
Una precisazione, però, è indispensabile. Questo articolo non ha la pretesa di essere un vademecum per prevenire femminicidi, aggressioni o molestie, né sarebbe scientificamente corretto trasformare alcuni comportamenti in una formula capace di predire chi diventerà violento. La violenza è un fenomeno complesso e nessun singolo segnale consente di formulare una previsione certa sul comportamento futuro di una persona.
Possiamo però imparare a osservare meglio.
Possiamo chiederci se, mentre una relazione prende forma, iniziano a comparire modalità che restringono progressivamente la nostra libertà, violano i nostri confini o ci costringono a modificare il comportamento per evitare la reazione dell’altro. Perché spesso il dato importante non è il singolo episodio, ma la configurazione relazionale che progressivamente si costruisce.
E soprattutto è importante ricordare una cosa: riconoscere alcuni segnali non significa attribuire a chi subisce una violenza la responsabilità di averla prevista o evitata. La responsabilità della violenza appartiene sempre a chi la esercita.
6 segnali che possono rivelare una relazione potenzialmente pericolosa
Quando parliamo di una relazione potenzialmente pericolosa, è importante non andare alla ricerca di un fantomatico “profilo del violento”. Non esiste un modo infallibile per riconoscere in anticipo chi diventerà aggressivo. Esistono però comportamenti che meritano un livello di attenzione molto diverso dalla semplice incompatibilità caratteriale. Alcuni indicano controllo, intimidazione o coercizione. Altri appartengono già, a tutti gli effetti, al territorio della violenza. Ed è importante chiamarli con il loro nome, senza aspettare che diventino più gravi per considerarli tali.
1. Ti mette le mani addosso, anche se poi sostiene che «non è successo niente»
Ti spinge durante una discussione. Ti afferra con forza per un braccio. Ti stringe i polsi per impedirti di andare via. Ti strattona. Ti dà uno schiaffo. Ti tira i capelli. Ti blocca fisicamente il passaggio. Ti immobilizza.
A volte, soprattutto quando l’episodio non produce lesioni evidenti, ciò che è accaduto viene rapidamente ridimensionato. «Ti ho solo spostata.» «Non ti ho fatto male.» «Era solo uno schiaffo.» «Mi hai portato all’esasperazione.»
Ma il criterio non può essere soltanto la quantità di dolore provocata. Nel momento in cui una persona utilizza il proprio corpo o la propria forza per imporsi sul corpo dell’altra, una soglia è già stata oltrepassata. Questo punto merita di essere detto con grande chiarezza: mettere le mani addosso al partner non è semplicemente un “campanello d’allarme” della violenza futura. È già un comportamento violento.
Particolare attenzione merita qualsiasi tentativo di stringere il collo, soffocare o impedire la respirazione. Lo strangolamento non fatale è considerato nella valutazione del rischio una forma particolarmente grave di violenza di coppia e può non lasciare segni esterni evidenti.
2. Usa la paura per ottenere ciò che vuole
Non ti colpisce necessariamente, ma ti fa capire molto chiaramente che potrebbe farlo. Prende a pugni una porta. Scaraventa un oggetto. Spacca qualcosa durante una discussione. Si avvicina al tuo viso urlando. Ti sovrasta fisicamente. Guida in maniera pericolosa mentre state litigando. Mostra o utilizza un’arma per intimidirti. In questi casi è facile pensare: «Però non ha colpito me.»
Ma distruggere oggetti, invadere minacciosamente lo spazio corporeo o utilizzare la propria aggressività per generare paura sono comportamenti intimidatori. Anche le indicazioni internazionali sulla violenza nelle relazioni includono l’intimidazione e la distruzione di oggetti tra le manifestazioni dell’abuso psicologico.
La domanda, quindi, non è soltanto «mi ha fatto male?». Può essere molto più utile chiedersi: «Ha fatto qualcosa affinché io avessi paura di ciò che sarebbe potuto accadere?» Perché quando la paura diventa uno strumento per ottenere obbedienza, la relazione ha già cambiato natura.
