“Le cose non dette”: quando l’educazione emotiva sale sul palco

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Quante cose restano dentro di noi senza trovare mai davvero una parola? Quante frasi avremmo voluto dire a un genitore, a un figlio, a una persona amata, e invece sono rimaste lì, sospese in un silenzio che con il tempo ha preso la forma della distanza, della rabbia, della nostalgia o del rimpianto?

Ci sono parole che non vengono pronunciate non perché siano poco importanti, ma perché fanno paura. Perché dirle significherebbe toccare una ferita, riconoscere un bisogno, ammettere una mancanza, oppure guardare con più onestà ciò che, per anni, abbiamo cercato di sistemare in superficie senza mai riuscire a comprenderlo davvero.

È da questa analisi delicata dell’esperienza umana che nasce “Le cose non dette – Ti presento te stesso”, il 1° convegno-spettacolo di educazione emotiva che si terrà venerdì 12 giugno, alle ore 20:30, presso il Teatro Manzoni di Cassino. Un evento a ingresso libero che unisce parola, ascolto, teatro e divulgazione psicologica, con l’obiettivo di portare al centro della scena ciò che troppo spesso resta ai margini della vita quotidiana: il mondo emotivo che abita le relazioni, soprattutto quelle tra genitori e figli.

Il titolo è già una porta aperta

“Le cose non dette” non sono soltanto le parole mancate, ma tutto ciò che non ha trovato spazio, contenimento e riconoscimento. Sono le paure che abbiamo imparato a nascondere, i bisogni che abbiamo giudicato eccessivi, le richieste d’amore che non abbiamo osato formulare, le ferite che abbiamo trasformato in carattere, in difesa, in controllo o in distanza.

Il teatro, in questo senso, diventa il luogo ideale per parlare di educazione emotiva. Perché il teatro non spiega soltanto: mostra, attraversa, mette in scena. Permette di vedere dall’esterno ciò che spesso, dall’interno, è troppo difficile riconoscere. Una frase detta sul palco, un silenzio, un gesto, uno sguardo possono far emergere nel pubblico qualcosa di profondamente personale. Ed è proprio questa la potenza del convegno-spettacolo: creare un ponte tra conoscenza e vissuto, tra ciò che comprendiamo con la mente e ciò che finalmente riusciamo a sentire.

Perché parlare di educazione emotiva

Per molto tempo abbiamo pensato che crescere un figlio significasse soprattutto garantirgli istruzione, regole, protezione materiale, buone abitudini e senso del dovere. Tutti aspetti importanti, certamente, ma insufficienti se non vengono accompagnati da una competenza più profonda: la capacità di riconoscere, nominare e contenere gli stati emotivi.

Un bambino non nasce capace di regolarsi da solo. Impara lentamente attraverso la presenza di chi si prende cura di lui. Prima ancora delle parole, incontra un tono di voce, un volto, una postura, una disponibilità affettiva, un corpo adulto che può calmarlo oppure spaventarlo, accoglierlo oppure respingerlo, aiutarlo a dare un senso a ciò che prova oppure lasciarlo solo davanti a un’esperienza interna troppo grande.

Quando le emozioni vengono ascoltate, il bambino impara che ciò che sente può essere attraversato

Quando invece vengono ignorate, ridicolizzate, punite o manipolate, il bambino non smette di provarle: impara semplicemente a nasconderle. Impara che la tristezza è un peso, che la rabbia è pericolosa, che il bisogno è vergognoso, che chiedere amore espone al rifiuto.

E così, crescendo, molte persone non perdono il contatto con le emozioni perché sono fredde o incapaci, ma perché hanno dovuto adattarsi a un ambiente in cui sentire troppo significava rischiare troppo.

Ecco perché parlare di educazione emotiva nella relazione tra genitori e figli è fondamentale. Non significa colpevolizzare le famiglie, né pretendere genitori perfetti. Significa, piuttosto, riconoscere che ogni relazione educativa lascia tracce, e che molte difficoltà adulte nascono proprio lì dove nessuno ci ha insegnato a interpretare ciò che accadeva dentro di noi.

Le cose non dette dentro le famiglie

Ogni famiglia ha le sue parole proibite. In alcune case non si parla del dolore, perché “bisogna andare avanti”. In altre non si parla della rabbia, perché “non si risponde così”. In altre ancora non si parla della paura, perché “non c’è motivo di avere paura”. Ci sono famiglie in cui l’amore esiste, ma non sa diventare ascolto; famiglie in cui si fa tanto per i figli, ma si parla poco con i figli.

Le cose non dette non sempre nascono da cattiveria

Molto spesso nascono dall’analfabetismo emotivo tramandato. Un genitore che non ha mai avuto spazio per le proprie emozioni può fare fatica a riconoscere quelle del figlio. Un adulto cresciuto con l’idea che il dolore vada taciuto può diventare goffo davanti al dolore altrui. Chi non ha ricevuto ascolto, spesso, non sa spontaneamente come offrirlo.

