
Puoi rileggere un messaggio dieci volte prima di inviarlo, sentirti in colpa quando dici di no, avere bisogno di spiegare ogni tua scelta oppure interrogarti continuamente su ciò che hai visto e sentito. Puoi perfino sorprenderti a pensare: «Forse ero io a esagerare». Non significa necessariamente che tu voglia tornare indietro. Può significare che alcuni adattamenti costruiti dentro quella relazione continuano a funzionare anche quando la relazione è terminata.
Quando per molto tempo hai dovuto monitorare l’umore di qualcuno, prevederne le reazioni, evitare alcuni argomenti o modificare il tuo comportamento per mantenere una certa tranquillità, una parte enorme delle tue risorse viene organizzata intorno all’altro. Dopo, quindi, non hai soltanto bisogno di “stare meglio”. Hai bisogno di esperienze molto concrete che permettano alla tua mente e al tuo corpo di imparare qualcosa di nuovo.
6 cose di cui hai bisogno dopo un abuso emotivo
Non esiste una sequenza valida per tutti e non tutto può essere ottenuto immediatamente. Ci sono però alcune condizioni che possono diventare particolarmente importanti quando una relazione ha eroso la sicurezza, la fiducia in sé e la possibilità di muoversi liberamente dentro la propria vita.
1. Hai bisogno di distanza da ciò che continua a destabilizzarti
Non sempre la fine di una relazione coincide con la fine dell’esposizione alla dinamica che l’ha caratterizzata. Possono continuare messaggi, telefonate, richieste di chiarimento, accuse, promesse, riavvicinamenti, provocazioni o tentativi di riaprire continuamente il confronto. Quando questo accade, una parte di te continua a essere costretta a orientarsi sull’altro.
Per questo, quando le circostanze lo consentono, può essere importante ridurre l’esposizione agli stimoli che riattivano continuamente il vecchio circuito relazionale: limitare i contatti, evitare discussioni infinite, interrompere il bisogno di controllare cosa fa l’altro, proteggere alcuni spazi della propria quotidianità. Quando invece un contatto è inevitabile — per esempio perché ci sono figli, questioni economiche o altri vincoli condivisi — può essere utile renderlo il più possibile circoscritto, concreto e prevedibile.
Non si tratta di punire qualcuno. Si tratta di permettere al proprio sistema di smettere di ricevere continuamente il messaggio: devi ancora occuparti di questa persona.
2. Hai bisogno di qualcuno che non ti faccia dubitare continuamente di ciò che hai vissuto
Dopo un abuso emotivo può essere sorprendentemente difficile raccontare ciò che è accaduto. A volte non abbiamo nemmeno una storia lineare da raccontare: ricordiamo episodi, frasi, cambiamenti improvvisi, momenti in cui ci siamo sentiti confusi, ma continuiamo a domandarci se siano “abbastanza gravi”.
È qui che può diventare preziosa la presenza di qualcuno capace di ascoltare senza minimizzare, colpevolizzare o sostituirsi a te nell’interpretazione della tua esperienza. Non hai bisogno che qualcuno ti dica automaticamente che hai ragione su tutto. Hai bisogno di qualcosa di più importante: uno spazio nel quale ciò che senti possa essere esaminato senza essere immediatamente invalidato.
Perché se per molto tempo ogni tua percezione è stata contestata, puoi aver sviluppato una forma di sfiducia epistemica verso te stesso: prima ancora di chiederti che cosa è successo, ti chiedi se puoi fidarti di ciò che hai visto. La presenza di una persona affidabile — un amico, un familiare, un professionista — può aiutarti gradualmente a recuperare quella funzione.
3. Hai bisogno di giornate più prevedibili e di un corpo che possa recuperare
Dopo una relazione caratterizzata da imprevedibilità, tensione e controllo, anche la normalità può diventare terapeutica.
Dormire a orari più regolari. Mangiare senza avere lo stomaco chiuso da una discussione. Fare una passeggiata. Tornare in un luogo che ti piace. Riordinare una stanza. Fare attività fisica. Riprendere un’abitudine che avevi abbandonato. Avere del tempo in cui nessuno pretende niente da te.
Sembrano cose piccole, ma non lo sono. Un organismo che ha trascorso molto tempo nell’anticipazione della minaccia tende a privilegiare monitoraggio, prontezza e controllo. La prevedibilità quotidiana gli offre invece una sequenza di esperienze nelle quali nulla di grave accade. E questo conta. Perché la sicurezza non viene costruita soltanto attraverso un ragionamento. Viene anche appresa per ripetizione.
Hai quindi bisogno di riposo, ritmi, movimento e piccole routine non perché queste attività cancellino ciò che è successo, ma perché aiutano il corpo a registrare progressivamente: adesso posso utilizzare le mie risorse anche per vivere, non soltanto per prepararmi a ciò che potrebbe accadere.
4. Hai bisogno di poter dire “no” senza preparare una requisitoria difensiva
Uno degli apprendimenti più persistenti dopo alcune relazioni abusanti è l’idea che ogni limite debba essere spiegato, argomentato e reso accettabile all’altro. Così continui a giustificarti anche quando nessuno te lo sta chiedendo.
