
Diciamo che va tutto bene, ma diventiamo irritabili ogni volta che dobbiamo tornare in quel luogo. Sosteniamo di amare una persona, ma cerchiamo continuamente occasioni per sottrarci alla sua presenza. Affermiamo di avere scelto liberamente una certa vita, mentre proviamo rabbia verso chi si concede ciò a cui noi abbiamo rinunciato. Continuiamo a restare, a giustificare, a mostrare entusiasmo o a comportarci come se nulla ci ferisse, anche quando qualcosa dentro di noi sta raccontando una storia diversa.
La menzogna verso noi stessi, infatti, raramente si presenta come una falsità evidente.
Più spesso prende la forma di una piccola alterazione della realtà: enfatizziamo ciò che conferma la versione che vogliamo conservare, ridimensioniamo ciò che la contraddice, troviamo spiegazioni rassicuranti e trasformiamo in normalità ciò che non siamo ancora pronti a mettere in discussione.
A volte sono le parole a tradire questa distanza. Altre volte è il corpo, che si irrigidisce davanti a ciò che continuiamo a definire piacevole. Oppure sono i nostri comportamenti: l’impazienza, l’evitamento, il bisogno di convincere gli altri, l’irritazione sproporzionata, la necessità di giustificare continuamente qualcuno o qualcosa.
Non sempre sappiamo con chiarezza che cosa stiamo nascondendo a noi stessi. Possiamo avvertire soltanto un’incongruenza: ciò che raccontiamo non coincide completamente con ciò che sentiamo; ciò che diciamo di desiderare non corrisponde al modo in cui viviamo; ciò che definiamo una scelta continua a produrre dentro di noi rabbia, tristezza o insofferenza.
5 segnali che stai mentendo a te stesso
Mentire a noi stessi non significa necessariamente conoscere la verità e decidere consapevolmente di nasconderla. Molto spesso la mente non costruisce una menzogna completa: seleziona, attenua, giustifica, enfatizza. Conserva alcuni particolari e ne rende invisibili altri, fino a produrre una versione della realtà nella quale possiamo continuare a riconoscerci.
Quella versione può permetterci di restare in una relazione, di non mettere in discussione una scelta, di proteggere l’immagine che abbiamo di noi o di non affrontare una perdita per la quale non ci sentiamo ancora pronti. Eppure qualcosa, dentro di noi, continua a non coincidere. È proprio in questa distanza tra la nostra narrazione e la nostra esperienza che l’autoinganno comincia a diventare visibile. Ecco cinque segnali che possono aiutarci a riconoscerlo.
1. Hai bisogno di dichiarare continuamente ciò che provi
- «Lo amo tantissimo.»
- «Come farei senza di lui?»
- «Non ho mai amato nessuno in questo modo.»
Naturalmente possiamo pronunciare queste frasi perché siamo profondamente innamorati. Non è la frequenza di un “ti amo” a rendere falso un sentimento.
Il segnale da osservare è la funzione che quelle parole stanno svolgendo.
A volte non le utilizziamo per comunicare ciò che sentiamo, ma per impedire che emerga ciò che non vorremmo sentire: stanchezza, rabbia, distanza, delusione, insofferenza oppure il desiderio, ancora inaccettabile, di allontanarci.
Quando il sentimento non ci appare più sicuro, possiamo cercare di renderlo più solido nominandolo continuamente. Lo ripetiamo all’altro, agli amici, a noi stessi. Lo rendiamo intenso nelle parole perché nella nostra esperienza sta diventando incerto.
In alcuni casi questo funzionamento può ricordare la formazione reattiva, un meccanismo di difesa attraverso il quale esprimiamo in modo accentuato un atteggiamento opposto a un contenuto emotivo che facciamo fatica a riconoscere.
Non riusciamo ad accettare la nostra ostilità, quindi diventiamo eccessivamente premurosi. Non tolleriamo il desiderio di separarci, quindi ribadiamo una dipendenza assoluta. Non possiamo riconoscere che qualcosa si è spento, quindi moltiplichiamo le dichiarazioni d’amore.
Questo non significa che l’affetto sia sempre completamente assente
I sentimenti raramente sono così semplici. Possiamo amare una persona e, contemporaneamente, non desiderare più la relazione che abbiamo costruito con lei. Possiamo provare tenerezza, gratitudine, attaccamento e paura della perdita, confondendo tutto questo con la certezza di voler restare.
