
In realtà, dietro il bisogno improvviso e quasi irrefrenabile di mangiare non c’è semplicemente la fame. C’è un linguaggio emotivo, c’è una memoria corporea, c’è un sistema nervoso che sta cercando di regolare qualcosa che in quel momento è troppo.
Insomma, il cibo in molte situazioni non viene cercato per nutrire il corpo, ma per calmare uno stato interno. Per abbassare una tensione, per riempire un vuoto, per anestetizzare un’angoscia, per creare una sensazione di contenimento. È un gesto che affonda le radici molto indietro nel tempo, spesso nell’infanzia, nel modo in cui siamo stati accuditi, consolati, nutriti.
Non è una questione morale. Non è nemmeno, nella maggior parte dei casi, una questione di volontà piuttosto una questione neurobiologica, relazionale, affettiva.
Il cibo come regolazione, non come semplice nutrimento
Il sistema nervoso umano non nasce capace di autoregolarsi; lo impara…e lo impara attraverso l’altro.
Nei primi anni di vita, un bambino non sa calmarsi da solo; non sa gestire la paura, la frustrazione, il disagio. Infatti, ha bisogno di qualcuno che lo tenga, lo guardi, lo nutra, lo rassicuri. Dunque, ogni volta che un genitore prende in braccio, accarezza, offre il latte o il cibo, non sta solo soddisfacendo un bisogno fisico, sta aiutando il sistema nervoso del bambino a passare da uno stato di attivazione a uno stato di sicurezza.
Il nutrimento, in questo contesto, non è mai solo nutrimento. È relazione, contatto, protezione.
Il corpo del bambino registra queste esperienze in profondità, non come ricordi narrativi, ma come tracce sensoriali. Come associazioni tra stato emotivo e risposta ricevuta. Se in quei momenti il cibo arrivava insieme al sollievo dall’angoscia, il sistema nervoso ha imparato qualcosa di molto semplice: mangiare coincide con sentirsi al sicuro. Questa associazione resta! Non scompare con la crescita.
Una memoria antica che continua a funzionare
Quando in età adulta si attiva una forte tensione emotiva, il cervello non parte dal ragionamento, non cerca soluzioni elaborate, riattiva invece ciò che, in passato, ha funzionato per abbassare l’angoscia. E dunque il bisogno di ricorrere al cibo può essere, in molti casi, la riattivazione di una traccia mnestica molto antica: mangiare per sentirsi contenuti.
Non è un gesto casuale. È un gesto che richiama un’esperienza corporea primaria ovvero essere tenuti, nutriti, calmati. Come quando eravamo tra le braccia di chi si prendeva cura di noi e, improvvisamente, la paura diminuiva. In quei momenti avveniva una vera co-regolazione di sicurezza. Il corpo usciva dall’allarme. L’amigdala non era così iperattiva. Il sistema nervoso si rilassava perché c’era qualcuno che conteneva, che proteggeva, che restava.
Il cibo, nel presente, può riattivare quella sequenza. Non perché ricordiamo consapevolmente l’infanzia, ma perché il corpo riconosce quella strada: tensione interna, nutrimento, sollievo. È un circuito appreso.
L’amigdala, la minaccia e il bisogno di conforto
Le abbuffate compulsive si collocano spesso dentro uno stato di attivazione emotiva elevata. Non necessariamente legata a un pericolo reale. Piuttosto a sensazioni interne di sovraccarico, solitudine, frustrazione, vuoto. L’amigdala, che rileva la minaccia, non distingue sempre tra pericolo fisico e pericolo emotivo. Può attivarsi anche davanti a una sensazione di rifiuto, a un ricordo, a una tensione relazionale. E quando questa attivazione aumenta, il corpo cerca un modo rapido per ridurla.
Il cibo, soprattutto quello ad alta densità calorica, attiva circuiti neurochimici legati al sollievo e alla ricompensa. Dunque non è solo una questione psicologica. È una risposta biologica reale. In questo senso, l’abbuffata non è semplicemente una perdita di controllo. È un tentativo di autoregolazione. Un modo per abbassare un’intensità interna che, in quel momento, non trova altre vie.
Perché ricorriamo agli alimenti con maggiore densità calorica?
Perché gli alimenti più calorici sono quelli che, dal punto di vista neurobiologico, producono la risposta più rapida ed efficace sui sistemi cerebrali che regolano sollievo, ricompensa e sicurezza.
Il cervello umano si è evoluto in un ambiente di scarsità energetica, non di abbondanza, e dunque ha sviluppato una particolare sensibilità verso tutto ciò che garantisce energia immediata, come zuccheri e grassi, che rappresentano la forma più densa e veloce di carburante disponibile per l’organismo. Quando li introduciamo, il sistema nervoso registra quell’evento come altamente rilevante per la sopravvivenza.
Gli alimenti ad alta densità calorica attivano in modo più marcato il circuito dopaminergico mesolimbico, in particolare le connessioni tra area tegmentale ventrale e nucleus accumbens, strutture coinvolte nella motivazione, nella ricerca e nella percezione di sollievo. La dopamina, in questo contesto, non segnala semplicemente piacere ma importanza biologica: dice al cervello “questa cosa è utile, ricordala”.