Un’amica ti invita a uscire e sei stanco. Potresti dire semplicemente: «Stasera preferisco restare a casa». Invece senti il bisogno di aggiungere che hai lavorato molto, hai dormito male, domani devi alzarti presto, non sei arrabbiato con lei e sicuramente recupererete. Il problema non è essere educati. La domanda è un’altra: stai fornendo un’informazione oppure stai cercando preventivamente di neutralizzare una possibile reazione negativa?
Dopo un abuso emotivo hai bisogno di fare esperienze nelle quali un confine non provochi una rappresaglia. Dire: non voglio. Non posso. Questo non mi piace. Preferisco fare diversamente. E scoprire che il mondo non crolla. È così che il confine torna lentamente a essere percepito non come un rischio per la relazione, ma come una normale funzione di protezione e differenziazione.
5. Hai bisogno di tempo per tornare a scegliere senza chiederti continuamente cosa ne penserebbe l’altro
Una relazione controllante può restringere progressivamente qualcosa che spesso ci accorgiamo di aver perso soltanto dopo: la spontaneità decisionale. Quale vestito metto? Dove vado? Con chi esco? Quanto spendo? Posso riposare? Posso cambiare idea? Posso fare qualcosa semplicemente perché mi piace?
Quando per molto tempo ogni scelta è stata sottoposta alla possibile reazione dell’altro, quella persona può diventare una sorta di interlocutore interiorizzato. Non serve più che sia presente: continui automaticamente a consultarla dentro di te. Per questo recuperare autonomia spesso comincia da decisioni apparentemente insignificanti.
Scegliere cosa mangiare. Comprare qualcosa che piace soltanto a te. Tornare a frequentare qualcuno. Trascorrere un pomeriggio senza doverne rendere conto. Cambiare programma perché ne hai voglia. All’inizio potresti non sapere nemmeno bene che cosa desideri. È comprensibile: se per molto tempo hai orientato l’attenzione sull’altro, devi tornare a orientarla verso di te.
Non devi prendere immediatamente grandi decisioni. Hai bisogno di accumulare micro-esperienze di agentività: scelgo, agisco, vedo cosa accade, eventualmente correggo la rotta. È così che torna la sensazione di poter essere autore della propria vita.
6. Hai bisogno di relazioni nelle quali non devi guadagnarti continuamente la tranquillità
Dopo un abuso emotivo può esserci la tentazione di pensare che il problema siano soltanto le relazioni e che la soluzione sia non avere più bisogno di nessuno. Ma la guarigione non coincide necessariamente con l’autosufficienza.
Abbiamo bisogno anche di esperienze relazionali differenti: persone con cui un disaccordo non diventa una minaccia, un errore non comporta una punizione, una distanza temporanea non viene usata per controllarci e un bisogno può essere espresso senza essere trasformato in una debolezza.
Sono relazioni nelle quali puoi smettere di chiederti continuamente: «Come siamo messi?» Non perché non ci siano conflitti, ma perché esiste una sufficiente continuità relazionale. Non devi conquistare ogni giorno il diritto a essere trattato con rispetto.
E quando l’esperienza vissuta continua a condizionare pesantemente il sonno, l’umore, le relazioni, il funzionamento quotidiano o la capacità di sentirti al sicuro, anche un percorso psicologico può diventare uno di questi luoghi: uno spazio nel quale comprendere ciò che è accaduto e, soprattutto, osservare che cosa continui a fare oggi per adattarti a qualcosa che non sta più accadendo.
A un certo punto non devi più organizzare la tua vita intorno alla reazione di qualcuno
Forse è questo uno degli effetti più profondi dell’abuso emotivo: una quantità enorme della vita psichica viene progressivamente occupata dall’altro. Cosa penserà, come reagirà, cosa devo dire, cosa è meglio evitare, come faccio a non farlo arrabbiare, come posso riportare la situazione alla calma.
Dopo, quelle domande possono continuare a vivere dentro di te anche in assenza della persona. Per questo guarire non significa soltanto riuscire a parlare meno del passato. Significa recuperare spazio mentale. Lo spazio per desiderare, scegliere, sbagliare, riposare, cambiare idea, investire in altre persone e soprattutto accorgerti che non sei più costretto a utilizzare tanta parte delle tue energie per prevedere qualcuno.
A un certo punto la domanda cambia.
Non è più: «Come devo comportarmi perché l’altro non reagisca male?» Diventa: «Come voglio vivere io, adesso che posso tornare a scegliere?»
Se vuoi capire meglio l’altro, ma soprattutto capire te stesso dentro le relazioni, ho scritto un libro che può offrirti strumenti concreti per farlo. Si intitola “Lascia che la felicità accada”, ed è il libro più letto e suggerito dagli psicoterapeuti. È un percorso per imparare a riconoscere i tuoi bisogni, comprendere perché alcuni legami riescono a coinvolgerti così profondamente, distinguere ciò che ti fa bene da ciò che ti tiene in allerta e, soprattutto, diventare più consapevole di ciò che scegli e di ciò che non vuoi più accettare. Il mio libro lo trovi a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
E se ti va, seguimi sul mio profilo Instagram: @anamaria.sepe.
Ti aspetto lì per continuare il viaggio