A volte continuiamo a ripeterci «lo amo» perché la domanda che ci spaventa non è soltanto: “Lo amo ancora?”. La domanda più difficile è: “Che cosa dovrei riconoscere, cambiare o perdere se ammettessi che ciò che provo non è più quello che continuo a raccontarmi?”
Potremmo dover guardare gli anni investiti, le promesse fatte, l’identità costruita dentro quel legame. Potremmo dover rinunciare non solo a una persona, ma anche al futuro che avevamo immaginato con lei. Per questo, alcune dichiarazioni non servono a mostrare la forza di un sentimento. Servono a impedirgli di essere interrogato.
2. Le tue parole raccontano entusiasmo, ma il tuo comportamento esprime insofferenza
A volte incontriamo persone che sentono il bisogno di dichiarare, anche senza che nessuno glielo abbia chiesto, quanto amino ciò che fanno.
- «Io adoro il mio lavoro.»
- «Per me entrare qui ogni mattina è una gioia.»
- «Non potrei fare altro nella vita.»
Può essere assolutamente vero. Si può amare il proprio mestiere e, nello stesso tempo, essere stanchi, avere una giornata difficile o perdere occasionalmente la pazienza. Il dubbio nasce quando esiste una contraddizione persistente tra il racconto e il modo in cui quella persona vive ciò che sta raccontando.
Dice di amare il contatto con il pubblico, ma tratta ogni richiesta come un’intrusione. Parla continuamente della propria passione, ma appare irritata, impaziente, sprezzante. Descrive il lavoro come una vocazione, mentre il suo corpo e il suo comportamento sembrano comunicare un sovraccarico che non trova mai diritto di parola. In questi casi, l’entusiasmo dichiarato può non servire a informarci. Può servire a rassicurare chi lo pronuncia.
Ammettere di non amare più il proprio lavoro, infatti, non significa soltanto riconoscere un’emozione. Può significare mettere in discussione anni di scelte, sacrifici, investimenti economici, ruoli familiari e immagini sociali.
Se abbiamo costruito gran parte della nostra identità intorno all’essere competenti, appassionati o realizzati, riconoscere l’insoddisfazione potrebbe farci sentire ingrati, incoerenti o falliti.
Così possiamo continuare a raccontare la versione più luminosa della nostra vita mentre reagiamo con ostilità a tutto ciò che ci ricorda quanto quella vita ci stia pesando. In questo modo non ci limitiamo a nascondere la stanchezza. Le togliamo legittimità.
- Non possiamo dire: “Sono esausto”. Dobbiamo dirci: “Amo così tanto quello che faccio che non dovrei sentirmi esausto”.
- Non possiamo riconoscere: “Questo lavoro non mi somiglia più”.
- Dobbiamo pensare: “Il problema sono gli altri, che disturbano continuamente la passione con cui lo svolgo”.
Quando non riusciamo ad ascoltare il conflitto, rischiamo di scaricarlo sulle persone che incontriamo. Il cliente diventa troppo esigente, il collega insopportabile, la richiesta sempre fuori luogo. Non perché lo siano necessariamente, ma perché ci costringono a entrare in contatto con una parte della nostra esperienza che continuiamo a negare.
Il segnale, dunque, non è avere una reazione nervosa. È dover sostenere una narrazione di soddisfazione assoluta mentre viviamo stabilmente in uno stato di irritazione.
3. Trovi immediatamente una giustificazione per ogni comportamento che ti ferisce
- Il partner ci svaluta e noi pensiamo che sia soltanto molto diretto.
- Ci scredita davanti agli altri e diciamo che ha un particolare senso dell’umorismo.
- Ci fa sentire incapaci e concludiamo che vuole spronarci.
- Ci punisce con il silenzio e ci raccontiamo che ha bisogno dei suoi spazi.
Insomma….ci controlla perché tiene a noi!
È geloso perché ha sofferto. È aggressivo perché è stressato. Ci umilia perché non sa esprimere le proprie emozioni. Ogni comportamento può avere una storia, una motivazione e un contesto. Comprendere da dove nasce il modo di agire di una persona può impedirci di ridurla a un’etichetta.
Ma esiste una differenza essenziale tra comprendere un comportamento e usare la sua spiegazione per cancellarne gli effetti.
- Possiamo riconoscere che una persona ha paura di essere abbandonata e, nello stesso tempo, non accettare che per questa paura limiti la nostra libertà.
- Possiamo capire che è cresciuta in un ambiente svalutante senza negare che ora stia svalutando noi.
