
Il problema non è, dunque, che il cervello sappia attivarsi. Il problema comincia quando non riesce più a disattivarsi.
Quando le difficoltà si susseguono senza una vera conclusione, quando viviamo in un ambiente imprevedibile, quando dobbiamo continuamente anticipare la reazione di qualcuno o quando ci sentiamo costretti a sopportare una situazione sulla quale non abbiamo alcun controllo, lo stress smette di essere una risposta temporanea. Diventa il modo in cui l’organismo si prepara alla vita.
Il cervello, infatti, non si limita a registrare ciò che ci accade
Cerca di imparare da ogni esperienza per prevedere ciò che potrebbe accadere dopo. Se per molto tempo incontra pressioni, conflitti, minacce, richieste eccessive o assenza di sicurezza, non conclude semplicemente: «Sto attraversando un periodo difficile». Può imparare qualcosa di molto più profondo: «Il mondo richiede che io resti in allerta.» Ed è a partire da questa previsione che comincia a cambiare il suo funzionamento.
Lo stress non modifica soltanto ciò che provi: modifica le priorità del cervello
Quando siamo sotto stress, il cervello deve decidere rapidamente dove indirizzare le proprie risorse.
In una condizione di sicurezza può investire energia nell’esplorazione, nella creatività, nella memoria, nella pianificazione, nella curiosità, nell’apprendimento e nella possibilità di considerare più alternative.
Quando avverte una minaccia, invece, cambia priorità.
Diventa più importante individuare velocemente ciò che potrebbe andare storto, ricordare ciò che in passato ci ha feriti, evitare rischi, cogliere le intenzioni altrui e prepararsi a reagire.
Nel breve periodo questo spostamento è adattivo. Non avrebbe senso fermarsi a elaborare ogni dettaglio mentre qualcosa sta mettendo in pericolo la nostra integrità. Ma, se l’attivazione si prolunga, le funzioni necessarie all’emergenza finiscono per occupare uno spazio sempre maggiore.
Il cervello non perde necessariamente le proprie capacità: riduce l’accesso alle capacità che, in quel momento, considera meno urgenti.
La ricerca sullo stress descrive proprio questo passaggio dall’adattamento al cosiddetto carico allostatico: i sistemi che ci proteggono nel breve periodo, quando rimangono attivi troppo a lungo, possono produrre un costo progressivo sul cervello e sull’intero organismo.
Il sistema di allarme diventa più sensibile
Una delle aree maggiormente coinvolte nella rilevazione della rilevanza emotiva e della minaccia è l’amigdala.
È importante precisare che l’amigdala non è semplicemente “il centro della paura”. Partecipa all’apprendimento emotivo, attribuisce rilevanza agli stimoli e contribuisce a orientare rapidamente l’attenzione verso ciò che potrebbe richiedere una risposta.
Quando lo stress si ripete, questo sistema può diventare più reattivo. Ciò che prima sarebbe stato considerato ambiguo o trascurabile può cominciare a essere interpretato come significativo, urgente o potenzialmente pericoloso.
Un’espressione del viso, una risposta che tarda ad arrivare, un cambiamento nel tono di voce, un piccolo errore, una richiesta improvvisa o un rumore inatteso possono acquistare un peso sproporzionato.
Non perché la persona abbia deciso consapevolmente di drammatizzare, ma perché il cervello si è allenato a non sottovalutare nulla. È così che può comparire l’ipervigilanza: non necessariamente una paura evidente e riconoscibile, ma un’attenzione costantemente orientata verso ciò che potrebbe accadere.
Si controllano più volte i messaggi. Si ripensano le conversazioni. Si anticipano le reazioni altrui. Si percepisce il bisogno di prepararsi. Si fa fatica a stare nel silenzio, perché il silenzio non viene vissuto come assenza di problemi, ma come lo spazio in cui qualcosa potrebbe manifestarsi.
Gli studi sullo stress ripetuto mostrano che amigdala, ippocampo e corteccia prefrontale non reagiscono tutti nello stesso modo: mentre alcune connessioni prefrontali e ippocampali possono ridursi o riorganizzarsi, determinati circuiti dell’amigdala possono aumentare ramificazioni e sensibilità. Gran parte delle evidenze cellulari più dettagliate deriva da modelli animali, mentre gli studi sull’essere umano mostrano soprattutto associazioni funzionali e strutturali. Non si tratta, quindi, di un destino uguale per tutti, ma di un processo di plasticità dipendente dalla durata, dall’intensità e dal tipo di stress.
