3 motivi per cui il senso di colpa non ti lascia mai davvero

| |

Author Details
Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono persone che si sentono in colpa dopo aver ferito qualcuno. E poi ce ne sono altre che si sentono in colpa molto prima di aver fatto qualcosa di sbagliato. Si sentono in colpa quando dicono di no, quando si sottraggono a una richiesta, quando smettono di spiegarsi, quando non riescono a essere disponibili, quando provano rabbia, quando scelgono se stesse. A volte è sufficiente vedere l’altro deluso perché dentro di loro si attivi immediatamente una domanda: ho fatto qualcosa di male?

È una differenza fondamentale.

Il senso di colpa, infatti, non è necessariamente un problema. Nella sua funzione più matura è una competenza morale sofisticata: ci consente di accorgerci che una nostra azione ha avuto conseguenze sull’altro, di assumerci una responsabilità e, quando serve, di riparare. Diventa problematico quando smette di informarci su ciò che abbiamo fatto e comincia a dirci chi dobbiamo essere.

A quel punto non compare soltanto dopo una trasgressione reale. Compare quando esprimiamo un bisogno, introduciamo un limite, dissentiamo, ci arrabbiamo o semplicemente non corrispondiamo alle aspettative di qualcuno.

Ed è proprio qui che bisogna andare a guardare.

Molte forme persistenti di senso di colpa non nascono da un eccesso di sensibilità morale, ma da qualcosa di molto più precoce: una mancata alfabetizzazione emotiva.

Alfabetizzare emotivamente un bambino non significa soltanto insegnargli il nome delle emozioni. Significa aiutarlo a distinguere ciò che sente da ciò che fa, permettergli di comprendere che un’emozione può essere intensa senza essere pericolosa, mostrargli che la rabbia non coincide con la cattiveria, che un bisogno non è una pretesa, che un limite non è un abbandono e che la delusione dell’altro non dimostra automaticamente una nostra colpa.

Quando tutto questo manca, la vita emotiva rimane poco differenziata. E ciò che non riusciamo a rappresentare mentalmente tendiamo più facilmente a moralizzarlo. Non diciamo più: sono arrabbiato. Pensiamo: sono cattivo. Non diciamo: questa richiesta è troppo per me. Pensiamo: sono egoista. Non diciamo: l’altro è deluso perché desiderava qualcosa che io non posso dargli. Pensiamo: l’ho fatto stare male, quindi ho sbagliato. È così che il senso di colpa può diventare una sorta di traduttore difettoso dell’intera esperienza emotiva.

3 motivi per cui il senso di colpa continua a tornare

Dietro un senso di colpa cronico raramente troviamo una sola causa. Più spesso troviamo un’organizzazione affettiva costruita nel tempo, nella quale alcune emozioni sono state autorizzate e altre censurate, alcuni bisogni accolti e altri vissuti come eccessivi, alcune reazioni dell’altro interpretate troppo presto come una nostra responsabilità. Tre dinamiche, in particolare, meritano attenzione.

1. Hai imparato che arrabbiarti significa fare del male

La rabbia è probabilmente una delle emozioni più fraintese nella nostra educazione affettiva. Molti bambini non imparano a riconoscerla come un’informazione interna. Imparano piuttosto che la rabbia crea problemi. Il genitore si irrigidisce, si offende, ritira la parola, reagisce con aggressività, minimizza, ridicolizza oppure restituisce al bambino un’immagine negativa di sé: sei cattivo, sei ingrato, con tutto quello che faccio per te, non puoi parlarmi così.

Naturalmente è necessario educare il comportamento. Un bambino deve imparare che essere arrabbiato non gli dà il diritto di colpire, insultare o distruggere. Ma qui avviene spesso una confusione decisiva: anziché separare emozione e condotta, l’adulto condanna l’intera esperienza emotiva.

Il bambino non impara: “Posso essere furioso e imparare cosa fare della mia rabbia.” Impara: “Se sono furioso, in me c’è qualcosa di sbagliato.” È una forma precoce di moralizzazione dell’affetto: uno stato interno viene trasformato in un giudizio sulla persona. E questo lascia tracce profonde.