- Possiamo conoscere le sue ferite senza trasformarci nel luogo in cui quelle ferite possono essere agite senza conseguenze.
Quando stiamo mentendo a noi stessi, invece, la spiegazione dell’altro occupa tutto lo spazio
Diventa più importante della nostra esperienza. Non ci chiediamo più: “Che effetto ha su di me questo comportamento?”. Ci chiediamo soltanto: “Che cosa gli sarà accaduto per diventare così?”.
L’attenzione si sposta dal dolore che riceviamo alla sofferenza che immaginiamo abbia prodotto quel dolore. E poiché riusciamo a comprendere l’altro, finiamo per pensare di non avere più il diritto di proteggerci da lui. Questa forma di autoinganno può essere molto raffinata, perché assume l’aspetto dell’empatia, della maturità e della profondità psicologica. In realtà, alcune volte comprendiamo tanto bene l’altro proprio per non dover guardare ciò che sta accadendo a noi.
Finché possiamo attribuire tutto alla sua infanzia, alla sua insicurezza, alla sua paura o alla sua incapacità di comunicare, non dobbiamo ancora ammettere che quella persona, indipendentemente dalle ragioni, ci sta facendo male. E riconoscerlo avrebbe delle conseguenze.
Dovremmo mettere un limite. Dovremmo sottrarci. Dovremmo tollerare il conflitto. Forse dovremmo accettare che l’amore, da solo, non ha trasformato quella relazione nel luogo sicuro che speravamo diventasse. La menzogna che ci raccontiamo, allora, non è necessariamente: “Non mi sta ferendo”. Può essere molto più sottile: “Mi sta ferendo, ma le sue ragioni rendono il mio dolore meno importante”.
4. Chiami scelta ciò che hai imparato a non desiderare più
- «Non mi interessa fare carriera.»
- «Sto benissimo senza amici.»
- «Non ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me.»
- «Preferisco sempre occuparmi degli altri.»
- «Le relazioni non fanno per me.»
Queste frasi possono esprimere desideri e scelte reali.
Non tutti desideriamo le stesse cose e non esiste un unico modo corretto di costruire una vita soddisfacente. Ma, talvolta, non smettiamo di desiderare qualcosa perché abbiamo davvero scoperto di non volerla. Smettiamo di desiderarla perché ci è sembrata irraggiungibile, pericolosa o troppo costosa.
- Se ogni volta che abbiamo chiesto aiuto siamo stati umiliati, possiamo convincerci di non avere bisogno di nessuno.
- Se ogni nostro tentativo di emergere è stato criticato, possiamo dichiarare che il successo non ci interessa.
- Se le relazioni ci hanno esposto ripetutamente al rifiuto, possiamo trasformare la solitudine in una prova di superiorità e indipendenza.
- Se siamo cresciuti ricevendo approvazione soltanto quando ci occupavamo degli altri, possiamo chiamare generosità l’impossibilità di riservare qualcosa a noi stessi.
La mente, in questo modo, compie un’operazione protettiva: trasforma una privazione in una preferenza. È meno doloroso pensare “non lo voglio” che ammettere “ho imparato a credere di non poterlo avere”.
Il desiderio escluso, però, non sempre scompare. Spesso cambia forma.
- Può diventare invidia verso chi si concede ciò che noi abbiamo rinunciato a chiedere.
- Può trasformarsi in irritazione verso chi riceve attenzioni, occupa spazio, riposa, viene aiutato o riesce.
- Può emergere come cinismo: svalutiamo l’amore perché ci spaventa desiderarlo; ridicolizziamo l’ambizione perché abbiamo paura di fallire; giudichiamo egoista chi mette un confine perché noi non ci siamo mai sentiti autorizzati a farlo.
A volte ciò che critichiamo con maggiore durezza negli altri non è ciò che disprezziamo davvero. È ciò che non siamo riusciti a permettere a noi stessi.
La menzogna, in questi casi, non consiste nel non avere ottenuto qualcosa. Consiste nel doverci convincere che non abbia mai avuto valore per noi.
5. Quando la realtà ti contraddice, cambi la spiegazione ma non la conclusione
Un segnale particolarmente importante compare quando nessun fatto riesce più a modificare ciò che abbiamo deciso di credere.
- Se il partner è distante, pensiamo che abbia paura dei sentimenti.
- Se torna affettuoso, consideriamo quel gesto la prova che ci ama profondamente.
- Se promette di cambiare, crediamo nella promessa.
