Quando un adolescente sta male: 5 segnali che spesso passano inosservati

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Capire quando un adolescente è davvero in difficoltà non è semplice, perché l’adolescenza è già, per sua natura, una fase di profonda riorganizzazione psicologica. Cambiano il corpo, gli investimenti affettivi, il rapporto con il gruppo, il modo di percepire se stessi e, soprattutto, cambia qualcosa di molto importante nel rapporto con i genitori: comincia un processo di disillusione.

Durante l’infanzia abbiamo bisogno di costruire delle figure genitoriali sufficientemente solide, affidabili e, almeno in parte, idealizzate. Il bambino dipende concretamente dall’adulto per la propria sopravvivenza e dipende psicologicamente da lui per organizzare la propria esperienza.

Non può ancora guardare il genitore con lo stesso grado di complessità di un adulto, cogliendone contemporaneamente qualità, limiti, contraddizioni, fragilità ed errori. Ha bisogno di poter investire quella figura di una competenza e di una forza maggiori delle proprie: mamma sa, papà sa, loro possono proteggermi, loro conoscono il mondo meglio di me. Questa idealizzazione non è semplicemente ingenuità infantile: svolge una funzione organizzativa in una fase nella quale il bambino non possiede ancora gli strumenti necessari per regolarsi e orientarsi autonomamente.

Con l’adolescenza qualcosa deve necessariamente cambiare

Per poter diventare progressivamente un individuo separato, il ragazzo deve iniziare a disilludersi. I genitori smettono di essere soltanto “i genitori” e cominciano a essere visti come persone: possono sbagliare, essere incoerenti, avere paura, non sapere, avere convinzioni discutibili. È un passaggio fondamentale perché non possiamo davvero emanciparci da qualcuno finché il criterio ultimo della realtà continua a risiedere interamente in lui.

L’adolescente comincia quindi a mettere in discussione ciò che prima assumeva come dato

“Perché dovrei pensarla come voi?”, “Perché questa cosa dovrebbe essere giusta?”, “Chi dice che devo diventare ciò che vi aspettate?”. Cerca altrove modelli, identificazioni, appartenenze. Il gruppo dei pari acquista un peso enorme. Alcuni valori familiari vengono rifiutati, altri verranno recuperati più avanti e fatti propri in una forma diversa. Progressivamente il ragazzo prova a costruire un sistema di riferimenti che non sia soltanto quello ricevuto.

Per questo un certo grado di opposizione, critica, oscillazione, bisogno di distanza e persino delusione nei confronti dei genitori non è necessariamente il segnale che qualcosa stia andando male. Può essere esattamente il contrario: sta accadendo qualcosa di necessario.

È proprio qui, però, che diventa difficile distinguere una crisi evolutiva da una sofferenza che sta iniziando a compromettere il funzionamento. Non dobbiamo domandarci semplicemente se nostro figlio sia cambiato: in adolescenza sarebbe quasi inevitabile. Dobbiamo osservare in quale direzione sta cambiando. Sta ampliando il proprio mondo o lo sta progressivamente restringendo? Sta costruendo nuove appartenenze, interessi e riferimenti oppure sembra non riuscire più ad appoggiarsi né ai vecchi né ai nuovi? Riesce ancora a recuperare dopo una difficoltà oppure ogni esperienza negativa sembra lasciarlo più fragile di prima?

Quando un adolescente sta male: 5 segnali che spesso passano inosservati

Il disagio adolescenziale non sempre ha il volto che ci aspettiamo. Non necessariamente troviamo un ragazzo triste, chiuso nella propria stanza o improvvisamente incapace di studiare. A volte la sofferenza si nasconde in comportamenti che gli adulti interpretano come carattere, pigrizia, capriccio, eccessiva ambizione o semplicemente “normale adolescenza”.

Per questo non basta osservare che cosa fa un ragazzo. È molto più utile chiedersi se quel comportamento rappresenti un cambiamento rispetto al suo modo abituale di funzionare, quanto persista nel tempo e soprattutto quale funzione stia assumendo nella sua vita. Un singolo episodio racconta poco; una trasformazione progressiva del modo di stare con se stesso, con gli altri e con il mondo racconta molto di più. Vediamo allora cinque segnali particolarmente importanti, proprio perché possono passare inosservati.

1. La rabbia non è più episodica: diventa il suo modo abituale di stare nel mondo

Un adolescente che contesta i genitori non è necessariamente un adolescente che sta male. Anzi, proprio il processo di disillusione rende comprensibile che cominci a vedere con maggiore precisione le loro incoerenze e che non accetti più automaticamente ciò che gli viene detto. Il punto cambia quando l’irritabilità smette di essere circoscritta al conflitto per l’autonomia e diventa uno stato quasi permanente.

