6 modi in cui i tuoi genitori continuano a invalidarti anche da adulto

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Diventare adulti non coincide necessariamente con il diventare psicologicamente separati dai propri genitori. Possiamo costruirci una vita, lavorare, avere una relazione, prendere decisioni importanti e, tuttavia, scoprire che basta una frase di nostra madre o di nostro padre per farci dubitare di qualcosa che, fino a pochi minuti prima, ci sembrava chiarissimo.

È uno degli aspetti più interessanti dell’invalidazione familiare

Non ha bisogno di essere violenta per essere profondamente incisiva. A volte assume la forma della critica, ma molto più spesso passa attraverso la minimizzazione, il dubbio insinuato, il senso di colpa, la preoccupazione eccessiva, il consiglio non richiesto, l’ironia o una disponibilità apparentemente premurosa che, però, continua a comunicare un messaggio preciso: senza di me non sei del tutto capace di capire cosa è giusto per te.

Invalidare qualcuno, infatti, non significa semplicemente essere in disaccordo con lui. Significa delegittimare la sua esperienza interna. Possono essere invalidate un’emozione — “non hai motivo di essere arrabbiato” — una percezione — “hai capito male” — un bisogno — “non ti manca niente” — una scelta — “te ne pentirai” — oppure un confine — “adesso non si può più dire niente”.

Quando questo processo è stato frequente durante la crescita, il problema non rimane confinato alle conversazioni con i genitori. Progressivamente può diventare un modo di funzionare: prima ancora di domandarti che cosa penso?, ti ritrovi a chiederti che cosa penseranno loro? Ed è qui che invalidazione, autonomia e dipendenza genitoriale iniziano a intrecciarsi.

Il punto più profondo: quando la coregolazione non diventa abbastanza autoregolazione

All’inizio della vita un bambino non possiede le capacità necessarie per regolare autonomamente stati emotivi molto intensi. La presenza dell’adulto svolge quindi una funzione fondamentale di coregolazione: il bambino si appoggia alla voce, alla prevedibilità, alla risposta, all’interpretazione e alla disponibilità del caregiver per rendere tollerabile ciò che da solo non riesce ancora a organizzare. La coregolazione coinvolge componenti comportamentali, affettive e fisiologiche e partecipa allo sviluppo progressivo della capacità di autoregolarsi.

Ma la coregolazione funzionale ha una caratteristica decisiva

Nel tempo rende l’altro progressivamente meno indispensabile. Il genitore presta al bambino una funzione affinché quella funzione possa, poco alla volta, diventare sua. Non calma il figlio perché abbia sempre bisogno di lui per calmarsi; lo accompagna affinché possa gradualmente riconoscere, contenere e organizzare ciò che gli accade anche in sua assenza.

Quando invece la relazione è caratterizzata da invalidazione, intrusività, imprevedibilità o controllo psicologico, questo processo può complicarsi. Il bambino può imparare che per capire se ciò che sente è legittimo deve guardare il volto del genitore; che per sapere se una decisione è buona deve ricevere approvazione; che per sentirsi al sicuro deve evitare il dissenso; che per conservare il legame deve adattare la propria esperienza interna alle reazioni dell’altro.

La ricerca sull’invalidazione emotiva mostra associazioni con maggiori difficoltà nella regolazione delle emozioni, mentre gli studi longitudinali sul controllo psicologico indicano che pratiche genitoriali che limitano l’autonomia possono avere conseguenze che si estendono alle relazioni dell’età adulta. In uno studio longitudinale, comportamenti genitoriali restrittivi dell’autonomia osservati e riferiti durante l’adolescenza hanno predetto, anni dopo, una maggiore dipendenza pratica, economica ed emotiva dai genitori.

È importante essere precisi: “dipendenza genitoriale” non è qui una diagnosi, né significa semplicemente essere legati ai propri genitori, chiedere loro un consiglio o desiderarne la vicinanza. Una relazione adulta può essere intima e affettuosa senza essere dipendente.

La differenza sta nella funzione che il genitore continua a svolgere.

Se posso ascoltare mia madre e poi scegliere diversamente senza sentire che sto facendo qualcosa di profondamente sbagliato, sono in relazione con lei. Se invece il suo disaccordo altera radicalmente la mia percezione della scelta, produce un senso di colpa sproporzionato o mi costringe a cercare nuovamente la sua approvazione per recuperare stabilità, quella relazione sta ancora svolgendo una funzione regolatoria molto più profonda.

È possibile allora essere adulti sul piano anagrafico ma ancora fortemente dipendenti, sul piano psicoaffettivo, dalla regolazione genitoriale.

