5 cose utili da fare ogni giorno se senti di non valere

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono giorni in cui non ti limiti a pensare di aver sbagliato qualcosa. Ti sembra di essere tu, l’errore. Non dici: «Non sono riuscito». Dentro di te senti: «Non sono capace». Non pensi: «Quella persona non mi ha scelto». Concludi: «Non sono abbastanza per essere scelto». Non vivi una difficoltà come un momento della tua storia, ma come la prova definitiva di ciò che temi da sempre: di valere meno degli altri.

Quando il senso di inadeguatezza è profondo, non basta guardarsi allo specchio e ripetersi frasi incoraggianti. Le parole positive, quando sono troppo lontane da ciò che sentiamo, rischiano persino di suonare false. È difficile dirsi «sono una persona meravigliosa» quando, dentro, una parte di noi è convinta di non meritare attenzione, amore o rispetto.

Il senso del proprio valore non si costruisce attraverso una formula magica!

Si forma nelle esperienze ripetute: nel modo in cui siamo stati guardati, ascoltati, riconosciuti; nella possibilità che abbiamo avuto di sbagliare senza perdere l’amore; nella libertà di esistere senza dover continuamente dimostrare di essere utili, bravi, gradevoli o facili da gestire.

5 cose utili da fare ogni giorno se senti di non valere

Per questo, anche la ricostruzione avviene attraverso esperienze ripetute. Piccoli gesti quotidiani capaci di comunicare alla mente e al corpo qualcosa di nuovo: io esisto, ciò che provo ha un significato, posso proteggermi, posso fidarmi di me. Ecco cinque cose realmente utili da fare ogni giorno.

1. Distingui ciò che senti da ciò che sei

Quando ti senti inutile, inadeguato o poco interessante, prova a modificare leggermente il modo in cui formuli il pensiero. Non dire: «Non valgo niente». Prova a dire: «In questo momento mi sento come se non valessi niente». Può sembrare una differenza minima, ma non lo è.

La prima frase è una sentenza. Definisce la tua identità e non lascia vie d’uscita. La seconda descrive uno stato interno: intenso, doloroso, ma temporaneo. Ti permette di osservare ciò che accade senza confonderti completamente con esso.

Sentirsi senza valore non significa esserlo. Significa che, in quel momento, si è attivata una parte di te che ha imparato a interpretare il rifiuto, la distanza, l’errore o il silenzio come prove della propria insufficienza. Chiediti: «Che cosa è successo poco prima che iniziassi a sentirmi così?»

Forse qualcuno non ti ha risposto. Forse hai ricevuto una critica. Forse hai visto una persona raggiungere un risultato che desideravi. Forse ti sei sentito escluso, trascurato o poco considerato. Individuare ciò che ha attivato la ferita non elimina immediatamente il dolore, ma impedisce al dolore di diventare una definizione assoluta di te.

Non sei diventato improvvisamente privo di valore. Sei entrato in contatto con un punto della tua storia in cui hai imparato a sentirti tale.

2. Mantieni ogni giorno una piccola promessa fatta a te stesso

Quando non crediamo nel nostro valore, spesso smettiamo anche di considerarci persone affidabili.

  • Ci promettiamo che riposeremo, ma continuiamo a lavorare.
  • Ci diciamo che non risponderemo più a chi ci tratta male, ma torniamo a cercarlo.
  • Decidiamo di prenderci cura del nostro corpo, ma rimandiamo continuamente.
  • Mettiamo i bisogni degli altri davanti ai nostri e, alla fine, diventiamo invisibili persino a noi stessi.
Ogni promessa disattesa rafforza silenziosamente un messaggio: «Quello che dico a me stesso non conta».

Non servono grandi rivoluzioni. Scegli un impegno piccolo, realistico e preciso: uscire per dieci minuti, mangiare seduto anziché davanti al computer, fare quella telefonata, spegnere il telefono mezz’ora prima di dormire, non ricontattare una persona che ti ha ferito, concederti una pausa senza doverla meritare. Poi mantienilo.

