rischio di esporsi a una valutazione negativa. Il silenzio, in questo caso, non nasce necessariamente dalla mancanza di idee o dal disinteresse per gli altri. Può rappresentare un adattamento attraverso il quale abbiamo imparato a proteggerci.

Ci abituiamo ad anticipare le possibili reazioni degli interlocutori, a controllare le parole, a modificare il nostro comportamento per ridurre il rischio di essere criticati.

Con il tempo, questa forma di autocontrollo può diventare così abituale da non essere più riconosciuta come tale. Non ci accorgiamo nemmeno di quante volte rinunciamo a intervenire, a esprimere un’opinione o a raccontare qualcosa di noi.

Il prezzo, però, può essere alto! Perché nel tentativo di evitare il giudizio degli altri, finiamo per sottrarre spazio alla nostra spontaneità e al bisogno di essere conosciuti per ciò che siamo. E qualche volta la paura di dire qualcosa di sbagliato diventa più forte del desiderio di essere ascoltati.

6. Ti basta un cambiamento nel tono di qualcuno per pensare di aver fatto qualcosa di male

Una persona cara ti risponde in modo più freddo del solito. Un collega sembra distratto. Qualcuno legge un tuo messaggio e non risponde. E tu cominci immediatamente a domandarti cosa sia successo. «Avrò detto qualcosa che non dovevo?» «Forse ce l’ha con me.» «Devo aver fatto qualcosa di sbagliato.» Magari cerchi rassicurazioni. Oppure diventi particolarmente gentile, accomodante e disponibile, nel tentativo di ristabilire un clima sereno.

Se durante l’infanzia l’umore degli adulti era difficile da prevedere, oppure la disapprovazione poteva tradursi in rimproveri, svalutazioni o improvvise manifestazioni di freddezza, potresti aver imparato a osservare attentamente i segnali emotivi degli altri.

Riconoscere un’espressione contrariata, un tono di voce più duro o un silenzio insolito poteva aiutarti ad anticipare un possibile conflitto. Questa attenzione, nel contesto in cui si è sviluppata, poteva rappresentare una risorsa adattiva.

Ma ciò che ci ha aiutati a orientarci in un ambiente emotivamente difficile può diventare faticoso quando continuiamo a utilizzarlo indiscriminatamente. Così una persona può essere semplicemente stanca, preoccupata o assorta nei propri pensieri, ma noi interpretiamo immediatamente il suo comportamento come qualcosa che ci riguarda.

E anziché domandarci cosa stia vivendo l’altro, cominciamo a cercare cosa potremmo aver sbagliato. È un modo di vivere le relazioni che può comportare un notevole dispendio di risorse emotive. Perché ci ritroviamo continuamente impegnati a interpretare, prevenire e correggere stati d’animo che, molte volte, non dipendono affatto da noi. Come se la serenità degli altri fosse una nostra responsabilità e ogni loro cambiamento d’umore potesse diventare una nostra colpa.

Quando la paura del giudizio coinvolge anche il corpo

C’è un aspetto sul quale vorrei soffermarmi, perché spesso viene trascurato quando parliamo di autostima, insicurezza e paura del giudizio. Tendiamo a considerare queste esperienze come qualcosa che riguarda esclusivamente il nostro modo di pensare. Eppure, ciò che abbiamo imparato a temere nelle relazioni può coinvolgere anche le nostre risposte fisiologiche.

Pensiamo a una persona adulta che deve comunicare una decisione importante a un genitore particolarmente critico. Sa perfettamente di avere il diritto di scegliere. Sa di non dover chiedere alcuna autorizzazione. Ha riflettuto a lungo ed è convinta della propria decisione.

Eppure, nel momento in cui deve comunicarla, avverte lo stomaco contrarsi, il cuore accelerare, la mandibola irrigidirsi. Non è necessariamente la decisione in sé a generare quella reazione. Può essere l’anticipazione del giudizio, del conflitto o della possibile disapprovazione.

Le nostre esperienze relazionali contribuiscono a modellare le aspettative attraverso le quali interpretiamo ciò che accade. E quando una situazione viene percepita come minacciosa, anche in assenza di un pericolo fisico, l’organismo può attivare i sistemi coinvolti nella risposta allo stress.

Il sistema nervoso autonomo può modificare l’attività cardiovascolare, respiratoria e gastrointestinale

Anche l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene può essere coinvolto nella regolazione della risposta fisiologica, attraverso meccanismi che comprendono il rilascio del cortisolo. Il punto non è attribuire automaticamente un sintomo alle esperienze infantili. I disturbi fisici possono avere cause differenti e richiedono un’adeguata valutazione.

