
È probabilmente questo uno degli aspetti più insidiosi delle relazioni che definiamo “tossiche”. Non sempre fanno male in maniera evidente. Se qualcuno ci ferisse costantemente, senza offrirci mai affetto, approvazione, complicità o speranza, forse sarebbe persino più semplice andarsene. Il problema è che spesso il dolore arriva mescolato a qualcosa di buono.
Un giorno quella persona ci fa sentire speciali, il giorno dopo ci svaluta. Ci cerca intensamente e poi scompare. Ci ferisce, ma successivamente sa essere affettuosa. Ci fa dubitare del rapporto e, proprio quando stiamo per prendere le distanze, torna a offrirci esattamente ciò che stavamo aspettando. Ed è così che finiamo per rimanere agganciati non soltanto alla persona, ma alla speranza della persona che potrebbe diventare.
In psicologia “persona tossica” non è una diagnosi
È un’espressione di uso comune che può comprendere configurazioni relazionali molto diverse: manipolazione, svalutazione, controllo, colpevolizzazione, invasione dei confini, imprevedibilità affettiva, ricatti emotivi. Nei casi più gravi possiamo trovarci davanti a vere dinamiche di controllo coercitivo, capaci di compromettere progressivamente autonomia, percezione di sé e sicurezza psicologica. Per questo allontanarsi non significa semplicemente “essere abbastanza forti”. Significa prima di tutto capire che cosa ci tiene lì.
Perché ci avviciniamo proprio a certe persone?
Ci piace pensare che scegliamo le persone esclusivamente sulla base di ciò che ci fa stare bene. In realtà, nelle relazioni interviene anche qualcosa di molto meno razionale: la familiarità. Non necessariamente cerchiamo consapevolmente chi ci farà soffrire. Ma possiamo sentirci stranamente a casa in configurazioni affettive che conosciamo già.
Se durante la crescita abbiamo dovuto inseguire l’attenzione di qualcuno, guadagnarci l’approvazione, interpretare continui cambiamenti d’umore o preoccuparci di perdere la vicinanza dell’altro, da adulti potremmo riconoscere molto rapidamente quella grammatica relazionale.
La ricerca sull’attaccamento mostra come le esperienze relazionali contribuiscano alla costruzione delle aspettative con cui successivamente interpretiamo vicinanza, distanza, conflitto e disponibilità dell’altro. L’insicurezza dell’attaccamento può inoltre associarsi a strategie meno flessibili di regolazione emotiva nelle relazioni adulte.
Da una prospettiva psicoanalitica potremmo aggiungere qualcosa di ancora più interessante: qualche volta ciò che viene ripetuto non è il dolore in sé, ma il tentativo di ottenere un finale diverso. “Questa volta riuscirò a farmi scegliere”. “Questa volta mi capirà.” “Questa volta, se sarò abbastanza paziente, non mi abbandonerà.” “Questa volta riuscirò a trasformare una persona emotivamente indisponibile in qualcuno capace di amarmi.”
C’è poi un secondo meccanismo.
A volte ciò che ci è familiare sembra più credibile di ciò che ci fa bene Se abbiamo interiorizzato l’idea di essere difficili da amare, troppo bisognosi, poco interessanti o sempre “un po’ sbagliati o incapaci”, una persona capace di confermare quella rappresentazione può paradossalmente sembrarci psicologicamente coerente. È uno dei meccanismi descritti dalla teoria della self-verification: tendiamo a cercare negli altri conferme delle rappresentazioni che possediamo di noi stessi, perfino quando sono negative.
Ecco perché, talvolta, una relazione sana inizialmente non provoca l’intensità che ci aspetteremmo. Una persona stabile non ci costringe a conquistarla. Non ci fa trascorrere una notte a interpretare un messaggio. Non alterna vicinanza e freddezza. Non trasforma continuamente la relazione in un esame sul nostro valore. E ciò che è sicuro può sembrarci persino stranamente “piatto” quando abbiamo imparato a confondere l’attivazione con il coinvolgimento.
Perché è così difficile lasciarle?
Perché non siamo legati soltanto ai momenti brutti. Siamo legati soprattutto ai momenti belli che arrivano dopo quelli brutti. Quando una relazione alterna svalutazione e riconciliazione, rifiuto e vicinanza, paura e sollievo, il ritorno improvviso dell’affetto può acquistare un valore enorme. In alcune relazioni abusive questa alternanza è stata studiata in relazione al cosiddetto traumatic bonding: il legame può rafforzarsi proprio attraverso squilibrio di potere e rinforzo intermittente.
