Molto spesso pensiamo al crollo emotivo come a un momento improvviso: una crisi di pianto, un attacco d’ansia, una giornata in cui non riusciamo più ad alzarci dal letto o una reazione sproporzionata davanti a qualcosa di apparentemente insignificante. In realtà, quasi mai il crollo comincia nel momento in cui diventa visibile. Comincia molto prima.
Comincia quando continuiamo a chiedere al nostro organismo di adattarsi a situazioni che richiederebbero una pausa, una scelta, un limite, una protezione o un cambiamento. Comincia quando riusciamo ancora a funzionare, ma per farlo dobbiamo esercitare un controllo sempre maggiore su ciò che sentiamo. Quando ogni giornata viene attraversata più grazie allo sforzo che grazie alle risorse realmente disponibili.
L’espressione “crollo emotivo” non indica una diagnosi clinica precisa. Descrive, piuttosto, una condizione in cui la quantità di tensione accumulata supera temporaneamente la capacità della persona di contenerla, organizzarla e recuperare.
Non si crolla necessariamente perché si è fragili. A volte si crolla perché si è rimasti forti troppo a lungo, in situazioni nelle quali essere forti significava continuare a resistere senza poter realmente riposare, reagire, chiedere aiuto o allontanarsi.
5 segnali che stai andando incontro a un crollo emotivo
Esistono, però, alcuni segnali che possono comparire prima che il sovraccarico diventi ingestibile.
1. La tua soglia di tolleranza si abbassa sempre di più
Uno dei primi segnali è la sensazione di non riuscire più a sopportare ciò che, fino a poco tempo prima, riuscivi ancora a gestire. Un rumore ti esaspera. Un messaggio ti mette in allarme. Una richiesta normale ti sembra insostenibile. Un piccolo imprevisto ti fa sentire immediatamente sopraffatto. Potresti reagire con irritazione, pianto, chiusura o aggressività, per poi rimproverarti perché “non era successo niente di così grave”.
Ma il punto non è soltanto ciò che è appena successo
Quando sei emotivamente sovraccarico, non reagisci esclusivamente all’ultimo evento. Reagisci anche a tutto ciò che hai dovuto contenere nelle ore, nei giorni o nei mesi precedenti. Quella domanda, quella telefonata o quel contrattempo diventano semplicemente l’ultimo peso appoggiato su una struttura che stava già sostenendo troppo.
Per questo la reazione può sembrare sproporzionata rispetto alla situazione presente, ma essere perfettamente proporzionata alla quantità complessiva di attivazione accumulata.
La soglia si abbassa perché le risorse necessarie a interpretare, contestualizzare e ridimensionare ciò che accade sono già impegnate altrove. Una parte di te sta cercando di continuare a lavorare, rispondere, decidere, essere disponibile e mantenere il controllo; un’altra parte sta tentando di contenere stanchezza, rabbia, paura, delusione o senso di impotenza.
Rimane pochissimo spazio per tollerare altro. Non significa necessariamente che tu sia diventato intollerante o eccessivamente sensibile. Può significare che stai vivendo da troppo tempo al limite delle tue possibilità regolative.
Il segnale da ascoltare, quindi, non è soltanto: “Sto reagendo male”. La domanda più utile potrebbe essere: “Da quanto tempo sto chiedendo a me stesso di sopportare senza recuperare?”.
2. Dopo ogni attivazione non riesci più a tornare davvero alla calma
Non è soltanto la quantità di stress a creare sovraccarico. È anche l’impossibilità di concluderlo. Puoi superare una giornata difficile, una discussione, una scadenza o un momento di paura. Ma, se dopo quell’esperienza il corpo e la mente non riescono a tornare a una condizione di relativa sicurezza, una parte dell’attivazione rimane presente. Per esempio..
- La conversazione è finita, ma continui a ripercorrerla mentalmente.
- Il problema è stato risolto, ma il tuo corpo resta teso.
- La giornata è terminata, ma non riesci a sentirti autorizzato a fermarti.
- Sei nel letto, ma una parte di te continua a prepararsi per ciò che potrebbe accadere il giorno successivo.
È come se ogni esperienza lasciasse un residuo e tu non avessi più il tempo, lo spazio o le condizioni relazionali necessarie per smaltirlo.
A quel punto può comparire una sensazione particolare: non riesci più a capire che cosa ti abbia fatto stare così male. Ti sembra che tutto sia cominciato da un episodio minimo, ma dentro di te avverti una pressione molto più grande. Il problema non è soltanto l’ultimo evento. È che il tuo organismo non ha più avuto la possibilità di chiudere le esperienze precedenti.