Il punto è comprendere che le esperienze emotive non sono separate dai processi biologici e che vivere costantemente nell’anticipazione di una minaccia può avere un costo anche sul piano fisiologico.

Quando siamo continuamente impegnati a controllare ciò che facciamo, a prevedere le reazioni altrui e a prevenire possibili conflitti, possiamo trascorrere molto tempo in uno stato di attivazione. E se a questa attivazione non seguono sufficienti occasioni di recupero, il sovraccarico può diventare significativo.

A volte siamo così abituati a preoccuparci di ciò che gli altri pensano di noi da non accorgerci più di quanto questa continua preoccupazione ci costi. Non soltanto emotivamente. Anche in termini di energie, riposo e risorse fisiologiche.

Non dobbiamo continuare a guardarci con gli occhi di chi ci ha criticato

Forse la parte più difficile non è riconoscere di essere cresciuti ricevendo poche conferme. È accorgerci di quanto, ancora oggi, continuiamo a riprodurre quel clima dentro di noi. A volte diventiamo proprio noi quella persona che non ci concede una pausa, che minimizza i nostri risultati, che ci rimprovera per ogni esitazione. Ci trattiamo con una severità che difficilmente riserveremmo a qualcuno che amiamo!

E può accadere anche quando siamo diventati adulti capaci, responsabili, persone sulle quali gli altri possono contare. La difficoltà è che certi modi di reagire non scompaiono semplicemente perché abbiamo compreso da dove provengono.

Possiamo sapere che non dobbiamo dimostrare continuamente il nostro valore e ritrovarci comunque a cercare approvazione. Possiamo riconoscere che una critica non definisce ciò che siamo e avvertire ugualmente una forte tensione quando qualcuno esprime disaccordo.

Perché ciò che abbiamo appreso nelle relazioni non riguarda soltanto le convinzioni che abbiamo sviluppato su noi stessi

Può coinvolgere aspettative emotive, modalità abituali di risposta e adattamenti fisiologici che si sono consolidati nel tempo.

È anche da questa consapevolezza che ho voluto scrivere il libro «Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose», pubblicato da Rizzoli. Nel libro esploro proprio il rapporto tra le esperienze che ci hanno formato, gli adattamenti che abbiamo sviluppato e il modo in cui il nostro organismo può continuare a rispondere a situazioni percepite come minacciose.

Perché conoscere la propria storia è importante, ma abbiamo bisogno anche di imparare a riconoscere ciò che accade nel presente

Quando entriamo in allarme, quando il nostro corpo si prepara ad affrontare una minaccia, quando stiamo utilizzando troppe risorse e quando abbiamo bisogno di recuperare. E abbiamo bisogno di nuove esperienze relazionali, nelle quali poter sbagliare senza essere umiliati, esprimere un’opinione senza essere svalutati, riconoscere un bisogno senza sentirci egoisti.

Esperienze attraverso le quali possiamo progressivamente costruire aspettative differenti, imparando che la disapprovazione non coincide necessariamente con il rifiuto e che un errore non compromette il nostro valore personale.

Vorrei lasciare una riflessione a chi, leggendo questo articolo, si è riconosciuto in molti dei comportamenti descritti.

Forse per tanto tempo hai cercato di diventare una persona migliore nella speranza che qualcuno, finalmente, smettesse di trovare qualcosa che non andava in te. Hai imparato a impegnarti, a correggerti, ad anticipare le aspettative degli altri. E lungo questo percorso potresti aver sviluppato qualità preziose: sensibilità, responsabilità, attenzione, perseveranza.

Non devi rinunciare a queste qualità per cominciare a stare meglio.

Puoi continuare a crescere, a imparare, a migliorarti senza trasformare ogni errore in una condanna. Puoi accogliere un’osservazione senza viverla come una sentenza sul tuo valore. Puoi scegliere di fare qualcosa per te senza dover prima dimostrare di averlo meritato. E soprattutto puoi iniziare a riconoscerti quel sostegno che, forse, per molto tempo ti è mancato.

Perché gli incoraggiamenti che non abbiamo ricevuto non devono diventare, per tutta la vita, le parole che continuiamo a negarci. E forse uno dei cambiamenti più importanti comincia proprio qui: quando smettiamo di chiederci continuamente che cosa dobbiamo correggere di noi e iniziamo a riconoscere anche tutto ciò che, nonostante le difficoltà, siamo riusciti a costruire.

Non dobbiamo essere perfetti per meritarci rispetto, affetto e considerazione. E non dobbiamo continuare a dimostrare il nostro valore per avere il diritto di riconoscerlo. Il libro è ora disponibile su Amazon e in tutte le librerie…ti aspetto tra le pagine

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