3. Ti minaccia, direttamente o indirettamente
Le minacce non devono necessariamente assumere la forma esplicita di «ti faccio del male». Possono essere: «Se mi lasci te ne pentirai.» «Non sai di cosa sono capace.» «Se ti vedo con un altro non rispondo di me.» «Se te ne vai faccio una follia.» Oppure possono riguardare i figli, gli animali, le persone a cui vuoi bene, il lavoro o qualcosa di importante per te.
Una minaccia ha una particolare capacità di modificare il comportamento dell’altro prima ancora che venga messa in atto. La persona comincia a scegliere cosa fare non più in funzione di ciò che desidera, ma in funzione delle conseguenze che teme. È questo uno dei passaggi attraverso i quali può instaurarsi una dinamica coercitiva: non serve più impedirmi materialmente di fare qualcosa se sono riuscito a convincermi che farla potrebbe costarmi caro.
Le minacce di morte, l’impiego o la minaccia di impiego di armi e precedenti episodi di violenza sono inoltre elementi presi seriamente in considerazione nelle valutazioni professionali del rischio di violenza grave.
4. Trasforma il controllo in un diritto sulla tua vita
Vuole sapere continuamente dove sei. Pretende che tu risponda immediatamente. Controlla il telefono. Chiede password. Verifica gli accessi sui social. Vuole sapere con chi hai parlato. Compare nei luoghi in cui ti trovi senza essere stato invitato. Non accetta che tu abbia spazi ai quali lui non possa accedere.
Progressivamente può iniziare anche a contestare le persone che frequenti. Un’amica diventa «una cattiva influenza». Un collega diventa qualcuno con cui «sicuramente c’è qualcosa». La tua famiglia «si intromette troppo». La tua autonomia viene reinterpretata come una minaccia alla relazione. Qui la gelosia è quasi un falso bersaglio. Il problema non è ciò che la persona prova, ma ciò che si sente autorizzata a fare in nome di ciò che prova.
Seguire qualcuno, sorvegliarlo, presentarsi ripetutamente nei luoghi che frequenta o utilizzare la tecnologia per monitorarne gli spostamenti può inoltre assumere le caratteristiche dello stalking. Amare qualcuno non conferisce alcun diritto di sorveglianza sulla sua vita.
5. Non riconosce il tuo consenso come un limite invalicabile
Insiste dopo che hai detto di no. Continua a toccarti quando gli hai chiesto di smettere. Ti fa sentire in colpa perché non vuoi avere un rapporto sessuale. Ti accusa di non desiderarlo abbastanza. Ti mette il broncio, si arrabbia o diventa aggressivo finché non cedi. Oppure considera la relazione stessa una sorta di consenso permanente: «Sono il tuo compagno, che problema c’è?»
Anche qui bisogna evitare una pericolosa zona grigia. Il consenso ottenuto attraverso paura, pressione, intimidazione o coercizione non è un consenso liberamente espresso.
La violenza sessuale all’interno della coppia comprende proprio l’imposizione o il tentativo di imporre attività sessuali quando l’altra persona non vuole o non può acconsentire. Essere partner di qualcuno non significa acquisire alcun diritto sul suo corpo.
6. La sua aggressività aumenta quando sente di perdere il controllo su di te
Questo è probabilmente uno degli aspetti ai quali presterei maggiore attenzione. Finché fai ciò che si aspetta, tutto sembra relativamente tranquillo. Ma prova a mettere un limite. A contraddirlo. A uscire senza di lui. A sottrarti a una discussione. A chiedere una pausa. O, soprattutto, a dirgli che vuoi interrompere la relazione.
La reazione cambia radicalmente. Le telefonate aumentano. I messaggi diventano incessanti. Compaiono minacce. Si presenta sotto casa. Cerca amici o familiari. Alterna suppliche, promesse, rabbia e intimidazione. Il punto non è più soltanto recuperare la relazione: sembra diventare ristabilire il controllo perduto.
Questo passaggio merita particolare cautela perché, nelle valutazioni del rischio di violenza grave nelle relazioni, la separazione o l’allontanamento dal partner può rappresentare un momento delicato, soprattutto quando sono già presenti violenza precedente, minacce, stalking o forte controllo coercitivo. Ed è qui che diventa fondamentale non cadere in un errore molto comune: pensare che, trovando le parole giuste, rassicurandolo abbastanza o gestendo meglio la sua rabbia, riusciremo a impedire l’escalation. Non spetta alla persona minacciata diventare abbastanza brava da non scatenare l’aggressività dell’altro.