Naturalmente è necessario educare anche il comportamento, ma con una precisazione importante

L’emozione non coincide con la forma comportamentale attraverso cui viene espressa. La rabbia è una risposta affettiva primaria; rompere un oggetto, urlare contro qualcuno o usare l’aggressività per imporsi, invece, sono modalità di espressione che possono essere apprese, modellate e rinforzate nel tempo.

Un bambino che, quando è furioso, lancia oggetti o minaccia di distruggere qualcosa non sta semplicemente “mostrando la rabbia”: sta mettendo in scena una certa grammatica comportamentale della rabbia. Può averla osservata nell’ambiente familiare, averne sperimentato l’efficacia, oppure aver imparato che, quando l’attivazione emotiva diventa intensa, quello è il modo disponibile per scaricarla o farla arrivare all’altro. I bambini, infatti, non apprendono soltanto ciò che gli adulti spiegano loro: interiorizzano soprattutto il modo in cui vedono gli adulti vivere le proprie emozioni.

È qui che l’alfabetizzazione emotiva diventa decisiva

Non basta dire al bambino “non si fa”. Bisogna aiutarlo a comprendere che cosa sta sentendo, riconoscere ciò che ha attivato la rabbia e offrirgli modalità alternative per esprimerla. Altrimenti rischiamo di intervenire soltanto sull’atto manifesto, lasciando intatto il copione che lo produce.

E c’è un ulteriore passaggio, ancora più delicato: se l’adulto non distingue tra emozione e comportamento, il bambino può finire per interiorizzare non “quando sono arrabbiato devo imparare un modo diverso di esprimerlo”, ma “la mia rabbia è sbagliata, quindi quando la provo sono io a essere sbagliato”.

È così che un’emozione che dovrebbe aiutarci a riconoscere un limite, un’ingiustizia, una frustrazione o un’invasione può trasformarsi, nel tempo, in vergogna, autocensura e senso di colpa.

Perché la rabbia non serve soltanto quando qualcuno ci aggredisce. Compare anche quando veniamo invasi, quando siamo sovraccarichi, quando qualcosa ci sembra ingiusto, quando un bisogno importante viene sistematicamente ignorato, quando stiamo concedendo più di quanto possiamo sostenere.

La rabbia possiede quindi una funzione di demarcazione psichica: contribuisce a farci percepire dove finiamo noi e dove comincia l’altro. Se questa funzione viene delegittimata, diventa molto più difficile costruire un confine senza sentirsi colpevoli.

E così, da adulti, possiamo vivere un fenomeno apparentemente paradossale: la rabbia si attiva, ma non arriva alla coscienza nella sua forma originaria. Viene rapidamente convertita. Invece di pensare: mi sto arrabbiando perché mi stai chiedendo troppo, iniziamo a pensare: forse sono io a essere poco disponibile. Invece di sentire: questa cosa mi ha ferito, pensiamo: forse sto esagerando. Invece di riconoscere: non voglio farlo, compare immediatamente: mi sento terribilmente in colpa se dico di no.

Dal punto di vista psicodinamico potremmo dire che l’aggressività necessaria all’autoaffermazione viene rivolta contro il Sé. Ciò che dovrebbe contribuire a proteggere il confine viene trasformato in autocritica, colpa e autosvalutazione.

La persona non perde la rabbia. Perde il diritto soggettivo a riconoscerla

Ed è una differenza enorme. Per questo alcune persone provano il senso di colpa proprio nei momenti in cui stanno finalmente facendo qualcosa di sano per se stesse. Non perché stiano danneggiando qualcuno, ma perché stanno utilizzando una funzione psicologica che per anni è stata associata alla pericolosità relazionale: opporsi.

In questi casi il senso di colpa non sta dicendo necessariamente hai fatto qualcosa di male. A volte sta semplicemente dicendo: “Stai facendo qualcosa che un tempo non ti era permesso fare.”

2. Hai imparato a confondere il dispiacere dell’altro con una tua responsabilità

Un’altra radice profonda del senso di colpa nasce quando, durante lo sviluppo, non impariamo una distinzione psicologica essenziale: essere coinvolti nello stato emotivo di qualcuno non significa esserne responsabili.