La corteccia prefrontale dispone di meno spazio operativo
La corteccia prefrontale ci permette di mantenere in mente un obiettivo, inibire una risposta impulsiva, valutare le conseguenze, modificare strategia, organizzare le informazioni e osservare una situazione da più punti di vista. È una delle regioni che ci consente di non essere interamente governati dalla prima reazione.
Sotto stress, tuttavia, questo sistema può perdere temporaneamente efficienza. L’aumento delle catecolamine e dei glucocorticoidi modifica il modo in cui comunicano le reti prefrontali. Quando l’attivazione è intensa o prolungata, diventa più difficile mantenere stabile il pensiero, filtrare le distrazioni e usare in modo flessibile le informazioni disponibili.
Per questo, durante periodi particolarmente stressanti, possiamo sentirci meno lucidi proprio quando avremmo più bisogno di esserlo.
Possiamo conoscere perfettamente ciò che sarebbe opportuno fare e, nonostante questo, non riuscire ad accedere a quella conoscenza nel momento decisivo. Possiamo avere difficoltà a trovare le parole, dimenticare una cosa appena pensata, rileggere più volte la stessa pagina, prendere decisioni semplici con una fatica enorme o oscillare a lungo tra alternative che, in condizioni diverse, sapremmo valutare.
Non significa necessariamente che siamo diventati meno intelligenti.
Significa che una parte consistente delle risorse cognitive è già impegnata altrove: nel monitorare l’ambiente, nel prevedere problemi, nel contenere l’attivazione, nel controllare le emozioni o nel tentativo di impedire che qualcosa sfugga al nostro controllo.
È come cercare di lavorare su un computer apparentemente libero, ma sul quale decine di programmi stanno funzionando in sottofondo.
La memoria di lavoro ha meno spazio. La flessibilità diminuisce. L’attenzione si restringe. La mente tende a privilegiare soluzioni già conosciute, perché esplorare nuove possibilità richiede risorse che, in quel momento, il cervello non considera disponibili.
L’ippocampo fatica a collocare l’esperienza nel suo contesto
L’ippocampo è fondamentale per la memoria e per la contestualizzazione dell’esperienza. Ci aiuta a distinguere dove e quando è accaduto qualcosa e a comprendere che due situazioni simili non sono necessariamente identiche.
Grazie a questa funzione possiamo pensare: «Quello è accaduto allora. Questo sta accadendo adesso.»
Quando lo stress diventa cronico, la plasticità e il funzionamento dell’ippocampo possono essere alterati. Gli studi descrivono modificazioni della trasmissione sinaptica, delle ramificazioni dendritiche e, in alcuni modelli, dei processi di neurogenesi. Nell’essere umano, lo stress prolungato è stato associato anche a differenze nella struttura e nel funzionamento ippocampale, pur con una notevole variabilità individuale.
Nella vita quotidiana, questo può tradursi in difficoltà di concentrazione e memoria, ma anche in qualcosa di emotivamente più complesso.
Se il cervello fatica a contestualizzare, un’esperienza presente può riattivare in modo molto potente ciò che è stato vissuto in passato. Il corpo risponde alla situazione attuale, ma contemporaneamente recupera le previsioni costruite nelle esperienze precedenti.
- Una critica non è più soltanto una critica: può riaccendere tutte le volte in cui ci siamo sentiti umiliati.
- Una distanza non è più soltanto una distanza: può mobilitare antiche esperienze di abbandono.
- Una richiesta non è più soltanto una richiesta: può essere avvertita come l’inizio di una sequenza già conosciuta, nella quale non avremo il diritto di sottrarci.
È importante non ridurre questo fenomeno alla formula «il cervello confonde il passato con il presente». Il cervello non compie necessariamente un errore grossolano. Utilizza il passato per prevedere il futuro. Quando molte esperienze hanno seguito lo stesso andamento, può considerare prudente prepararsi in anticipo.
Il problema è che una previsione nata per proteggerci può diventare così rigida da non lasciarci più vedere ciò che, nel presente, è diverso.
Il cortisolo non è il nemico: il problema è l’assenza di recupero
Quando viene rilevata una minaccia, l’ipotalamo contribuisce ad attivare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Attraverso una sequenza di segnali, le ghiandole surrenali rilasciano cortisolo.
Il cortisolo non è una sostanza tossica prodotta da un organismo che funziona male. È un mediatore indispensabile della risposta allo stress. Contribuisce a rendere disponibile energia, modula il metabolismo, influenza l’attenzione e aiuta l’organismo ad adattarsi a una richiesta.