Non tutti i segnali hanno lo stesso peso
Quando parliamo di “segnali”, rischiamo di mettere tutto sullo stesso livello. Ma non è così. La gelosia eccessiva merita osservazione. Un comportamento di controllo merita attenzione. Una minaccia è più grave. Una spinta, uno schiaffo, un’aggressione sessuale o un tentativo di strangolamento non sono semplicemente indizi di qualcosa che potrebbe accadere: sono già manifestazioni di violenza.
Per questo non ha senso aspettare necessariamente “qualcosa di peggio” per concedersi il diritto di prendere sul serio ciò che è già successo. E c’è un altro elemento particolarmente importante: la direzione dell’escalation.
Un comportamento che diventa nel tempo più frequente, più invasivo, più intimidatorio o più fisicamente aggressivo merita una considerazione diversa da un episodio isolato. Non perché sia possibile prevedere con certezza ciò che accadrà, ma perché la progressione stessa contiene un’informazione che sarebbe imprudente ignorare.
Conoscere qualcuno significa allora osservare anche questo: che cosa accade quando quella persona incontra la tua libertà? Può tollerare un no? Può sopportare di non sapere sempre dove sei? Può accettare che tu abbia persone, pensieri, desideri e decisioni che non controlla? Può attraversare una frustrazione senza trasformarla in intimidazione?
Perché una relazione sicura non si riconosce soltanto da quanto qualcuno è capace di amarci quando gli andiamo incontro. Si riconosce anche, e forse soprattutto, da ciò che è capace di non farci quando gli diciamo di no.
Quando la paura ti impedisce di chiedere aiuto
C’è poi un aspetto particolarmente delicato. Molte persone esitano a chiedere aiuto proprio perché temono la reazione del partner. Hanno paura che scopra una confidenza, che venga a sapere di una telefonata, che interpreti un tentativo di allontanamento come un tradimento o che reagisca ancora peggio. Ed è comprensibile: quando abbiamo imparato che una nostra scelta può scatenare rabbia, minacce o aggressività, gran parte dell’attenzione finisce per concentrarsi su una domanda: «Che cosa farà se lo scopre?»
Il problema è che, quasi senza accorgercene, possiamo diventare molto più concentrati sulla possibilità di provocare la sua reazione che sul significato di quella reazione stessa. Cerchiamo il momento giusto, le parole giuste, il modo meno rischioso per non farlo arrabbiare; intanto rischiamo di perdere di vista il dato più importante: perché devo avere così tanta paura di ciò che potrebbe accadere se esercito un mio diritto?
Questa inversione di prospettiva è fondamentale
Se chiedere aiuto, parlare con qualcuno, mettere un limite o semplicemente allontanarsi devono essere pianificati in funzione della possibile rappresaglia dell’altro, la paura non è più soltanto un’emozione interna: è diventata un principio organizzatore della relazione. E il fatto che tu stia cercando continuamente di prevenire una sua reazione non rende quella reazione meno grave; al contrario, può essere una delle informazioni più importanti da prendere sul serio.
Per questo chiedere aiuto non significa necessariamente “fare qualcosa contro” il partner. Può significare, prima di tutto, uscire dall’isolamento percettivo che la paura produce: permettere a qualcun altro di conoscere ciò che sta accadendo, confrontare la propria lettura con uno sguardo esterno e recuperare margini di scelta che, dentro una relazione intimidatoria, possono essersi progressivamente ristretti.
Non sempre possiamo sapere in anticipo fin dove arriverà una persona. Possiamo però prendere sul serio ciò che sta già accadendo. Se per proteggere la relazione devi proteggerti continuamente dalla reazione dell’altro, se devi calcolare parole, movimenti e richieste di aiuto, non stai più semplicemente gestendo un conflitto. Stai vivendo dentro una relazione in cui la paura ha cominciato a limitare la tua libertà. E questo, da solo, merita di essere ascoltato.
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