Se continui a pensare a qualcuno che ti ha ferito, forse non è perché lo ami ancora

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono persone che escono dalla nostra vita ma non escono dalla nostra mente. Continuiamo a ripensare a ciò che hanno fatto, alle parole che avremmo voluto dire, a quello che avrebbero potuto capire, a come sarebbero andate le cose se si fossero comportate diversamente. E proprio perché quella persona continua a occupare tanto spazio dentro di noi, arriviamo facilmente a una conclusione: «Evidentemente la amo ancora».

Non necessariamente. Pensare molto a qualcuno non misura l’amore che proviamo per quella persona

Misura, prima di tutto, quanto quella relazione continua ad avere rilevanza per il nostro sistema emotivo. E le due cose possono coincidere, ma non sono affatto la stessa cosa. Possiamo continuare a pensare a qualcuno perché ne sentiamo la mancanza. Ma possiamo farlo anche perché quella persona ha lasciato aperta una domanda, ha riattivato una ferita più antica, ha incrinato il modo in cui percepiamo noi stessi oppure ci ha lasciati in uno stato di allerta che non ha ancora trovato una conclusione.

In altre parole: a volte non stiamo cercando quella persona. Stiamo ancora cercando di capire che cosa ci è successo con quella persona. Ed è proprio qui che vale la pena andare un po’ più in profondità.

Non tutto ciò che ritorna alla mente vuole tornare nella nostra vita

La mente non attribuisce priorità soltanto a ciò che ci fa bene. Attribuisce priorità soprattutto a ciò che considera rilevante, incompleto, ambiguo o potenzialmente minaccioso. Ecco perché possiamo dimenticare con relativa facilità una persona che ci ha trattati bene e ritrovarci invece a pensare ossessivamente a chi ci ha lasciati nell’incertezza.

Un legame caratterizzato da vicinanza e allontanamento, rassicurazioni seguite da freddezza, promesse e successive ritirate può mantenere l’organismo in una condizione di continua previsione: tornerà? mi cercherà? cosa è cambiato? cosa ho sbagliato? L’attenzione resta agganciata. Non perché quella relazione fosse necessariamente straordinaria, ma perché non è mai diventata completamente prevedibile.

E per il nostro cervello l’imprevedibilità ha un costo enorme. Quando non sappiamo se qualcosa rappresenterà una risorsa oppure una minaccia, siamo portati a monitorarla maggiormente. È un principio che vale ben oltre le relazioni: ciò che è intermittente e incerto tende ad assorbire più attenzione di ciò che è stabile. Ecco perché alcune persone diventano mentalmente ingombranti proprio perché, emotivamente, non abbiamo mai saputo davvero dove collocarle.

1. Non stai cercando lui o lei: stai cercando una conclusione

Una delle cose più difficili da elaborare non è necessariamente una perdita. È una perdita che non possiede una spiegazione sufficientemente coerente. Una persona può sparire improvvisamente, tradirci dopo anni, diventare distante senza una ragione comprensibile oppure comportarsi in un modo completamente incompatibile con l’immagine che avevamo costruito di lei.

A quel punto la mente continua a tornare sull’accaduto. Come ha potuto? Quando è cambiato tutto? Era falso anche quello che sembrava vero? Non mi sono accorto di qualcosa? Questi pensieri possono sembrare nostalgia, ma spesso sono un tentativo di ristabilire coerenza narrativa.

Abbiamo bisogno che ciò che accade possa essere inserito dentro una rappresentazione sufficientemente comprensibile della realtà. Quando i pezzi non combaciano, continuiamo a rimetterli sul tavolo. È per questo che talvolta continuiamo a pensare a una persona anche quando sappiamo perfettamente che non la rivogliamo nella nostra vita. Non vogliamo necessariamente lei. Vogliamo che la storia abbia finalmente senso.

2. Forse stai aspettando da quella persona una riparazione che appartiene a una storia molto più antica

Qui arriviamo a una radice ancora più profonda. Non incontriamo mai qualcuno con una mente completamente vergine. Entriamo nelle relazioni portando con noi rappresentazioni che si sono formate molto prima: ciò che abbiamo imparato sull’affidabilità degli altri, sul nostro valore, sulla possibilità di essere scelti, sulla perdita, sull’abbandono, sulla vicinanza. In termini psicodinamici potremmo parlare di rappresentazioni interne di sé e dell’altro.

Se nella nostra storia abbiamo imparato, per esempio, che per ottenere vicinanza dobbiamo aspettare, adattarci, dimostrare qualcosa o tollerare una certa quota di distanza, una relazione adulta che riproduce quella configurazione può acquisire un’intensità enorme. Non perché sia la relazione migliore che abbiamo incontrato. Ma perché è psichicamente familiare.

La persona che prima ci cerca e poi ci respinge può riattivare una domanda molto più antica: «Questa volta riuscirò a farmi scegliere?»