È una distinzione che un bambino piccolo non possiede spontaneamente. La mente infantile tende naturalmente a essere egocentrica nel senso evolutivo del termine: fatica a comprendere pienamente che gli stati interni degli altri possono avere origini molteplici e indipendenti da lui.

Per questo ha bisogno dell’adulto. Ha bisogno che qualcuno gli mostri, implicitamente e poi esplicitamente: sono stanco, ma non per colpa tua; sono triste, ma non devi aggiustarmi; sono deluso dal tuo no, ma posso tollerarlo; puoi amare me senza doverti occupare continuamente del mio equilibrio.

Quando questa esperienza manca, può instaurarsi una forma di iperresponsabilità relazionale. La persona comincia a leggere gli stati emotivi altrui come segnali da decodificare e correggere. Un volto teso diventa un allarme. Un silenzio diventa una possibile accusa. Una delusione diventa una colpa. Una distanza diventa qualcosa che deve essere riparato immediatamente.

Il senso di colpa assume allora la funzione di un vero e proprio allarme relazionale. Non domanda più: ho violato un mio valore? Domanda: l’altro è ancora contento di me?

Sono due sistemi completamente diversi. Nel primo caso abbiamo una colpa relativamente matura, organizzata attorno alla responsabilità. Nel secondo abbiamo una colpa fortemente dipendente dalla relazione, organizzata attorno alla possibilità di perdere approvazione, vicinanza o appartenenza.

La differenza si vede molto bene quando proviamo a dire di no.

Una persona che possiede una buona differenziazione emotiva può pensare: mi dispiace che tu sia deluso, ma il mio limite rimane legittimo. Chi ha interiorizzato una forte iperresponsabilità rischia invece di fare un’equazione: tu stai male → io sono la causa → devo rimediare. È un passaggio rapidissimo, spesso automatico.

E può diventare ancora più intenso quando nell’infanzia il bambino è stato coinvolto precocemente nella regolazione emotiva dell’adulto: il genitore fragile da rassicurare, quello arrabbiato da non provocare, quello triste da consolare, quello imprevedibile di cui bisognava continuamente anticipare l’umore.

In queste condizioni il bambino può sviluppare una straordinaria sensibilità interpersonale

Impara a leggere microvariazioni del volto, della voce, delle pause, delle posture. È una competenza che dall’esterno può sembrare empatia, ma che talvolta nasce da una condizione più complessa: la necessità di monitorare l’ambiente relazionale per sentirsi sufficientemente al sicuro.

Da adulto potrebbe continuare a percepire la serenità dell’altro come qualcosa che dipende da lui. E quando non riesce a garantirla, arriva la colpa. Non perché abbia necessariamente sbagliato. Ma perché una parte della sua organizzazione psichica continua a dirgli: “Se l’altro sta male, probabilmente non hai fatto abbastanza.”

3. Hai imparato che essere una “brava persona” significa rinunciare a una parte di te

Esiste poi una forma di senso di colpa ancora più sottile. Nasce quando l’identità stessa viene costruita intorno alla disponibilità, all’adattamento e alla capacità di non disturbare troppo gli equilibri relazionali. Il bambino comprende molto presto quali versioni di sé ricevono più approvazione. Quello tranquillo. Quello che capisce. Quello che non dà problemi. Quello che aiuta. E così può crearsi una sorta di contratto identitario implicito: per essere amabile devo essere accomodante.

Il problema è che crescendo incontriamo inevitabilmente parti di noi che non rispettano quel contratto. Desideriamo cose diverse. Abbiamo bisogno di spazio. Ci stanchiamo. Non vogliamo più essere disponibili. Ci arrabbiamo. Vogliamo essere scelti, ascoltati, riconosciuti.

Ed è a questo punto che il senso di colpa può diventare particolarmente insistente

Perché non sta più sanzionando semplicemente una condotta: sta difendendo una vecchia rappresentazione di noi stessi. Una persona può allora sentirsi colpevole non perché abbia fatto qualcosa di ingiusto, ma perché non si riconosce nella persona che sta diventando.