È proprio qui che l’educazione emotiva diventa uno strumento di riparazione culturale e relazionale. Perché ci permette di interrompere automatismi che sembrano “normali” solo perché sono familiari. Ci permette di chiederci: sto davvero ascoltando mio figlio o sto reagendo alla mia paura? Sto educando o sto controllando? Sto correggendo un comportamento o sto ignorando il bisogno che quel comportamento sta cercando di comunicare?

Queste domande non sono sempre comode, ma sono necessarie. Ed è proprio il valore di eventi come “Le cose non dette”: aprire uno spazio in cui il pubblico possa riconoscersi, interrogarsi e forse iniziare a guardare con maggiore delicatezza alla propria storia.

“Ti presento te stesso”

Il sottotitolo dell’evento, “Ti presento te stesso”, è particolarmente potente…perché spesso crediamo di conoscerci, ma conosciamo soprattutto le nostre abitudini, le nostre difese, le nostre reazioni più automatiche. Sappiamo dire “sono fatto così”, ma raramente ci chiediamo quando abbiamo iniziato a diventare così.

“Ti presento te stesso” significa creare una condizione in cui una persona possa incontrare parti di sé che forse ha sempre agito, ma mai davvero compreso. Significa scoprire che molti comportamenti non sono difetti, ma adattamenti; non sono semplicemente scelte razionali, ma risposte apprese da un sistema emotivo che ha cercato, a suo modo, di proteggerci.

Sul palco, il contributo delle psicologhe Ana Maria Sepe e Anna De Simone porta dentro l’evento una prospettiva ormai riconoscibile: quella di una psicologia capace di parlare alle persone senza banalizzare i processi interiori. Una psicologia che non si limita a informare, ma aiuta a riconoscere ciò che si vive. Perché a volte basta una frase ben detta per accendere un collegamento: “Allora quella mia reazione ha una storia”, “Allora il mio bisogno non era sbagliato”, “Allora posso guardarmi senza giudicarmi”.

Le emozioni non dette non scompaiono

Ciò che non viene detto non scompare…spesso cambia forma. Una tristezza non riconosciuta può diventare chiusura. Una rabbia non ascoltata può trasformarsi in rigidità o irritabilità costante. Un bisogno di amore giudicato eccessivo può diventare dipendenza affettiva oppure autosufficienza difensiva. Una paura non accolta può trasformarsi in controllo, evitamento, ipervigilanza.

Ecco perché dire le cose non dette non significa sempre confrontarsi direttamente con qualcuno. A volte significa, prima di tutto, iniziare a dirle a se stessi. Significa riconoscere: “Questa cosa mi ha fatto male”. “Questo silenzio ha avuto un peso”. “Questo bisogno era legittimo”. Solo quando una verità interna trova parola, può smettere di agire nell’ombra.

“Le cose non dette – Ti presento te stesso” si terrà venerdì 12 giugno, alle ore 20:30, presso il Teatro Manzoni di Cassino. L’ingresso è libero, con ritiro dell’invito a partire dal 18 maggio presso la biglietteria del Teatro Manzoni. La serata è presentata da Radio Cassino e Teatro Manzoni Cassino, in collaborazione con il Comune di Cassino, Assessorato alla Coesione Sociale, e vede il contributo di Ana Maria Sepe, Anna De Simone e del Prof. Simone Digennaro, con la moderazione del Dott. Marco Pagano.

Dal palco alla vita

Alla fine, il senso più profondo di una serata come questa è forse proprio qui: imparare a non liquidare più ciò che sentiamo. Perché una persona che non sa leggere le proprie emozioni rischia di subirle, di agirle, di attribuirle sempre all’esterno o di trasformarle in colpa. Una persona che invece comincia a comprenderle può iniziare a trattarsi in modo diverso. Può chiedersi cosa sta accadendo dentro di sé prima di reagire. Può riconoscere una ferita senza lasciarle guidare tutta la relazione. Può accorgersi che alcune paure non appartengono al presente, ma a un tempo in cui non aveva ancora strumenti per difendersi o per chiedere aiuto.

E forse, una volta usciti dal teatro, non saremo semplicemente spettatori di una serata intensa, ma persone un po’ più vicine a se stesse. Forse porteremo con noi una domanda nuova, una parola rimasta a lungo sospesa, il ricordo di un’emozione che aveva solo bisogno di essere riconosciuta. Forse guarderemo un figlio, un genitore, una persona amata, o persino noi stessi, con uno sguardo meno automatico e più umano. Perché certe esperienze non finiscono quando si abbassano le luci: continuano a lavorare dentro, aprono spazi, sciolgono resistenze, ci invitano a rientrare nella nostra storia con più delicatezza. E se anche una sola cosa non detta troverà finalmente il coraggio di diventare pensiero, ascolto o parola, allora questa serata avrà già lasciato il suo segno più profondo.