Contemporaneamente si attivano anche sistemi oppioidi endogeni che modulano la percezione del disagio emotivo e corporeo, riducendo la tensione interna e creando una sensazione di conforto. È uno dei motivi per cui, dopo un’abbuffata, molte persone riferiscono un abbassamento dell’ansia o una sorta di torpore emotivo.
C’è poi un altro aspetto meno intuitivo ma fondamentale
Gli alimenti ricchi di zuccheri e grassi influenzano l’asse dello stress, contribuendo temporaneamente a ridurre l’attivazione del sistema di allerta. In altre parole, quando l’organismo è in uno stato di iperattivazione emotiva, quei cibi funzionano come regolatori rapidi, perché offrono al corpo una combinazione di energia immediata e modulazione neurochimica.
Insomma, non è casuale che nelle abbuffate compaiano più spesso cibi molto calorici e non, per esempio, alimenti neutri o poco energetici. Non è solo questione di gusto o di abitudine. È il cervello che seleziona ciò che ha il maggiore impatto sulla regolazione dello stato interno.
E qui torniamo al punto più profondo: se il cibo è stato associato precocemente a contenimento, protezione e co-regolazione, gli alimenti che attivano più intensamente questi circuiti diventano quelli più “efficaci” nel produrre sollievo, almeno nel breve termine, anche se poi nel lungo periodo possono rinforzare il ciclo dell’abbuffata.
Il corpo conserva ciò che la mente non racconta
Molte persone che vivono abbuffate compulsive non collegano il comportamento all’infanzia. E questo è normale. Non si tratta di ricordi consapevoli, si tratta di memoria implicita, di apprendimenti corporei. Il corpo conserva le modalità con cui ha imparato a stare al mondo. Se il cibo è stato, in alcune fasi della vita, una delle poche fonti di conforto disponibili, quella strada resta familiare. E il cervello privilegia sempre ciò che conosce anche quando non è funzionale.
Fame fisica e fame emotiva
La fame fisiologica cresce lentamente, permette di scegliere, si interrompe quando arriva la sazietà. La fame emotiva, invece, è urgente. Improvvisa. Non negoziabile. Non riguarda un alimento preciso ma la quantità. È accompagnata da una tensione interna che si attenua solo dopo aver mangiato. Insomma, non è la ricerca del gusto. È la ricerca del sollievo. E quando il sollievo arriva, anche se temporaneo, il circuito si rafforza.
La solitudine emotiva e il ruolo delle relazioni
Un elemento ricorrente nelle storie di chi vive abbuffate compulsive è la difficoltà a sentirsi contenuti nelle relazioni adulte. Non necessariamente mancano le persone, manca la possibilità di sentirsi al sicuro. Quando non si ha accesso a una relazione che aiuti a modulare gli stati interni, il sistema nervoso cerca strategie alternative. Il cibo è immediato, disponibile, prevedibile. Non rifiuta, non si allontana, non chiede nulla. È sempre lì. E, per il cervello, la prevedibilità equivale a sicurezza.
Il ciclo della vergogna
Dopo l’abbuffata arriva spesso la vergogna. E qui il circuito si chiude. La vergogna aumenta la tensione, alimenta il senso di inadeguatezza, rafforza il bisogno di conforto. Il cibo torna a essere la via più rapida. Dunque si crea una sequenza: attivazione, abbuffata, sollievo, vergogna, nuova attivazione.
Non è mancanza di volontà
Ridurre tutto al controllo è fuorviante. Il controllo è una funzione cognitiva mentre le abbuffate nascono spesso da processi automatici, legati alla sopravvivenza. Quando il sistema nervoso percepisce minaccia o sovraccarico, le funzioni razionali si riducono. Non perché la persona non voglia controllarsi, ma perché il cervello sta cercando prima di tutto di regolare lo stato interno.
Accudimento e alimentazione: un legame profondo
Nelle prime esperienze di vita, nutrimento e relazione sono intrecciati. Il bambino viene nutrito mentre viene tenuto, guardato, rassicurato. Il corpo registra questa simultaneità.
Mangiare non è mai stato solo ingerire cibo, è stato ricevere cura. Dunque, quando in età adulta manca una sensazione di contenimento emotivo, il sistema può riattivare quella via. Non per tornare indietro, ma per ricreare una sensazione familiare di protezione.
Comprendere, non combattere
Le abbuffate compulsive non si trasformano combattendole, si trasformano comprendendole. Ogni episodio racconta qualcosa. Non sulla debolezza della persona, ma sulla sua storia di regolazione. Su ciò che ha funzionato, su ciò che è mancato, su ciò che il sistema continua a cercare. E molto spesso raccontano un bisogno antico: sentirsi contenuti, protetti, meno soli nell’angoscia.
Nel mio lavoro ho approfondito a lungo questi processi, cercando di mostrare quanto il rapporto con il cibo sia intrecciato al funzionamento del sistema nervoso, alla memoria emotiva e alle esperienze precoci di sicurezza. Nel libro “Lascia che la felicità accada” ho provato a mettere insieme questi livelli, per offrire strumenti che aiutino a riconoscere cosa accade dentro, prima ancora di intervenire sul comportamento.
Perché, dunque, il punto non è imparare a resistere alle abbuffate, è imparare a riconoscere cosa le rende necessarie. Quando cambia questo, cambia anche il modo in cui il corpo cerca conforto. E il cibo può tornare, lentamente, a essere nutrimento e non più l’unico rifugio possibile. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine
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