Tutto viene percepito come irritante. Una domanda sembra un’interferenza, una richiesta diventa immediatamente una critica, un piccolo contrattempo produce una reazione sproporzionata. Il ragazzo appare costantemente sulla difensiva, reagisce con sarcasmo, perde rapidamente la pazienza e, soprattutto, sembra non riuscire più a tornare con facilità a uno stato di maggiore distensione.

Questo è importante perché negli adolescenti la sofferenza non assume necessariamente la forma che gli adulti si aspettano. La tristezza può lasciare molto spazio all’irritabilità, alla rabbia e alla frustrazione.

Ma c’è anche un altro aspetto da comprendere

La rabbia è un’emozione mobilitante: produce una sensazione di forza, orienta verso l’esterno e permette temporaneamente di non sostare in stati più difficili da tollerare. Per alcuni ragazzi può diventare più accessibile sentirsi arrabbiati che sentirsi impotenti, esclusi, impauriti, inadeguati o profondamente feriti.

Per questo, davanti a un adolescente diventato improvvisamente “impossibile”, fermarsi soltanto al comportamento rischia di farci perdere metà dell’informazione. La domanda utile non è soltanto “Perché si comporta così?”, ma: che cosa è cambiato nella sua capacità di tollerare ciò che gli accade?

2. Continua a fare tutto, ma non può più permettersi di sbagliare

Esiste un adolescente che preoccupa immediatamente gli adulti: quello che smette di studiare, non vuole alzarsi dal letto, accumula assenze. Poi ne esiste un altro che rischia di diventare quasi invisibile proprio perché funziona benissimo. Studia, è responsabile, rispetta gli impegni, prende voti alti, non crea particolari problemi. Eppure qualcosa è cambiato.

Un sette non è più un voto: diventa la prova di non essere abbastanza intelligente. Una critica non riguarda più un comportamento: viene vissuta come una svalutazione dell’intera persona. Prima di un’interrogazione controlla e ricontrolla, studia molto più del necessario, dorme poco, non riesce a interrompere perché non arriva mai a sentirsi sufficientemente preparato. Dopo un risultato eccellente prova sollievo, ma raramente soddisfazione: la mente è già impegnata a evitare il prossimo possibile errore.

Il problema, quindi, non è l’ambizione. Il segnale più interessante è quanto il valore personale sia diventato dipendente dalla prestazione.

L’adolescenza mette inevitabilmente in movimento anche il sistema delle identificazioni infantili. Se non posso più definirmi soltanto attraverso lo sguardo dei miei genitori, devo cominciare a rispondere a una domanda molto più complessa: chi sono io?

Per alcuni ragazzi, la prestazione può diventare una risposta straordinariamente efficace: sono quello bravo, quella che non sbaglia, quello che arriva primo, quella che non delude nessuno. È un’identità che offre struttura, riconoscimento e prevedibilità proprio mentre molte altre certezze stanno cambiando.

Per questo l’iperfunzionamento merita attenzione quanto il fallimento. La domanda da fare non è soltanto “Come va a scuola?”, ma anche: che cosa succede dentro di lui quando qualcosa non va come aveva previsto?

3. Non smette improvvisamente di vivere: comincia a evitare un pezzo alla volta

Quando pensiamo al ritiro adolescenziale immaginiamo facilmente un ragazzo chiuso nella propria stanza che non vuole più vedere nessuno. Molto spesso, però, la vita non si restringe in un giorno.

Prima salta un allenamento. Poi non vuole andare a una festa. Successivamente trova un motivo per non presentarsi a un’interrogazione. Comincia a chiedere di essere accompagnato in luoghi che prima raggiungeva autonomamente. Non risponde più a quella persona. Rinuncia a un’attività che gli piaceva perché “tanto non ne vale la pena”. Nessuno di questi comportamenti, isolatamente, è particolarmente allarmante. Ciò che conta è la direzione.

L’evitamento possiede una caratteristica importante: funziona benissimo nel brevissimo periodo. Se una situazione mi provoca ansia e io la evito, l’ansia diminuisce. Il sistema registra quindi un’informazione molto semplice: allontanarmi mi ha fatto stare meglio.

Il problema è ciò che viene appreso insieme al sollievo: quella situazione era probabilmente troppo difficile per me. Se il meccanismo si ripete, il ragazzo può organizzare progressivamente la propria vita intorno a ciò che riesce ancora a tollerare. Le opportunità diminuiscono, mentre aumenta la sensazione di non essere capace di affrontare ciò che rimane fuori.