In presenza dei genitori possono perfino riattivarsi modalità relazionali organizzate molti anni prima: improvvisamente non riusciamo più a dire di no, torniamo a giustificarci, sentiamo il bisogno di spiegare ogni scelta, diventiamo oppositivi oppure cediamo per interrompere il conflitto. In termini psicodinamici possiamo leggere qualcosa di questo processo attraverso il concetto di regressione: non perché l’adulto “torni bambino” in senso letterale, ma perché in quella specifica relazione tornano a diventare dominanti configurazioni affettive e difensive apprese molto precocemente.

Il processo di separazione-individuazione, del resto, non consiste nello smettere di avere bisogno degli altri, ma nel riuscire a conservare il legame senza perdere la propria differenziazione. La letteratura contemporanea continua a considerare l’individuazione rispetto ai genitori un processo evolutivo importante che attraversa adolescenza ed età adulta emergente. Ed è proprio osservando ciò che accade oggi nella relazione con i tuoi genitori che puoi capire quanto questa differenziazione sia realmente avvenuta.

6 modi in cui i tuoi genitori continuano a invalidarti anche da adulto

L’invalidazione adulta raramente ha l’aspetto evidente che immaginiamo. Non sempre qualcuno ti dice apertamente che non vali o che non sei capace. Può manifestarsi attraverso modalità molto più sottili che, proprio perché familiari, vengono facilmente scambiate per normalità, premura o carattere. Questi sei segnali aiutano a riconoscerle.

1. Continuano a spiegarti ciò che “in realtà” senti

Racconti che una situazione ti ha ferito e ti senti rispondere: “sei troppo sensibile”. Dici che qualcosa ti mette a disagio e arriva immediatamente la reinterpretazione: “sei tu che ti fai troppi problemi”. Ricordi un episodio doloroso dell’infanzia e qualcuno lo corregge: “non è andata affatto così”.

Il problema non è che due persone possano ricordare diversamente lo stesso evento. Questo è del tutto possibile. Il problema nasce quando la versione del genitore assume sistematicamente più autorità della tua esperienza soggettiva.

Un bambino impara a conoscere il proprio mondo interno anche attraverso il modo in cui viene rispecchiato. Se dice “ho paura” e incontra qualcuno capace di riconoscere quella paura senza esserne travolto, progressivamente impara: questa sensazione esiste, posso riconoscerla e posso attraversarla. Se invece incontra continuamente “non c’è niente da avere paura”, l’informazione implicita cambia: ciò che sento non è un dato affidabile.

Da adulto questo può tradursi in una particolare forma di sfiducia percettiva verso se stessi

Hai un’impressione, ma cerchi immediatamente qualcuno che la confermi. Avverti disagio in una relazione, ma ti domandi se stai esagerando. Provi rabbia, poi passi più tempo a giudicare la tua rabbia che a comprendere che cosa la stia segnalando.

L’invalidazione, quindi, non cancella necessariamente l’emozione. Può fare qualcosa di più insidioso: separare l’esperienza dalla legittimità dell’esperienza. Continui a sentire, ma non ti senti autorizzato a considerare significativo ciò che senti.

2. Trasformano il tuo dissenso in una colpa

“Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te.” “Da quando stai con lui sei cambiato.” “Tua madre ci rimarrà malissimo.” “Fai come vuoi, tanto ormai non conto più niente.” Qui non viene direttamente contestata la decisione. Viene modificato il costo emotivo del prenderla.

Questo è un meccanismo particolarmente subdolo perché il controllo non avviene più attraverso un divieto esplicito. Nessuno ti sta formalmente impedendo di partire, trasferirti, trascorrere Natale altrove o non telefonare quella sera. Sei libero, almeno apparentemente. Ma esercitare quella libertà produce colpa, paura di ferire, senso di slealtà o la percezione di essere una cattiva figlia o un cattivo figlio.

La letteratura definisce controllo psicologico proprio quell’insieme di strategie intrusive attraverso cui il comportamento viene influenzato facendo leva, per esempio, sul senso di colpa, sul ritiro affettivo, sull’ansia o sulla pressione a pensare e scegliere in accordo con i bisogni del genitore. Questo tipo di controllo è stato associato a un minore sviluppo dell’autonomia e della capacità di gestire autonomia e vicinanza anche nelle successive relazioni adulte.

È importante distinguere la colpa morale dalla colpa di separazione

La prima può dirci che abbiamo realmente danneggiato qualcuno. La seconda può comparire semplicemente perché abbiamo fatto qualcosa che ci differenzia.