Non per diventare più produttivo. Non per dimostrare di avere forza di volontà. Fallo perché ogni volta che rispetti una promessa fatta a te stesso, costruisci fiducia nella relazione più lunga della tua vita: quella con te. L’autostima non nasce soltanto da ciò che pensiamo di essere. Nasce anche dall’esperienza concreta di poter contare su di noi.

3. Ascolta come ti parli quando sbagli

Il modo in cui ti rivolgi a te stesso nei momenti difficili dice molto di più della sicurezza che mostri quando tutto va bene.

  • Dopo un errore, ti aiuti a capire oppure ti umili?
  • Quando sei stanco, riconosci il tuo limite oppure ti accusi di essere debole?
  • Quando qualcuno non ti sceglie, accetti la delusione oppure trasformi quella scelta in una condanna contro di te?

Molte persone hanno interiorizzato una voce severa e la scambiano per lucidità. Credono che criticarsi duramente serva a migliorarsi. In realtà, la svalutazione raramente produce una trasformazione autentica. Più spesso genera vergogna, paura di esporsi, perfezionismo e bisogno continuo di conferme.

Quando ti accorgi che stai usando parole crudeli, non obbligarti a sostituirle con frasi eccessivamente positive. Prova, piuttosto, a renderle più vere e più adulte.

  • Da: «Non ne faccio una giusta».
    A: «Ho commesso un errore e posso cercare di capire cosa non ha funzionato».
  • Da: «Sono ridicolo».
    A: «Mi sono esposto e ora provo vergogna».
  • Da: «Nessuno potrà amarmi».
    A: «Questa delusione ha riattivato la paura di non essere amabile».

Una voce interiore più gentile non è una voce che ti assolve da tutto. È una voce capace di tenere insieme responsabilità e dignità. Ti permette di riconoscere ciò che non ha funzionato senza distruggere la persona che dovrà provare a ripararlo.

4. Chiediti ogni giorno dove stai consegnando il tuo valore

A chi hai affidato il compito di decidere quanto vali?

  • A una persona che ti cerca soltanto quando ha bisogno di te?
  • A un genitore che non è mai soddisfatto?
  • A un partner che alterna vicinanza e distanza?
  • Ai numeri, ai risultati, al peso, all’età, ai commenti, alla produttività?
  • A qualcuno da cui continui ad aspettare un riconoscimento che forse non è capace di darti?

A volte non ci sentiamo privi di valore perché non ne abbiamo. Ci sentiamo così perché continuiamo a misurarci attraverso lo sguardo più svalutante che conosciamo.

Il problema è che, quando abbiamo imparato presto a cercare approvazione, possiamo diventare dipendenti proprio dalle persone che ce la concedono con maggiore avarizia. Ogni piccolo gesto di attenzione diventa prezioso. Ogni distanza ci spinge a fare di più, comprendere di più, aspettare di più. Così il nostro valore resta sospeso nelle mani di chi non sa custodirlo.

Ogni giorno prova a chiederti: «Sto cercando di capire quanto valgo o sto cercando di convincere qualcuno a riconoscerlo?» Sono due movimenti molto diversi. Non sempre potrai smettere immediatamente di desiderare l’approvazione di chi ti ha ferito. Ma puoi cominciare a riconoscere che la sua incapacità di vederti non è una misura attendibile di ciò che sei.

5. Compi un gesto che dica: “Anche io conto”

Il senso di non valere non vive soltanto nei pensieri. Entra nell’organizzazione concreta delle giornate.

Si vede quando:

  • dici sempre sì
  • minimizzi la stanchezza
  • accetti parole che non rivolgeresti mai a una persona che ami
  • rimandi una visita, un bisogno, un desiderio
  • lasci che tutti abbiano spazio e tu rimani ai margini
  • ti occupi di ogni problema, tranne del tuo.
Per questo è importante compiere ogni giorno almeno un gesto che renda visibile la tua presenza.
  • Può essere interrompere una conversazione che ti fa male.
  • Dire: «Oggi non riesco».
  • Chiedere spiegazioni anziché fingere che vada tutto bene.
  • Non giustificarti eccessivamente.
  • Prendere sul serio un dolore.
  • Smettere di inseguire chi continua a sottrarsi.
  • Fare qualcosa che desideri senza aspettare che sia utile anche a qualcun altro.