Riprendersi, infatti, non significa semplicemente smettere di pensarci
Significa tornare a respirare con maggiore libertà, percepire nuovamente il proprio corpo come abitabile, recuperare interesse per qualcosa, riuscire a dormire, mangiare, concentrarsi e sentire che il pericolo o la pressione sono realmente diminuiti.
Quando questo ritorno non avviene più, ogni nuova difficoltà incontra un organismo ancora impegnato a gestire quella precedente. È così che lo stress smette di essere un episodio e diventa una condizione di fondo.
3. Il corpo comincia a chiederti di fermarti al posto tuo
Prima di un crollo emotivo, il corpo può iniziare a esprimere ciò che la persona non riesce ancora a riconoscere o a concedersi. Potresti sentirti stanco anche dopo aver dormito. Potresti avere il respiro più corto, il petto contratto, la mandibola serrata, lo stomaco chiuso o una tensione costante alle spalle. Il sonno può diventare più leggero, frammentato o popolato da risvegli. L’appetito può aumentare, diminuire oppure diventare irregolare.
Anche la percezione della fatica può cambiare. Azioni semplici, come prepararsi, rispondere a un messaggio, scegliere cosa mangiare o uscire di casa, possono richiedere uno sforzo sproporzionato.
Spesso interpretiamo questi segnali come un ulteriore difetto da correggere.
Si impone di essere più disciplinata, più efficiente, meno pigra. Cerca un nuovo metodo per organizzarsi, aumenta la caffeina, riduce ancora il riposo o si rimprovera perché non riesce più a funzionare come prima.
Ma un organismo sovraccarico non ha sempre bisogno di essere spinto meglio. A volte ha bisogno che venga ridotto ciò che è costretto a sostenere. Il corpo non sta necessariamente sabotando i tuoi progetti. Potrebbe stare tentando di sottrarti a un ritmo che non riesci più a interrompere volontariamente.
Naturalmente, i sintomi fisici persistenti o intensi non andrebbero attribuiti automaticamente allo stress: meritano sempre una valutazione medica. Tuttavia, quando gli esami non spiegano completamente ciò che senti, oppure quando i disturbi aumentano nei periodi di maggiore pressione, può essere utile domandarsi quale carico il corpo stia cercando di rendere visibile.
Talvolta il crollo arriva proprio perché i segnali precedenti sono stati trattati come ostacoli da eliminare, anziché come informazioni da comprendere.
4. Non desideri più stare bene: desideri soltanto non sentire niente
Arriva un momento, nel sovraccarico, in cui non desideriamo più stare bene, divertirci o sentirci sereni. Desideriamo soltanto che tutto smetta di chiederci qualcosa. Cerchiamo silenzio. Vorremmo non dover rispondere, spiegare, decidere, comprendere o sostenere nessuno. Potremmo desiderare di dormire a lungo, sparire per qualche giorno, non essere raggiungibili o non provare più nulla. Non sempre si tratta di un desiderio di fuga dalla propria vita. Molto spesso è un desiderio di fuga dall’attivazione continua.
Quando sentire diventa troppo doloroso, non sentire può sembrare la condizione più desiderabile.
Può comparire allora una sorta di appiattimento emotivo. Le cose che prima ti interessavano non ti coinvolgono più. Le persone che ami ti sembrano lontane. Le buone notizie non producono sollievo. Anche le attività piacevoli possono essere vissute come un’ulteriore richiesta. Questo stato viene spesso frainteso.
Chi lo vive può pensare di essere diventato freddo, ingrato o incapace di amare. Chi gli sta vicino può interpretare il distacco come disinteresse. In realtà, a volte l’organismo riduce l’accesso alle emozioni perché non riesce più a regolarne l’intensità. Non è detto che tu non tenga più a nulla. Potresti non avere più energia sufficiente per sentire pienamente ciò a cui tieni.
Il problema è che questa condizione può indurre a isolarsi proprio quando sarebbe necessario ricevere una presenza non invasiva, non giudicante e non allarmante. Non qualcuno che chieda immediatamente spiegazioni, ma qualcuno davanti al quale non sia necessario fingere di stare bene.
Il bisogno di ritirarsi non va demonizzato
A volte allontanarsi temporaneamente dagli stimoli è una forma necessaria di protezione. Diventa però importante prestare attenzione quando il ritiro si trasforma in una chiusura sempre più profonda, quando non riesci più a svolgere le attività fondamentali o quando compaiono pensieri di autosvalutazione, disperazione o desiderio di non esserci.