Ed è qui che può comparire qualcosa che la tradizione psicoanalitica ha descritto attraverso il concetto di coazione a ripetere: la tendenza a ritrovarsi dentro configurazioni relazionali simili tentando, inconsapevolmente, di produrre un esito diverso.

Questa volta mi vedrà. Questa volta resterà. Questa volta capirà quanto valgo. Questa volta riuscirò a trasformare una persona indisponibile in qualcuno capace di amarmi. La relazione presente diventa allora il teatro nel quale stiamo cercando di risolvere un conflitto che non è nato lì.

Ed è per questo che lasciarla può essere così difficile. Perché non stiamo rinunciando soltanto a una persona. Stiamo rinunciando alla fantasia che, attraverso quella persona, avremmo finalmente potuto correggere qualcosa del nostro passato.

3. Potresti non sentire la sua mancanza: potrebbe mancarti la versione di te che quella relazione teneva in vita

C’è poi un’altra possibilità meno evidente. A volte una relazione diventa il contenitore di un’identità. Con quella persona ci sentivamo desiderabili, necessari, speciali, protettivi, irresistibili, indispensabili. Oppure ci sentivamo finalmente qualcuno per cui valeva la pena combattere.

Quando la relazione termina, non perdiamo soltanto l’altro. Può crollare anche una certa organizzazione del Sé. E allora il pensiero torna continuamente lì perché stiamo cercando qualcosa di nostro. Non è necessariamente: «Mi manca lui». Può essere: «Mi manca chi ero quando lui mi guardava così». Oppure: «Mi manca sentirmi desiderata». «Mi manca avere qualcuno da salvare». «Mi manca sentirmi indispensabile». «Mi manca quella parte di me che esisteva soprattutto dentro quella relazione».

Questa distinzione è decisiva. Perché se pensiamo che ci manchi la persona, proveremo a recuperare la persona. Se comprendiamo che ci manca uno stato di noi stessi, possiamo cominciare a chiederci: come posso rendere nuovamente accessibile quella parte di me senza dipendere da qualcuno che mi ha ferito?

4. A volte ciò che chiami amore è un sistema di attaccamento ancora attivato

Nelle relazioni significative non entra in gioco soltanto ciò che pensiamo. Entra in gioco un sistema biologico molto più antico, deputato a mantenere prossimità con le figure da cui dipendono sicurezza e regolazione. Quando una relazione importante diventa improvvisamente instabile, il sistema di attaccamento può intensificare proprio i comportamenti orientati verso quella persona: pensarci, controllare il telefono, rileggere messaggi, cercare informazioni, immaginare incontri, ripassare conversazioni.

In questo senso, la persistenza mentale non indica necessariamente che quella persona sia “quella giusta”. Può segnalare che l’organismo non ha ancora aggiornato completamente la perdita del legame. E questo spiega anche un fenomeno apparentemente paradossale: più qualcuno diventa indisponibile, più possiamo sentirne improvvisamente il bisogno. Non sempre perché l’amore aumenta. Talvolta perché aumenta l’allarme. L’assenza dell’altro diventa un segnale che il sistema tenta continuamente di risolvere.

5. Potresti continuare a pensarci perché quella persona ha toccato il modo in cui percepisci te stesso

Ci sono ferite relazionali che non fanno male soltanto per ciò che abbiamo perso. Fanno male perché modificano temporaneamente il significato che attribuiamo a noi stessi. Un tradimento può diventare: «Non sono stato abbastanza.» Un abbandono: «Alla fine tutti se ne vanno.» Una svalutazione: «Forse davvero valgo poco.» Una sostituzione: «L’altra persona possedeva qualcosa che io non ho.»

A questo punto il pensiero sull’altro diventa una forma indiretta di monitoraggio del proprio valore. Continuiamo a osservare lui o lei per capire noi stessi. Con chi sta? È felice? Mi ha dimenticato? Ha trattato meglio la persona successiva? Si è pentito? Sembrano domande sull’altro, ma spesso nascondono un interrogativo più profondo: «Quello che è accaduto dice qualcosa sul mio valore?»

Ed è proprio questa equivalenza che bisogna interrompere. Il modo in cui qualcuno ci ha trattati contiene certamente informazioni sulla relazione. Può dirci qualcosa sulla compatibilità, sulle capacità emotive dell’altro, sui suoi limiti, sulle dinamiche che si sono create. Ma non costituisce una misurazione oggettiva del nostro valore personale. Finché le due cose restano confuse, tuttavia, continueremo a tornare mentalmente sulla persona quasi dovessimo ottenere da lei il verdetto definitivo su chi siamo.

6. C’è anche un’altra trappola: la mente preferisce spesso ciò che conferma ciò che già conosce

In psicologia sociale esiste un fenomeno chiamato self-verification: tendiamo a cercare una certa coerenza tra le rappresentazioni che possediamo di noi stessi e il modo in cui veniamo percepiti dagli altri, perfino quando quelle rappresentazioni non sono particolarmente benevole.