Questo permette di capire un fenomeno apparentemente assurdo: possiamo soffrire per qualcuno e, nello stesso momento, desiderare proprio quella persona per smettere di soffrire. La fonte della ferita diventa anche la fonte del sollievo. Ed è una delle ragioni per cui dire a qualcuno «basta, lascialo» può rivelarsi vano.
Ma qual è lo “scopo” delle persone tossiche?
Qui occorre fare una distinzione fondamentale. Non esiste uno scopo universale e non dobbiamo immaginare ogni comportamento disfunzionale come il prodotto di un piano lucidamente costruito. Le persone possono ferire per ragioni molto diverse e con gradi molto differenti di consapevolezza. Tuttavia, possiamo domandarci quale funzione svolga il loro comportamento all’interno della relazione.
Per alcune persone controllare l’altro serve a ridurre la propria paura di perderlo. Per altre svalutarlo protegge un senso di sé estremamente fragile: se riesco a collocarti “sotto”, non devo confrontarmi con la possibilità di sentirmi inferiore.
Altre ancora cercano costantemente conferme, attenzione o ammirazione e reagiscono con ostilità quando l’altro smette di fornirle. Alcune configurazioni narcisistiche, per esempio, possono associare la protezione di sé alla svalutazione dell’altro.
E nelle dinamiche propriamente coercitive la funzione può diventare ancora più chiara
Restringere progressivamente lo spazio decisionale dell’altro attraverso controllo, isolamento, intimidazione, manipolazione psicologica o altre forme di pressione. Il denominatore comune, allora, non è necessariamente “volerti distruggere”. Più spesso è utilizzarti per regolare qualcosa che quella persona non riesce a regolare dentro di sé. Ovvero
- Il proprio senso di valore.
- La paura dell’abbandono.
- La vergogna.
- Il bisogno di controllo.
Ma comprenderne l’origine non significa doverne accettare gli effetti. Possiamo capire perché qualcuno ci ferisce e decidere comunque che non potrà più farlo. Ed è qui che arriviamo alla parte più importante.
6 modi intelligenti per allontanare le persone tossiche
Allontanarsi da una relazione tossica, però, raramente significa compiere un unico gesto definitivo. Più spesso è un processo fatto di piccoli spostamenti: smettere di spiegarsi, ridurre l’accesso che l’altro ha alla nostra vita, riconoscere ciò che ci aggancia, imparare a non reagire automaticamente, restituire valore ai nostri confini.
Vediamo allora sei modi intelligenti per prendere distanza, non per vincere una battaglia contro qualcuno, ma per uscire progressivamente dalla dinamica che continua a tenerci legati.
1. Smetti di cercare la frase perfetta che finalmente gli farà capire
Una delle trappole più comuni consiste nel pensare che il problema sia comunicativo. «Forse non mi sono spiegato bene.» E allora riproviamo. Spieghiamo quanto ci ha ferito. Ricostruiamo ciò che è accaduto. Cerchiamo esempi migliori. Cambiamo tono, scegliamo parole più gentili, prepariamo discorsi impeccabili.
Ma dobbiamo distinguere una persona che non ha capito da una persona che ha capito benissimo ciò che stiamo chiedendo e semplicemente non intende riconoscerlo.
Se ogni conversazione termina con la negazione di ciò che è accaduto, con un attacco nei nostri confronti, con la trasformazione del problema nella nostra “eccessiva sensibilità” o con l’ennesima promessa destinata a non produrre cambiamenti, continuare a spiegarsi rischia di diventare una forma di intrappolamento.
Non abbiamo bisogno che l’altro approvi il nostro confine perché quel confine sia legittimo. Possiamo arrivare a dire: «Non ho bisogno di convincerti che quello che è successo mi ha fatto male. Mi basta sapere che non voglio più viverlo.» È un passaggio enorme. Perché smettiamo di affidare alla persona che ci ha ferito il compito di stabilire se avevamo diritto a sentirci feriti.
2. Riduci l’accesso, non soltanto il contatto
Allontanare qualcuno non significa esclusivamente smettere di vederlo. Una persona può essere fuori dalla nostra casa e continuare a occupare moltissimo spazio dentro di noi.
- Controlliamo se ha scritto.
- Rileggiamo vecchie conversazioni.
- Cerchiamo informazioni attraverso amici comuni.
- Immaginiamo che cosa stia pensando.