Non deve essere un gesto spettacolare. Deve essere un gesto coerente.

Il corpo ha bisogno di sperimentare che, quando qualcosa ti ferisce, tu intervieni. Che quando sei stanco, te ne accorgi. Che quando vieni oltrepassato, provi a proteggerti. Che non sei più costretto ad aspettare passivamente che qualcuno riconosca il tuo dolore.

Ci sono parole che, senza accorgertene, diventano il modo in cui abiti te stesso

Non fanno rumore, non attirano l’attenzione, eppure si ripetono dentro di te con una costanza tale da sembrare naturali, inevitabili, quasi oggettive.

«Non sono abbastanza.»
«Sbaglio sempre tutto.»
«Gli altri sono più capaci di me.»
«Non devo disturbare.»
«Devo accontentarmi.»
«Se mi conoscessero davvero, non mi vorrebbero.»
«Non posso pretendere di più.»
«Forse il problema sono io.»

A volte queste frasi sono così rapide che non riusciamo neppure a riconoscerle come pensieri. Diventano una sensazione, una postura, un modo di entrare nelle relazioni. Ti fanno chiedere scusa prima ancora di aver fatto qualcosa, ridimensionare ciò che desideri, dubitare di ogni tua scelta, accettare meno di quanto ti serve e interpretare ogni distanza dell’altro come la conferma di una tua mancanza.

Non pensi più: «Sto attraversando un momento difficile». Pensi: «Io sono difficile».
Non dici: «Questa persona non mi ha dato ciò di cui avevo bisogno». Ti dici: «Forse ho chiesto troppo».
Non riconosci: «Sono stato ferito». Concludi: «Sono troppo sensibile».
Non ti domandi se l’altro sia capace di amarti bene. Ti chiedi che cosa devi cambiare per meritare il suo amore.

Eppure quelle parole non sono necessariamente la descrizione di ciò che sei

Spesso sono ciò che hai imparato a dirti su di te. Sono il linguaggio che hai costruito per dare un senso a esperienze in cui non ti sei sentito visto, scelto, protetto o riconosciuto. Quando un bambino non riceve ciò di cui ha bisogno, raramente può pensare: «L’adulto che ho davanti non è capace di occuparsi di me». È più facile che concluda: «Deve esserci qualcosa che non va in me».

Riconoscere queste frasi è un passaggio potente, perché ti permette di iniziare a distinguere tra ciò che sei e ciò che hai imparato a credere di essere. Non è un cambiamento immediato, né qualcosa che accade soltanto attraverso la forza di volontà. È un processo che comincia quando smetti di dare per scontato quel linguaggio interno e inizi a domandarti: «Questa voce mi appartiene davvero? Oppure è il modo in cui ho imparato a guardarmi attraverso gli occhi di qualcun altro?».

È anche da questa necessità che nasce il mio nuovo libro “Lascia che la felicità accada“. Perché il punto non è semplicemente sentirsi meglio, ripetersi frasi positive o costringersi a essere più sicuri. Il punto è comprendere come il sistema nervoso costruisca queste percezioni, come le renda automatiche e come finisca per farci sentire familiare persino ciò che ci ferisce. Non è un libro che ti chiede di diventare una persona diversa. Ti accompagna, piuttosto, a riconoscere ciò che dentro di te è già in movimento, anche quando non riesci ancora a vederlo.

Perché forse non si tratta di imparare a valere di più

Forse si tratta di smettere, poco alla volta, di parlarti come se non valessi. Di smettere di chiamare “realismo” la voce che ti umilia, “umiltà” il bisogno di rimpicciolirti e “amore” tutto ciò che ti costringe continuamente a dubitare di te. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine.

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