In quel caso non è più il momento di aspettare che passi da solo. È necessario coinvolgere un professionista e non restare soli con ciò che sta accadendo.
5. Continui a funzionare, ma soltanto attraverso l’urgenza
Non tutti i crolli emotivi sono preceduti da un evidente rallentamento. Alcune persone, prima di crollare, diventano ancora più efficienti. Fanno tutto rapidamente, controllano ogni dettaglio, anticipano i problemi, si assumono nuovi compiti e non riescono più a delegare. Sembrano energiche, ma in realtà stanno funzionando attraverso una forma di attivazione permanente.
Non si muovono perché hanno risorse. Si muovono perché fermarsi farebbe emergere tutto ciò che stanno contenendo. In questa fase la persona può dire: “Se mi fermo, crollo”. E spesso ha ragione. Non perché fermarsi sia pericoloso, ma perché il movimento continuo le ha permesso di non percepire fino in fondo la stanchezza, il dolore o la paura.
La produttività diventa allora una strategia di sopravvivenza. Le giornate vengono attraversate a colpi di urgenza: bisogna risolvere, sistemare, rispondere, prevedere, evitare errori. Anche il riposo viene trasformato in un compito da eseguire correttamente.
Ma un organismo non può vivere indefinitamente come se ogni giornata fosse un’emergenza.
Prima o poi possono comparire dimenticanze, difficoltà di concentrazione, indecisione, pianto improvviso, senso di confusione o incapacità di iniziare attività che fino a poco tempo prima erano automatiche. Non perché tu abbia perso le tue capacità, ma perché non riesci più a mobilitarle tutte contemporaneamente.
Il crollo, quindi, non coincide necessariamente con il momento in cui smetti di funzionare. Può cominciare mentre continui a fare tutto, ma non riesci più a farlo senza paura, rigidità o pressione. Il segnale non è soltanto la quantità di cose che riesci ancora a portare a termine. È il prezzo interno che devi pagare per riuscirci.
Non aspettare di stare malissimo per considerare legittimo fermarti
Molte persone riescono a riconoscere la propria sofferenza soltanto quando diventa incontestabile. Finché continuano a lavorare, occuparsi degli altri e rispettare gli impegni, pensano di non avere il diritto di dire che non ce la fanno più. Aspettano un sintomo grave, una crisi evidente o un’impossibilità concreta per concedersi ciò che avrebbero avuto bisogno di ricevere molto prima.
Ma non è necessario arrivare al punto di rottura per rendere legittimo il proprio bisogno di protezione. Intervenire prima di un crollo non significa imparare qualche tecnica per continuare a sopportare la stessa quantità di pressione. Significa interrogarsi sul carico.
- Che cosa ti sta consumando?
- Quali situazioni non si concludono mai veramente?
- Dove continui a restare disponibile oltre le tue possibilità?
- Quale decisione stai rimandando?
- Quale dolore stai cercando di amministrare senza l’aiuto di nessuno?
- Quale parte della tua vita richiede un cambiamento, e non soltanto una maggiore capacità di adattamento?
A volte è necessario ridurre gli stimoli, dormire, mangiare con maggiore regolarità, camminare, stare in silenzio o trascorrere del tempo con una persona davanti alla quale il corpo non debba difendersi. Altre volte occorre interrompere un’esposizione, mettere un limite, chiedere una collaborazione concreta o iniziare un percorso psicologico.
Ascoltare i segnali non significa arrendersi alla fragilità
Significa evitare che sia il corpo, attraverso un crollo, a imporre quella sospensione che non siamo riusciti a concederci. Perché spesso non crolliamo all’improvviso. Crolliamo dopo avere ignorato, corretto o giudicato a lungo tutte le parti di noi che stavano già chiedendo di essere ascoltate.
È anche da questa consapevolezza che nasce il mio ultimo libro “Lascia che la felicità accada”: dalla necessità di smettere di trattare il nostro malessere come qualcosa da zittire in fretta e iniziare, invece, a comprenderne il linguaggio. Perché dietro la stanchezza, l’irritabilità, il bisogno di isolarsi o la sensazione di non farcela più, non c’è necessariamente una parte debole da correggere. Può esserci una parte di noi che ha resistito troppo, che ha continuato a sostenere ciò che faceva male e che ora ci sta chiedendo di non essere lasciata ancora una volta da sola.
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