
Sentiamo che qualcosa non torna
Il nostro cervello raccoglie continuamente informazioni non verbali: il tono della voce, le pause, la distanza, i movimenti, le variazioni dell’espressione e della postura. Molte di queste informazioni vengono registrate prima ancora che riusciamo a trasformarle in un pensiero chiaro. Per questo possiamo provare disagio o diffidenza senza sapere immediatamente da dove provengano.
Ma possiamo davvero capire dalla postura se qualcuno ci sta mentendo?
Non esiste un gesto che dimostri inequivocabilmente una bugia. Le braccia incrociate, lo sguardo abbassato, le mani agitate o il piede che si muove possono dipendere da ansia, imbarazzo, paura, stanchezza, rabbia o semplici abitudini personali.
Il corpo non è una macchina della verità. Può però mostrarci quando una risposta richiede maggiore controllo, quando un argomento aumenta l’attivazione o quando le parole non riescono a contenere tutto ciò che la persona sta vivendo.
Chi mente, infatti, potrebbe dover compiere diverse operazioni contemporaneamente: trattenere la risposta vera, costruirne una alternativa, ricordare ciò che ha già raccontato, evitare contraddizioni, osservare la nostra reazione e cercare, nello stesso tempo, di apparire spontaneo.
Ma una tensione simile può comparire anche in chi dice la verità e teme di non essere creduto. Per questo non dovremmo chiederci soltanto: “Quale gesto ha compiuto?” Dovremmo chiederci: “Che cosa è cambiato, in quale momento e dopo quale domanda?”
Prima di osservare: tre elementi importanti
Per interpretare la postura dobbiamo considerare almeno tre aspetti.
- Il primo è il cambiamento. Un comportamento abituale ha meno valore di una variazione improvvisa. Se una persona muove continuamente le gambe, quel movimento potrebbe appartenerle. Se smette proprio quando affrontiamo un certo argomento, il cambiamento diventa più interessante.
- Il secondo è l’insieme dei segnali. Un solo gesto può avere decine di spiegazioni. Diversi cambiamenti che compaiono nello stesso momento possono suggerire che qualcosa abbia aumentato la tensione.
- Il terzo è il contesto. Il corpo reagisce non soltanto alle bugie, ma anche alla vergogna, al conflitto, ai ricordi dolorosi, alla paura del giudizio e alla sensazione di essere sotto accusa.
1. Diventa improvvisamente troppo immobile
Immaginiamo spesso chi mente come una persona irrequieta. In realtà, potrebbe accadere il contrario. Chi teme di tradirsi può cercare di controllare eccessivamente il proprio corpo: riduce i movimenti, blocca le mani, irrigidisce il busto e mantiene una postura insolitamente composta.
Potremmo osservare le mani che smettono improvvisamente di accompagnare il racconto, le braccia aderenti al corpo, le spalle rigide o una posizione mantenuta troppo a lungo. Il segnale interessante non è l’immobilità in sé, ma il passaggio dalla spontaneità al controllo.
Se una persona stava parlando e gesticolando liberamente e, dopo una domanda precisa, porta le mani sulle ginocchia e smette quasi completamente di muoversi, potremmo trovarci davanti a un aumento dell’attivazione. Questo non dimostra che stia mentendo. Potrebbe cercare le parole, sentirsi esposta o temere il nostro giudizio. La domanda utile è: “Perché proprio in questo punto il suo corpo si è bloccato?”
2. Compaiono gesti di autocontenimento
Quando l’attivazione aumenta, spesso cerchiamo inconsapevolmente di contenerla attraverso il corpo. Possiamo stringere un polso, strofinare le mani, toccarci il collo, massaggiare le dita, coprire parzialmente la bocca o sistemare ripetutamente un indumento.
Sono piccoli gesti attraverso i quali l’organismo tenta di regolare una tensione. Non ci dicono, però, che cosa l’abbia prodotta. La persona potrebbe mentire, ma potrebbe anche sentirsi accusata, umiliata, impaurita o emotivamente esposta.