È un meccanismo controintuitivo ma importante. Se nel corso della nostra storia abbiamo sviluppato una rappresentazione di noi stessi come persone difficili da scegliere, secondarie, poco importanti oppure facilmente sostituibili, qualcuno che ci tratta esattamente così può risultare dolorosamente coerente con il nostro modello interno. Non perché desideriamo soffrire. Ma perché ciò che conferma una rappresentazione già esistente possiede una sorta di familiarità epistemica: è più facile da integrare nel modo in cui abbiamo imparato a interpretare noi stessi e le relazioni.

Una persona disponibile, presente e affettuosa può perfino apparire inizialmente meno “travolgente”, proprio perché non attiva gli stessi circuiti di attesa, dubbio, rincorsa e riparazione. Questo è uno dei motivi per cui bisogna stare attenti a non confondere l’intensità con la profondità. Una relazione che ci tiene costantemente in allarme può sembrare enormemente intensa. Ma l’intensità può derivare anche dalla quantità di attivazione che quella relazione produce, non dalla qualità del legame.

E poi c’è la rabbia: uno dei legami più potenti con il passato

Si parla moltissimo della nostalgia e pochissimo della rabbia come forma di persistenza del legame. Eppure possiamo rimanere legati a qualcuno anche attraverso il risentimento. Ripensiamo alle ingiustizie, prepariamo mentalmente discussioni che non avverranno mai, immaginiamo che l’altro finalmente comprenda il danno che ha provocato.

In questi casi non desideriamo necessariamente una riconciliazione. Desideriamo riconoscimento. Vogliamo che qualcuno dica: «Sì, quello che ti ho fatto è stato ingiusto. Avevi ragione a soffrire. Ho sbagliato.»

Il problema è che, finché affidiamo all’altro il compito di certificare la legittimità della nostra esperienza, continuiamo inevitabilmente a tenerlo al centro della scena. Una delle forme più profonde di separazione psicologica arriva quando possiamo riconoscere ciò che ci è accaduto anche senza ottenere dall’altro la confessione, le scuse o la comprensione che aspettavamo.

Non significa assolverlo. Significa smettere di consegnargli il potere di decidere quando potremo finalmente andare avanti.

Il contrario dell’amore non è smettere di pensarci

Molte persone valutano il proprio progresso in questo modo: «Se ci penso ancora significa che non l’ho superato.» Non funziona così. Elaborare un’esperienza non significa cancellarla dalla memoria. Possiamo ricordare qualcuno senza desiderarlo. Possiamo sentire tristezza senza voler tornare indietro. Possiamo provare rabbia e contemporaneamente essere già molto lontani.

Il cambiamento più importante avviene quando quella persona perde la funzione regolativa che aveva acquisito dentro di noi. Quando non abbiamo più bisogno che ci scelga per sentirci degni. Che ci chieda scusa per sapere di essere stati feriti. Che fallisca senza di noi per sentirci importanti. Che ritorni per dimostrarci che eravamo amabili.

È qui che qualcosa cambia davvero. Il ricordo rimane, ma non organizza più il presente.

Una domanda diversa da «Perché penso ancora a lui/lei?»

Forse allora la domanda più utile non è: «Perché continuo a pensare a questa persona?» Prova a chiederti invece: «Che cosa sto ancora cercando di ottenere attraverso questa persona?» Una spiegazione? Una conferma? Una riparazione? La sensazione di essere scelto? Il riconoscimento del dolore che hai vissuto? La possibilità di dimostrare che questa volta la storia poteva andare diversamente?

La risposta può portarti molto più vicino alla radice

Perché a volte il punto non è riuscire finalmente a smettere di pensare all’altro. È riprenderti ciò che, senza accorgertene, avevi affidato a lui: il tuo valore, la tua capacità di rassicurarti, il diritto di credere alla tua esperienza, la possibilità di sentirti desiderabile, interessante, degno di amore anche quando qualcuno non è stato capace di sceglierti.

Ed è allora che una persona smette davvero di occupare tutto quello spazio. Non quando scompare dalla memoria. Ma quando non hai più bisogno di tornare da lei per ritrovare te stesso.

Se vuoi capire meglio l’altro, ma soprattutto capire te stesso dentro le relazioni, ho scritto “Lascia che la felicità accada” proprio per accompagnarti in questo lavoro. Non per insegnarti a dimenticare qualcuno a comando, ma per aiutarti a riconoscere ciò che cerchi nei legami, ciò che continui inconsapevolmente a ripetere e i bisogni che rischi di affidare agli altri prima ancora di imparare a riconoscerli dentro di te. Perché alcune relazioni finiscono quando una persona se ne va. Altre finiscono davvero soltanto quando non abbiamo più bisogno che sia l’altro a restituirci ciò che possiamo finalmente cominciare a dare a noi stessi. Il libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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