- Se ripete lo stesso comportamento, diciamo che ha bisogno di altro tempo.
Qualunque cosa accada, la conclusione resta identica: questa relazione è giusta e dobbiamo continuare a crederci. La spiegazione cambia ogni volta che la realtà la smentisce, ma deve sempre proteggere lo stesso risultato.
Accade anche nel modo in cui guardiamo noi stessi.
- Se ci consideriamo persone sempre disponibili, ignoriamo le volte in cui agiamo per paura di essere rifiutati.
- Se abbiamo bisogno di sentirci completamente indipendenti, chiamiamo debolezza ogni nostro desiderio di vicinanza.
- Se vogliamo credere di essere soddisfatti, interpretiamo la nostra irritazione come colpa degli altri e mai come un’informazione sulla nostra vita.
Non osserviamo più gli eventi per capire. Li selezioniamo per confermare.
Conserviamo i dettagli compatibili con la storia che ci raccontiamo e ridimensioniamo gli altri. Diamo enorme valore a un gesto gentile e trattiamo mesi di freddezza come un momento passeggero. Ricordiamo una promessa e dimentichiamo tutte le occasioni in cui è stata disattesa.
Anche il nostro rapporto con chi ci sta accanto cambia.
Le persone che confermano la nostra versione ci sembrano comprensive. Quelle che ci fanno notare una contraddizione diventano improvvisamente negative, invadenti o incapaci di capire la complessità della situazione. Non ci irrita soltanto ciò che dicono. Ci irrita il fatto che abbiano avvicinato una verità che stiamo impiegando molta energia a tenere lontana.
Una convinzione autentica può essere interrogata. Può confrontarsi con i fatti, tollerare le sfumature e perfino modificarsi. Una menzogna necessaria, invece, deve essere continuamente sorvegliata. Ha bisogno di evitare alcune domande, di eliminare le prove contrarie e di reinterpretare ogni esperienza che potrebbe indebolirla.
Non abbiamo bisogno di smascherarci, ma di poterci ascoltare
Quando iniziamo a riconoscere una contraddizione, potremmo essere tentati di accusarci:
- “Come ho potuto non capirlo?”
- “Perché mi sono raccontato tutto questo?”
- “Ho perso anni della mia vita.”
Ma l’autoinganno non nasce necessariamente da una mancanza di intelligenza o di lucidità. Spesso nasce perché, in un determinato momento, avevamo bisogno di mantenere in piedi qualcosa: un legame, un’immagine di noi, una speranza, una continuità, un senso di appartenenza.
Forse quella versione della realtà ci ha permesso di resistere quando non possedevamo ancora le risorse necessarie per affrontare ciò che sarebbe accaduto riconoscendo la verità.
Il problema non è aver avuto bisogno di proteggerci. Il problema nasce quando continuiamo a usare la stessa protezione anche dopo che ha cominciato a farci male. Per avvicinarci a ciò che sentiamo davvero, allora, può essere più utile non chiederci soltanto: “Qual è la verità?”
Possiamo domandarci:
- “Che cosa cambierebbe nella mia vita se smettessi di credere a questa versione?”
- “Che cosa temo di perdere?”
- “Quale scelta diventerebbe inevitabile?”
- “Chi sarei, se non potessi più raccontarmi questa storia?”
Le risposte potrebbero non arrivare subito. E non è necessario trasformarle immediatamente in decisioni drastiche.
Possiamo riconoscere di non amare più nello stesso modo senza sapere ancora come concludere una relazione. Possiamo ammettere che il nostro lavoro ci sta spegnendo senza avere già pronta un’alternativa. Possiamo vedere che qualcuno ci ferisce e avere ancora bisogno di tempo per imparare a proteggerci.
Dire la verità a noi stessi non significa obbligarci ad agire prima di sentirci pronti.
Significa almeno smettere di usare tutta la nostra energia per correggere ciò che proviamo. Nel mio libro “Lascia che la felicità” accada parlo anche di questo: della possibilità di tornare ad ascoltarci senza trattare ogni emozione scomoda come un errore da eliminare. Perché alcune parti di noi non stanno cercando di rovinarci la vita. Stanno tentando, da tempo, di mostrarci dove abbiamo smesso di abitarla davvero.
E forse il momento in cui smettiamo di mentirci non è quello in cui diventiamo improvvisamente coraggiosi. È quello in cui ciò che sentiamo non deve più gridare per ottenere il diritto di essere riconosciuto. Il libro lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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