Ed è qui che bisogna fare una distinzione fondamentale

Un adolescente può non voler andare a una festa perché preferisce sinceramente stare a casa. Un altro può desiderare moltissimo andarci ma rinunciare perché teme di sentirsi escluso, goffo, giudicato o fuori posto. Dall’esterno vediamo esattamente lo stesso comportamento: rimane a casa. Dall’interno sono due esperienze completamente diverse.

Per questo una delle domande più utili da porsi è: sta scegliendo di fare meno oppure sta rinunciando sempre più spesso a ciò che vorrebbe fare?

4. Il corpo comincia a parlare al posto suo

  • “Mi fa male la pancia.”
  • “Ho mal di testa.”
  • “Mi sento stanco.”
  • “Mi viene da vomitare.”
  • “Non riesco ad andare.”

Con i sintomi corporei gli adulti rischiano frequentemente due errori opposti. Il primo è considerarli sempre e soltanto organici; il secondo è decidere troppo velocemente che “è tutto psicologico”. Un sintomo persistente o significativo deve essere valutato adeguatamente sul piano medico. Ma una volta escluse o trattate le possibili cause organiche, è utile osservare anche quando, dove e in relazione a che cosa il corpo si attiva.

Un adolescente può sapere perfettamente di avere mal di pancia e non sapere affatto perché

Questo non dovrebbe sorprenderci. Il corpo non aspetta che noi comprendiamo cognitivamente un’esperienza per reagire a essa. Possiamo rilevare minaccia, tensione, vergogna o esposizione sociale e produrre modificazioni autonomiche, muscolari, gastrointestinali ed endocrine molto prima di possedere una narrazione chiara di ciò che ci sta accadendo.

In adolescenza questo punto è particolarmente importante perché il ragazzo sta vivendo esperienze emotive sempre più complesse mentre sta ancora imparando a discriminarle, rappresentarle e comunicarle. Può quindi dire: “Mi fa male la pancia, non posso andare a scuola” molto prima di riuscire a dire: “Da quando quelle ragazze hanno smesso di coinvolgermi, entrare in classe mi fa sentire esposto e non so come affrontarlo”.

Qui il genitore può diventare prezioso proprio evitando di riempire immediatamente quello spazio con la propria interpretazione. Non: “Lo sapevo, è ansia”. E nemmeno: “Non hai niente, devi andare”. Piuttosto: “Ho notato che questo mal di pancia arriva soprattutto quando devi andare a scuola. Proviamo a capire insieme se c’è qualcosa che in questo periodo ti pesa più del solito.”

5. Non dice di essere triste: smette progressivamente di desiderare

Forse il segnale più silenzioso non è la tristezza. È il progressivo venir meno dell’investimento.

  • “Non mi interessa.”
  • “Boh.”
  • “È uguale.”
  • “Fate voi.”
  • “Tanto non cambia niente.”

Naturalmente tutti gli adolescenti possono attraversare giornate di apatia, noia o disinteresse. La questione diventa diversa quando queste espressioni cominciano a descrivere quasi tutto.

Non aspetta più con entusiasmo qualcosa. Non sembra particolarmente interessato a vedere gli amici. Le attività che prima lo coinvolgevano non producono più lo stesso piacere. Non parla di progetti. Non sembra esserci quasi nulla verso cui si muova spontaneamente.

Anche qui può esserci un equivoco

Un ragazzo può trascorrere molte ore al telefono, davanti ai videogiochi o guardando contenuti e quindi apparire tutt’altro che inattivo. Ma essere continuamente stimolati non equivale a essere realmente coinvolti.

Una domanda molto più informativa potrebbe essere: che cosa desidera? C’è qualcosa che aspetta? Qualcuno che ha voglia di vedere? Un interesse che coltiva? Qualcosa che immagina per sé nel futuro?

L’adolescenza, nonostante tutta la sua instabilità, è normalmente anche un’età di enorme investimento: sul gruppo, sul corpo, sull’amore, sulla sessualità, sulle idee, sui modelli identificativi, sui sogni di ciò che si potrebbe diventare.

Quando questo movimento verso il mondo si spegne progressivamente, vale la pena prestare attenzione. Soprattutto se cambia anche il linguaggio con cui il ragazzo parla di sé.

  • “Sono stupido.”
  • “Faccio schifo.”
  • “Nessuno mi vuole.”
  • “Tanto non sarò mai capace.”

Qualche adolescente pronuncia queste frasi ridendo. Ma l’ironia non rende necessariamente innocuo ciò che viene detto. Prima ancora di chiederci che cosa un ragazzo stia facendo della propria vita, qualche volta dovremmo ascoltare che tipo di rappresentazione di sé sta costruendo.