Il problema non è la sua semplice presenza.
Il problema emerge quando il sistema viene sollecitato ripetutamente, quando l’attivazione non trova una conclusione oppure quando i meccanismi di regolazione perdono flessibilità.
In alcune persone o fasi il cortisolo può mantenersi elevato; in altre può presentare un ritmo appiattito o risposte attenuate. Parlare genericamente di “cortisolo alto” non descrive, quindi, tutta la complessità dello stress cronico. È l’intera regolazione dell’asse dello stress a poter diventare meno efficiente, anche attraverso modificazioni dei sistemi di feedback che dovrebbero segnalare all’organismo che l’emergenza è terminata. Ecco perché una persona può sentirsi esausta e, nello stesso tempo, incapace di rilassarsi.
Il corpo chiede riposo, ma il cervello non considera ancora prudente abbassare la guardia. Il cervello diventa più rapido, ma meno libero
Quando le risorse diminuiscono, il cervello tende ad affidarsi maggiormente a risposte rapide, conosciute e già sperimentate. Può aumentare il bisogno di controllo. Possono irrigidirsi le routine. L’incertezza diventa più difficile da tollerare. Si reagisce prima ancora di aver compreso pienamente ciò che sta accadendo.
Il cervello può imparare che non deve più proteggerti da tutto
Quando resti sotto stress troppo a lungo, il cervello cambia. Non perché sia fragile, ma perché cerca ostinatamente di proteggerti. Rende più sensibile l’allarme, più rapide le reazioni e più prudente l’esplorazione. Riduce l’accesso alla flessibilità, alla memoria contestuale e alla capacità di considerare alternative. Sacrifica una parte della libertà per aumentare le probabilità di sopravvivere a ciò che ha imparato ad aspettarsi.
Il problema è che, a un certo punto, potresti non aver più bisogno di quella protezione nella stessa misura, mentre il tuo organismo continua a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente.
Puoi essere uscito da una relazione che ti faceva male e continuare ad aspettarti di essere ferito. Puoi avere finalmente la possibilità di riposare e non riuscire a smettere di sentirti in colpa. Puoi incontrare qualcuno disposto a rispettarti e continuare a prepararti al momento in cui cambierà. Puoi avere davanti una possibilità nuova e sentirti comunque costretto a reagire secondo ciò che hai imparato molto tempo prima.
Non basta, allora, convincersi che il passato sia finito.
Il cervello ha bisogno di fare esperienza del fatto che il presente può funzionare diversamente. Ha bisogno di incontrare limiti che non distruggono i legami, errori che non producono umiliazione, distanze che non diventano abbandoni, momenti di quiete che non precedono necessariamente una nuova minaccia.
È anche da questa consapevolezza che nasce il mio ultimo libro “Lascia che la felicità accada”. Perché la felicità non dipende soltanto dalla presenza di qualcosa di bello. Dipende anche dalla possibilità interna di riconoscerlo, riceverlo e restarvi abbastanza a lungo senza che il nostro sistema di allarme ci costringa subito a difenderci.
A volte non respingiamo il benessere perché non lo desideriamo, ma perché il nostro organismo non ha ancora imparato a considerarlo sicuro. Continuiamo a controllare, anticipare, compiacere, trattenere o rinunciare perché sono state queste, per molto tempo, le strategie che ci hanno permesso di proteggerci.
Nel libro provo a mostrare proprio questo: molte delle difficoltà che attribuiamo alla nostra personalità non sono difetti da correggere, ma adattamenti da comprendere. Modi di funzionare che hanno avuto un senso e che, proprio per questo, non possono essere abbandonati attraverso la forza di volontà, il pensiero positivo o l’ennesima richiesta di cambiare.
Occorre creare esperienze nuove. Imparare a riconoscere ciò che ci attiva, ascoltare ciò che quell’attivazione sta cercando di ottenere, restituire valore alle nostre percezioni e costruire risposte che non ci costringano più a scegliere continuamente tra noi stessi e il legame con gli altri.
Perché il contrario dello stress prolungato non è una vita senza difficoltà.
È una vita nella quale non sei più obbligato a restare costantemente in allarme per riuscire ad attraversarle. Se senti di vivere sempre un passo prima del pericolo, se fai fatica ad affidarti ai momenti belli, se anche quando tutto sembra tranquillo una parte di te continua a prepararsi al peggio, “Lascia che la felicità accada” è il libro giusto per te. Puoi trovare il mio libro, già bestseller, in qualsiasi libreria d’Italia o su Amazon a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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