Pensiamo a qualcuno che afferma: “Per me non conta più nulla”, mentre stringe con forza una mano nell’altra. Forse sta nascondendo un fatto. Forse sta cercando di nascondere quanto quel fatto lo abbia ferito.
3. La postura cambia su un argomento preciso
Un gesto isolato dice poco. Il momento in cui compare può dirci molto di più. Una persona potrebbe tenere le braccia incrociate perché ha freddo o perché quella posizione le è comoda. Diverso è il caso in cui le incroci improvvisamente quando pronunciamo un certo nome, ricordiamo una data o facciamo una domanda specifica. Osserviamo quindi le transizioni.
- Il busto si ritrae quando parliamo di denaro?
- Le mani spariscono quando chiediamo dove si trovasse?
- Le spalle si irrigidiscono quando nominiamo una persona?
- La postura torna rilassata appena cambiamo argomento?
Quel cambiamento non prova una menzogna. Segnala che abbiamo toccato un punto sensibile.
È proprio lì che può essere utile approfondire:
- “Che cosa ricordi esattamente?”
- “Come siete arrivati a quella decisione?”
- “Che cosa è successo subito prima?”
Non per mettere l’altro alle strette, ma per comprendere meglio il punto in cui il racconto ha perso fluidità.
4. I movimenti sembrano costruiti
Quando raccontiamo qualcosa che abbiamo vissuto, parole e gesti tendono spesso a procedere insieme. Il corpo accompagna il racconto: indica direzioni, rappresenta distanze, segue la sequenza degli eventi. Non è necessario gesticolare molto. Ciò che conta è una certa naturalezza tra ciò che viene detto e il modo in cui il corpo partecipa.
Quando una persona deve costruire una versione alternativa e controllare contemporaneamente il proprio comportamento, questa fluidità può ridursi. I gesti possono diventare troppo misurati, generici, ripetitivi o poco collegati a ciò che viene raccontato. In altri casi appaiono eccessivamente teatrali, quasi dovessero sostenere la credibilità delle parole.
Anche qui serve prudenza! Una persona ansiosa può aver preparato il discorso perché teme di non essere creduta. Chi ha vissuto un trauma può raccontare fatti veri in modo freddo e meccanico. Chi è stato spesso invalidato può controllare ogni parola anche quando è sincero.
La perdita di spontaneità ci dice che il racconto è fortemente regolato…Non ci dice ancora perché.
5. Il corpo esprime qualcosa di diverso dalle parole
-“Non sono arrabbiato”, dice, ma la mandibola rimane contratta, le mani premono sulle cosce e il busto sembra trattenere un impulso che le parole stanno negando.
-“Non mi interessa”, afferma, mentre si ritrae leggermente, incrocia le braccia e riduce lo spazio occupato dal corpo, come se stesse cercando di proteggersi da ciò che sostiene di non sentire.
-“Sto benissimo”, dice, ma mantiene le spalle sollevate, il respiro corto e le dita intrecciate con forza, come se il corpo fosse ancora impegnato a contenere qualcosa.
-“Non ho nulla da nascondere”, risponde, mentre porta improvvisamente le mani fuori dalla vista, irrigidisce il busto e controlla con attenzione la reazione di chi gli sta davanti.
-“Per me è tutto risolto”, dice, ma abbassa lo sguardo, stringe le labbra e inizia a strofinarsi lentamente un polso, come se quella conclusione fosse molto meno definitiva di quanto vorrebbe mostrare.
-“Puoi chiedermi quello che vuoi”, afferma, ma arretra sulla sedia, orienta i piedi verso l’uscita e mantiene il corpo pronto ad allontanarsi dalla conversazione.
-“Non mi ha fatto male”, dice, mentre il petto si chiude, il respiro si interrompe per un istante e una mano va a stringere l’altra, come se il corpo cercasse di contenere un’emozione che le parole non riescono ad ammettere.
Quando parole e postura sembrano raccontare due storie diverse, potremmo trovarci davanti a un’incongruenza.
Ma non sempre si tratta di una menzogna consapevole.
La persona potrebbe non riconoscere pienamente ciò che prova. Potrebbe sapere di essere ferita, ma non volerlo mostrare. Potrebbe dire la verità sui fatti e nascondere l’emozione.