Dire no può sembrare egoismo. Chiedere reciprocità può sembrare pretesa. Prendere le distanze può sembrare crudeltà. Non voler più occuparsi di tutti può sembrare una forma di tradimento.

È qui che possiamo incontrare ciò che in termini psicodinamici potremmo definire una forte componente superegoica: un insieme di prescrizioni interiorizzate che continuano a stabilire ciò che dobbiamo essere per considerarci moralmente accettabili. Non necessariamente comandi espliciti. Più spesso frasi silenziose: non deludere, non pesare, non essere difficile, non mettere te stesso davanti agli altri.

Il risultato è un conflitto doloroso tra individuazione e appartenenza.

Una parte della persona desidera differenziarsi. Un’altra teme che differenziarsi significhi perdere amore. Ed ecco perché il senso di colpa può intensificarsi proprio durante i cambiamenti psicologicamente più importanti. Quando smettiamo di compiacere. Quando iniziamo a mettere limiti. Quando restituiamo agli altri responsabilità che per anni abbiamo portato al posto loro. Quando cominciamo a chiederci non soltanto “cosa si aspettano da me?”, ma anche “che cosa voglio io?”

Il senso di colpa può allora essere letto come una sorta di attrito della differenziazione: il vecchio adattamento tenta di mantenerci all’interno di un’identità che un tempo garantiva appartenenza. Non significa che ogni senso di colpa debba essere ignorato. Significa che dobbiamo imparare a interrogarlo.

Non tutto ciò che ti fa sentire in colpa è una colpa

Una delle conquiste più importanti dell’alfabetizzazione emotiva adulta consiste proprio nel recuperare le distinzioni che magari nessuno ci ha aiutato a costruire. Posso essere arrabbiato senza essere aggressivo. Posso deluderti senza averti fatto un torto. Posso avere un limite senza rifiutarti. Posso scegliere me stesso senza svalutare te.

Sembra semplice quando lo leggiamo. Molto meno quando il nostro sistema emotivo ha imparato per anni l’opposto. Per questo lavorare sul senso di colpa non significa convincersi che abbiamo sempre ragione o diventare impermeabili alle esigenze degli altri. Significa sviluppare una capacità più raffinata di discriminazione affettiva: capire quale emozione stiamo davvero provando, da dove viene, quale informazione contiene e quale responsabilità ci appartiene realmente.

Talvolta dietro la colpa troviamo rabbia. Talvolta paura dell’abbandono. Talvolta il dolore di non poter essere per tutti ciò che vorremmo. Talvolta, semplicemente, la fatica di diventare una persona più differenziata da quella che abbiamo dovuto essere. Ed è per questo che una domanda può cambiare molto: invece di chiederti immediatamente “che cosa ho fatto di sbagliato?”, prova a chiederti: “Quale parte di me sto proteggendo o finalmente autorizzando, proprio mentre mi sento in colpa?”

Perché qualche volta il senso di colpa non arriva per dirci che stiamo andando nella direzione sbagliata

Arriva perché stiamo uscendo da una vecchia geografia relazionale nella quale potevamo sentirci buoni soltanto finché restavamo piccoli, accomodanti, utili e poco ingombranti.

E imparare una nuova lingua emotiva significa anche questo: smettere di chiamare colpa tutto ciò che, in realtà, è il prezzo psicologico della propria differenziazione.

Se riconosci qualcosa di te in queste parole, il mio nuovo libro “Lascia che la felicità accada” può accompagnarti proprio in questo lavoro: comprendere come hai imparato a stare nelle relazioni, riconoscere i bisogni che hai dovuto mettere in secondo piano e costruire una consapevolezza emotiva che non ti costringa più a scegliere continuamente tra te e gli altri.

Perché diventare più consapevoli non significa smettere di avere cura delle persone che amiamo. Significa finalmente imparare che anche noi siamo una delle persone di cui abbiamo la responsabilità di prenderci cura. Il libro è disponibile a questo link su Amazon…ti aspetto tra le pagine.

E se ti va, seguimi sul mio profilo Instagram:  @anamaria.sepe.
Ti aspetto lì per continuare il viaggio