- Costruiamo mentalmente le risposte che gli daremmo.
Il contatto fisico è diminuito, ma l’accesso psicologico è rimasto intatto. Per questo una distanza efficace richiede di intervenire su più porte d’ingresso: conversazioni, social network, informazioni indirette, disponibilità immediata, argomenti personali che continuiamo ad affidare a quella persona.
Non dobbiamo necessariamente creare una guerra. Possiamo semplicemente diventare meno accessibili. Rispondere quando scegliamo noi. Non raccontare ciò che ci rende vulnerabili. Non entrare nelle provocazioni. Non concedere un aggiornamento continuo sulla nostra vita.
In alcune relazioni è possibile mantenere un contatto limitato e funzionale. In altre, soprattutto quando sono presenti abuso o controllo coercitivo, la distanza deve essere valutata tenendo conto anche della sicurezza, perché la fase di separazione può richiedere particolare cautela.
3. Non rispondere all’amo emotivo
Molte relazioni disfunzionali possiedono un proprio sistema di riaggancio. Può essere una provocazione. Un improvviso messaggio affettuoso. Una frase capace di riattivare il senso di colpa. Un problema drammatico che sembra richiedere immediatamente il nostro intervento.
Il contenuto cambia, ma la domanda che dovremmo farci è la stessa: «Questa comunicazione richiede davvero una risposta oppure sta soltanto riaprendo il vecchio circuito?» Il punto non è diventare freddi. È imparare a riconoscere ciò che ci attiva.
- Se abbiamo paura di sembrare cattivi, probabilmente verrà utilizzata la colpa.
- Se abbiamo bisogno di sentirci indispensabili, arriverà una richiesta d’aiuto.
- Se soffriamo quando veniamo ignorati, potrebbe essere utilizzato il silenzio.
- Se abbiamo un forte bisogno di giustizia, potremmo essere trascinati in discussioni infinite pur di dimostrare come sono andate realmente le cose.
Non dobbiamo smettere di sentire. Dobbiamo smettere di considerare ogni emozione attivata dall’altro come un ordine al quale obbedire.
4. Trasforma il confine da richiesta a decisione
Molte persone pensano di avere posto un confine quando in realtà hanno espresso un desiderio. «Vorrei che non mi parlassi così.» «Per favore non farlo più.» «Mi piacerebbe che rispettassi questa cosa.»
Sono comunicazioni perfettamente legittime, ma un confine contiene qualcosa in più: stabilisce che cosa faremo noi se quel comportamento continuerà. Non possiamo controllare se qualcuno urlerà. Possiamo decidere che interromperemo la conversazione quando urla.
Non possiamo impedirgli di inviarci venti messaggi. Possiamo scegliere quando leggerli e se rispondere. Non possiamo obbligare qualcuno a rispettare la nostra privacy. Possiamo smettere di affidargli informazioni private. Non possiamo costringerlo a trattarci con rispetto. Possiamo decidere quanto accesso alla nostra vita avrà una persona che continua a non farlo.
Il vero confine, quindi, non dice: «Devi comportarti diversamente affinché io possa stare bene.» Dice: «Se continuerai a comportarti così, io saprò che cosa fare per proteggere il mio spazio.» È una differenza apparentemente piccola, ma restituisce il controllo nel punto in cui possiamo davvero esercitarlo: sulle nostre decisioni.
5. Ricostruisci la realtà fuori dalla relazione
Una relazione manipolativa tende progressivamente a diventare autoreferenziale. Litighiamo con quella persona e poi chiediamo a quella persona se abbiamo ragione a essere arrabbiati. Ci sentiamo svalutati e cerchiamo proprio da lei rassicurazioni sul nostro valore. Siamo confusi dal suo comportamento e torniamo da lei perché ce lo spieghi.
È un circuito chiuso. E più diventa chiuso, più rischiamo di perdere punti di riferimento alternativi. Per questo allontanarsi significa anche riaprire la relazione con il mondo. Tornare a frequentare persone davanti alle quali non dobbiamo difenderci. Riprendere attività che avevamo abbandonato. Parlare con qualcuno capace di restituirci un punto di vista esterno. Recuperare parti della nostra identità che esistevano prima che quella relazione diventasse così ingombrante.
Nelle forme di controllo coercitivo l’isolamento non è un dettaglio marginale: la restrizione dei contatti e dell’autonomia può essere parte integrante della dinamica di dominio.
