
Personalmente, molti hanno apprezzato nel tempo il lavoro di Checco Zalone, riconoscendogli la capacità di osservare il costume italiano con ironia e intelligenza. Eppure, questo film, per una parte del pubblico, non è stato percepito come all’altezza delle aspettative artistiche costruite negli anni. Nonostante ciò, le sale si sono riempite. Il passaparola ha funzionato. I numeri sono cresciuti. Il fenomeno si è consolidato.
Questo apparente paradosso merita di essere letto non come una contraddizione, ma come un indizio. Perché forse il pubblico non è entrato in sala per il film in sé, ma per l’esperienza emotiva che quel film prometteva.
Non cerchiamo opere che ci spostino, ma spazi che ci contengano
Viviamo in una fase storica emotivamente satura. Saturazione di stimoli, di richieste, di urgenze, di esposizione continua. Il sistema nervoso, quando è sottoposto a uno stress prolungato, non cerca ulteriori sollecitazioni. Cerca tregua. Cerca sospensione. Cerca qualcosa che non chieda troppo.
Da un punto di vista biologico, questo è perfettamente comprensibile. Un organismo che vive in uno stato di attivazione cronica tende a orientarsi verso esperienze a basso attrito, prevedibili, già codificate. Non perché siano le più gratificanti in senso profondo, ma perché sono le meno costose sul piano regolativo. Non richiedono elaborazione, non aprono conflitti interni, non mettono in discussione assetti già fragili.
In questo senso, Buen Camino ha offerto esattamente ciò che molti cercavano. Non una narrazione che spostasse, destabilizzasse o interrogasse, ma un’esperienza che permettesse di sospendere il peso, anche solo per due ore. Un tempo delimitato in cui non era necessario mettersi in gioco, ma semplicemente lasciarsi accompagnare.
La funzione rassicurante della familiarità
Qui entra in gioco un elemento centrale: la familiarità. La figura di Checco Zalone, al di là del singolo film, rappresenta per il pubblico uno spazio noto. Un codice riconoscibile. Una promessa implicita di continuità. Non tanto sul piano dei contenuti, quanto su quello dell’esperienza emotiva.
La psicoanalisi ci insegna che ciò che è familiare tende a essere vissuto come meno minaccioso. Il noto, anche quando non entusiasma, contiene. Rassicura. Riduce l’angoscia. In un periodo storico in cui molte certezze esterne sono venute meno, la ripetizione diventa una forma di regolazione.
Non è un caso che, nei momenti di maggiore instabilità collettiva, aumenti il consumo di prodotti culturali prevedibili. Non perché siano migliori, ma perché sono riconoscibili. Il pubblico sa cosa aspettarsi. E sapere cosa aspettarsi, per il cervello, è una forma di sicurezza.
Intrattenimento senza rischio
Questo non significa che il pubblico abbia smesso di apprezzare l’arte che trasforma. Significa che, in alcune fasi, il bisogno primario non è la trasformazione, ma la tenuta. Non l’elaborazione, ma la continuità. Non l’esplorazione, ma il contenimento.
Esiste una differenza importante tra piacere trasformativo e piacere anestetico. Il primo apre, muove, destabilizza e, proprio per questo, può portare a una crescita. Il secondo non chiede nulla, ma offre sollievo. Non cambia, ma permette di reggere.
Buen Camino si colloca chiaramente in questa seconda funzione. E questo spiega perché abbia funzionato così bene in un’epoca in cui molte persone si sentono già emotivamente sovraccariche.
La suggestione collettiva e la delega al gruppo
A questo si aggiunge un potente effetto di suggestione collettiva. Quando “tutti vanno a vederlo”, il singolo tende a delegare la valutazione al gruppo. Non per mancanza di pensiero critico, ma per economia psichica.
Il cervello sociale è costruito per orientarsi attraverso segnali condivisi. Seguire il gruppo riduce l’incertezza. Diminuisce il rischio di esclusione. Abbassa la percezione di errore. Se qualcosa è già stato scelto da molti, viene implicitamente percepito come sicuro.
In termini neuropsicologici, potremmo dire che la scelta imitativa riduce il carico decisionale. In un contesto di affaticamento emotivo, questa riduzione ha un valore enorme.
Identificazione e appartenenza: non restare fuori
Qui entra in gioco un altro elemento fondamentale: l’identificazione. Andare a vedere un film di grande successo non è solo una scelta culturale, ma anche una scelta relazionale.
Vedere ciò che vedono tutti significa appartenere. Significa avere un linguaggio comune. Significa poter partecipare alla conversazione. In una società in cui l’esclusione è vissuta come una minaccia profonda, la condivisione di un’esperienza collettiva diventa una forma di protezione.
Dal punto di vista psicoanalitico, l’identificazione con il gruppo è uno dei principali antidoti all’angoscia di isolamento. Il gruppo funziona come contenitore. Offre un senso di “noi” che attenua la solitudine. Anche un’esperienza apparentemente leggera, come andare al cinema, può assolvere a questa funzione.
Dal punto di vista biologico, il sentirsi parte riduce l’attivazione dei sistemi di allarme legati alla minaccia sociale. L’appartenenza è una condizione di sicurezza primaria. Quando mi riconosco nel gruppo, il mio organismo si rilassa. Non devo difendermi. Non devo giustificarmi. Non devo scegliere controcorrente.
In questo senso, il film è diventato un fenomeno non solo perché era accessibile, ma perché era condiviso. Non vederlo, per alcuni, avrebbe significato restare fuori. E restare fuori, oggi, è emotivamente costoso.
Appartenenza senza esposizione
C’è un altro aspetto importante. Questo tipo di esperienza collettiva permette un’appartenenza senza esposizione. Si partecipa, ma senza mettersi in gioco. Si condivide, ma senza rivelarsi. Si è dentro, ma protetti.
È una forma di legame a basso rischio. Non chiede di esporsi emotivamente, non richiede posizioni, non apre conflitti. E proprio per questo è così appetibile in un’epoca in cui molte persone si sentono già troppo esposte, troppo giudicate, troppo sotto pressione.
Non un giudizio, ma una fotografia
Leggere il successo di Buen Camino in questi termini non significa sminuirlo, né condannarlo. Significa usarlo come lente per osservare qualcosa di più ampio. I fenomeni culturali di massa sono sempre specchi. Raccontano bisogni, paure, desideri collettivi.
Questo film racconta un bisogno diffuso di leggerezza senza rischio, di intrattenimento senza attrito, di appartenenza senza esposizione. Racconta un pubblico che, in questo momento storico, ha più bisogno di tregua che di trasformazione.
E forse la domanda più interessante non è perché tutti siano andati a vedere Buen Camino, ma cosa cercheremo quando torneremo ad avere spazio emotivo per farci davvero spostare. Quando il sistema nervoso collettivo sarà meno saturo. Quando la sicurezza tornerà a essere una base, e non una conquista quotidiana. Perché allora, probabilmente, torneremo a desiderare storie che non solo ci tengano a galla, ma che ci portino da qualche parte.
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