Allora, quando bisogna preoccuparsi?

È importante non trasformare l’adolescenza in una patologia. Un ragazzo può discutere con i genitori, cambiare amici, innamorarsi perdutamente e una settimana dopo non voler più vedere quella persona, sentirsi bellissimo il lunedì e detestare il proprio corpo il venerdì, sostenere con convinzione un’idea e rinnegarla sei mesi dopo.

Una parte di questa instabilità appartiene precisamente al lavoro che sta facendo. Sta lasciando progressivamente la posizione infantile senza possedere ancora una forma adulta consolidata. Sta mettendo in discussione identificazioni che fino a poco tempo prima gli fornivano sicurezza e, contemporaneamente, ne sta costruendo di nuove.

La disillusione è parte di questo processo

Per emanciparsi, il ragazzo deve poter scoprire che i genitori non possiedono tutte le risposte; ma deve anche cominciare a tollerare il vuoto che si apre quando quelle risposte non possono più essere semplicemente prese in prestito.

È qui che l’adolescenza diventa un passaggio straordinariamente delicato. Il ragazzo deve progressivamente spostare alcune funzioni dall’esterno all’interno: formarsi un proprio giudizio, discriminare ciò che sente, costruire criteri personali, tollerare l’errore, scegliere a quali valori aderire, capire a chi affidarsi e iniziare a percepirsi come fonte possibile di orientamento per se stesso.

Non avviene tutto insieme.

E soprattutto non dovrebbe avvenire attraverso una rottura totale del legame. Emancipazione e appartenenza non sono opposti. Separarsi psicologicamente significa poter diventare differenti senza dover necessariamente perdere l’altro. Per questo il criterio non può essere semplicemente quanto un adolescente si opponga ai genitori. Dobbiamo osservare piuttosto quanto riesca ancora a muoversi.

La sua vita continua ad allargarsi? Costruisce nuovi legami? Sperimenta? Dopo una delusione riesce, con il tempo, a riorganizzarsi? Possiede ancora luoghi, persone o attività da cui ricevere piacere e regolazione? Oppure il suo mondo sta diventando progressivamente più piccolo, più rigido e più faticoso?

Il singolo segnale dice poco. La traiettoria racconta molto di più.

Ed esistono naturalmente situazioni nelle quali non è opportuno limitarsi a osservare. Autolesionismo, riferimenti alla morte o al suicidio, disperazione intensa, importanti alterazioni del comportamento alimentare, abuso di sostanze, condotte gravemente rischiose o cambiamenti repentini e marcati richiedono una valutazione tempestiva da parte di professionisti qualificati.

Il compito dell’adulto non è impedire la disillusione Forse questo è uno degli aspetti più difficili da accettare per un genitore: crescere un figlio significa anche accompagnarlo nel momento in cui smetterà di guardarci con gli occhi con cui ci guardava da bambino.

Ci vedrà più chiaramente.

Vedrà i nostri limiti, le nostre incoerenze, forse perfino alcuni nostri errori che noi avremmo preferito non vedesse mai. Discuterà ciò che gli abbiamo insegnato, prenderà qualcosa e scarterà qualcos’altro. Cercherà fuori dalla famiglia persone da ammirare e modi differenti di vivere.

Non è necessariamente una perdita del legame. Può essere la trasformazione necessaria perché quel legame smetta di fondarsi sulla dipendenza infantile e possa, progressivamente, diventare un rapporto tra due persone maggiormente differenziate.

Il nostro compito, allora, non è conservare l’idealizzazione. E nemmeno precipitarci a riempire ogni dubbio del ragazzo con le nostre risposte

È offrirgli una relazione sufficientemente sicura da permettergli di metterci in discussione senza doverci perdere. Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” torno spesso proprio su questo punto: crescere significa spostare progressivamente dentro di sé funzioni che, all’inizio della vita, potevano necessariamente essere svolte soltanto dall’esterno. Imparare a riconoscere ciò che sentiamo, attribuirgli significato, tollerare una frustrazione senza sentirci annientati, distinguere un errore dal nostro valore, costruire un criterio personale senza aver continuamente bisogno che qualcun altro ci dica chi siamo.

Un adolescente sta cominciando a fare esattamente questo lavoro. Forse, allora, il modo migliore per aiutarlo non è chiedergli di tornare a essere il bambino che conoscevamo. È accorgerci quando la fatica necessaria di diventare se stesso sta diventando una fatica troppo grande da sostenere da solo. Il libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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