Ma anche fuori dai casi estremi esiste un principio prezioso: più una relazione restringe il nostro mondo, più abbiamo bisogno di allargarlo. Perché spesso riusciamo a riconoscere quanto ci eravamo ridotti soltanto dopo aver ricominciato a occupare spazio altrove.
6. Accetta che allontanarti possa farti stare male prima di farti stare meglio
Questo è probabilmente il punto che viene raccontato meno. Lasciare una relazione che ci fa male non produce necessariamente sollievo immediato. Possiamo sentire nostalgia. Possiamo idealizzare improvvisamente i momenti belli. Possiamo essere tentati di scrivere. Possiamo chiederci se abbiamo esagerato. Possiamo persino sentire più intensamente la mancanza proprio dopo aver deciso di interrompere il rapporto.
E nessuna di queste reazioni dimostra che abbiamo preso la decisione sbagliata. Dimostra soltanto che un legame non scompare nello stesso momento in cui prendiamo una decisione.
Quando una relazione ha alternato vicinanza e sofferenza, il bisogno di ricontatto può essere particolarmente intenso. La letteratura sui legami traumatici e sul rinforzo intermittente aiuta a comprendere perché l’attaccamento possa persistere anche quando la persona riconosce il carattere distruttivo della relazione.
Qui c’è una distinzione fondamentale: sentire la mancanza di qualcuno non significa che quella persona ci facesse bene. Possiamo desiderare ciò che abbiamo deciso di non avere più. Possiamo amare e prendere le distanze. Possiamo ricordare ciò che è stato bello senza cancellare ciò che ci ha ferito. Possiamo soffrire per una separazione e, contemporaneamente, sapere che quella separazione ci protegge.
Allontanarsi davvero significa smettere di aspettare
Forse, alla fine, il distacco più difficile non avviene quando smettiamo di rispondere ai messaggi. Avviene quando smettiamo di aspettare. Aspettare che l’altro riconosca il male che ci ha fatto. Che chieda finalmente scusa nel modo giusto. Che capisca quanto abbiamo dato. Che diventi la persona che avevamo intravisto nei suoi momenti migliori.
Per molto tempo possiamo rimanere emotivamente legati non alla relazione reale, ma al suo potenziale. Ed è una prigione particolarmente raffinata, perché non ha bisogno che l’altro sia presente. La costruiamo ogni volta che pensiamo: «Se soltanto capisse…».
Ci sono persone che forse un giorno cambieranno. Ci sono persone che non cambieranno. E ci sono cambiamenti che arriveranno quando noi non saremo più lì per vederli. Non dobbiamo conoscere quale di queste possibilità si realizzerà. Dobbiamo porci una domanda diversa: quanto della nostra vita siamo ancora disposti a consegnare all’attesa?
Perché allontanare una persona tossica non significa necessariamente smettere di volerle bene, cancellarla dalla memoria o convincerci che tutto ciò che abbiamo vissuto fosse falso. Significa smettere di utilizzare noi stessi come terreno sul quale aspettare la sua trasformazione.
E forse la libertà comincia precisamente qui
Quando non abbiamo più bisogno che l’altro diventi diverso per permetterci, finalmente, di scegliere qualcosa di diverso per noi.
Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” torno spesso su questo punto: non tutto ciò che riusciamo a comprendere deve necessariamente continuare a far parte della nostra vita. Possiamo capire le ferite dell’altro, riconoscerne la storia e, allo stesso tempo, decidere che non saremo più noi il luogo in cui quelle ferite continueranno a essere agite. Comprendere, infatti, non significa assolvere tutto, così come amare non significa concedere accesso illimitato alla nostra vita.
A volte crescere significa proprio smettere di usare l’empatia contro noi stessi. Significa non trasformare ogni spiegazione in una giustificazione, non confondere la compassione con la disponibilità a sopportare ancora, non aspettare che l’altro riconosca finalmente ciò che noi abbiamo già compreso da tempo.
E forse alcune relazioni cominciano davvero a finire quando smettiamo di chiederci perché l’altro è fatto così e iniziamo a domandarci perché noi continuiamo a restare dove stare ci costa così tanto. Perché possiamo conoscere perfettamente la storia di qualcuno, vedere le sue fragilità, intuire persino da dove nasce il suo modo di ferire. Ma conoscere l’origine di una ferita non ci obbliga a continuare a sanguinare per essa. Se senti di essere arrivato al punto in cui continui a funzionare, ma non riesci più a sentirti davvero presente nella tua vita, è il libro giusto per te. Lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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