Dire “non è successo” è diverso dal dire “non mi ha fatto male”. Nel primo caso viene negato un fatto. Nel secondo può essere negata una parte di sé. Il corpo, allora, non ci sta necessariamente rivelando che la ricostruzione è falsa. Ci sta mostrando che le parole non contengono tutto ciò che la persona sta vivendo.
Il falso mito dello sguardo
Tra i presunti segnali della menzogna, quello più conosciuto è lo sguardo sfuggente. “Non mi guarda negli occhi, quindi mente.”
In realtà, evitare lo sguardo può dipendere da timidezza, vergogna, ansia sociale, paura, abitudini culturali o bisogno di concentrarsi. Al contrario, chi mente potrebbe fissarci con particolare insistenza proprio perché sa che il contatto visivo viene associato alla sincerità. Non è quindi importante soltanto osservare se una persona ci guarda, ma capire se il suo modo di guardare cambia improvvisamente e se appare naturale oppure controllato.
La tensione non è una prova di colpevolezza
Esiste un errore particolarmente pericoloso: confondere l’agitazione con la menzogna. Una persona innocente può apparire molto tesa perché si sente accusata, teme le conseguenze, ha paura di perdere una relazione o pensa di non riuscire a spiegarsi correttamente.
Al contrario, una persona abituata a mentire potrebbe mostrarsi tranquilla, coerente e perfettamente padrona del proprio corpo. Dobbiamo inoltre considerare l’effetto del nostro atteggiamento.
Se sospettiamo, interrompiamo, fissiamo insistentemente o facciamo sentire l’altro già colpevole, possiamo generare proprio quei segnali che poi interpreteremo come una conferma. Si crea così un circuito:
- sospettiamo;
- mettiamo pressione;
- la persona si agita;
- leggiamo l’agitazione come prova;
- aumentiamo la pressione.
In quel momento non stiamo più osservando soltanto la reazione dell’altro. Stiamo osservando anche l’effetto che noi stiamo producendo su di lui.
Non chiediamoci soltanto se sta mentendo
Quando avvertiamo un’incongruenza, potremmo provare a distinguere tre possibilità.
- La persona è attivata: qualcosa le sta provocando tensione.
- La persona sta nascondendo qualcosa: potrebbe essere un fatto, un’emozione, una paura o un’intenzione.
- La persona sta mentendo: sta cercando consapevolmente di farci credere qualcosa che ritiene falso.
Questi livelli non coincidono. Confonderli significa rischiare di accusare chi è soltanto spaventato e, nello stesso tempo, lasciarci convincere da chi sa mentire senza mostrare particolare disagio.
Il corpo non è un giudice
- Le braccia incrociate non significano sempre chiusura.
- Lo sguardo abbassato non significa sempre menzogna.
- L’immobilità non significa sempre controllo.
- L’agitazione non significa sempre colpa.
Ogni comportamento acquista senso nella storia della persona, nel contesto della relazione e nel momento preciso in cui compare. Possiamo imparare a osservare i cambiamenti, le rigidità e le incongruenze. Possiamo riconoscere il punto in cui le parole non sembrano spiegare tutto. Ma osservare non significa condannare.
La postura può mostrarci che una risposta costa fatica, che una persona sta proteggendo qualcosa o che il racconto ha perso naturalezza. Poi, però, dobbiamo ancora comprendere che cosa stia proteggendo. Potrebbe essere una bugia. Potrebbe essere una ferita. Potrebbe essere la paura di non essere creduta.
Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” parlo proprio dell’importanza di riconoscere ciò che accade dentro di noi, anche quando cerchiamo di nasconderlo, controllarlo o tenerlo fuori dalle nostre relazioni. Il corpo, infatti, conserva e manifesta molto più di quanto riusciamo a esprimere consapevolmente.
Imparare ad ascoltarlo non significa attribuire a ogni gesto un significato rigido, ma avvicinarci con maggiore attenzione a ciò che le parole, da sole, non riescono ancora a raccontare. Perché il corpo non ci dice sempre che cosa è vero. Ma spesso ci mostra dove la verità è diventata difficile da sostenere. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine.
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