Se tua madre è triste perché trascorrerai le feste con il tuo compagno, la sua tristezza è reale e può meritare ascolto. Ma non per questo la tua scelta diventa sbagliata. La maturità psicoaffettiva richiede una capacità difficile: tollerare che qualcuno che amiamo possa essere deluso da noi senza trasformare automaticamente quella delusione nella prova della nostra colpevolezza.

3. Trattano ancora le tue decisioni come bozze da sottoporre alla loro approvazione

Hai deciso di cambiare lavoro, ma prima di farlo senti di doverne parlare con tuo padre. Hai scelto una casa, ma aspetti di sapere cosa ne pensa tua madre. Dopo una discussione con il partner telefoni ai tuoi genitori e, solo dopo aver ricevuto la loro interpretazione, riesci a capire che posizione assumere. Naturalmente chiedere consiglio non è patologico. Gli adulti competenti chiedono pareri continuamente. La domanda utile è un’altra: sto cercando informazioni oppure sto cercando autorizzazione?

Nel primo caso posso ascoltare il consiglio e restare in contatto con il mio criterio. Nel secondo, l’opinione dell’altro diventa necessaria per stabilizzare la decisione. Se ricevo approvazione mi tranquillizzo; se ricevo disapprovazione torno immediatamente nell’incertezza.

È qui che possiamo vedere una delle forme più chiare di dipendenza genitoriale

Il criterio attraverso cui attribuisco valore e legittimità alle mie decisioni continua a essere collocato prevalentemente fuori da me.

Alcuni genitori alimentano involontariamente questa organizzazione presentandosi come interpreti privilegiati della realtà: “io ti conosco meglio di quanto ti conosca tu”, “fidati, so come andrà a finire”, “sei sempre stato ingenuo”, “tu non sei fatto per queste cose”.

Ripetute nel tempo, queste frasi non producono necessariamente obbedienza. Possono produrre qualcosa di più profondo: un adulto perfettamente competente in molti ambiti che, davanti ai propri genitori, perde accesso alla percezione della propria competenza. Ed è per questo che l’autonomia non coincide semplicemente con il fare ciò che si vuole. Autonomia significa anche riuscire ad assumersi la responsabilità di una scelta senza avere la garanzia preventiva che qualcuno la approvi.

4. Vivono i tuoi confini come una forma di rifiuto

“Non posso venire oggi.” “Preferisco non parlarne.” “Questa decisione riguarda me e il mio compagno.” “Ti richiamo domani.” In una relazione sufficientemente differenziata, un confine modifica la distanza senza distruggere il legame. Posso dirti di no continuando ad amarti. Posso non raccontarti qualcosa senza cancellarti dalla mia vita. Posso avere uno spazio privato senza che questo significhi che tu non sia importante.

Nelle relazioni familiari scarsamente differenziate, invece, il confine viene spesso interpretato come una sottrazione affettiva. “Ormai non hai più bisogno di noi.” “Con me non parli più.” “Da quando hai la tua famiglia ci hai dimenticati.” A quel punto l’adulto non deve soltanto stabilire un limite: deve anche gestire la reazione emotiva prodotta dal limite. E questo rende il confine enormemente più costoso.

Molte persone credono di “non saper mettere confini”

In realtà alcune sanno perfettamente dove vorrebbero mettere il limite; ciò che faticano a tollerare è ciò che accade dopo: il silenzio, la delusione, l’ostilità, l’accusa, la vittimizzazione o la paura di perdere il legame. Il problema, quindi, non è sempre un deficit assertivo. Talvolta è una vera e propria intolleranza appresa al costo affettivo della differenziazione.

Se da bambino l’appartenenza dipendeva dall’adattamento, da adulto ogni “no” può essere registrato internamente come qualcosa di molto più pericoloso di una semplice divergenza: può assomigliare a una minaccia alla relazione. Ed è proprio per questo che imparare a mettere confini non basta. Bisogna anche imparare a sopravvivere psicologicamente alla disapprovazione che quei confini possono generare.

5. La loro preoccupazione continua a comunicarti che senza di loro non sei abbastanza capace

La preoccupazione genitoriale è normale. Ma esiste una differenza enorme tra preoccuparsi per qualcuno e organizzare continuamente la relazione intorno alla presunzione che quel qualcuno non sappia badare a se stesso. “Scrivimi appena arrivi.” “Perché non hai risposto?” “Mandami la posizione.” “Hai prenotato?” “Hai controllato?” “Se vuoi chiamo io.” “Lascia fare a me.” Una singola frase non significa nulla. È la configurazione complessiva che conta.

Quando l’intervento genitoriale diventa costante, anticipatorio e sostitutivo, l’aiuto può smettere di sostenere la competenza e cominciare, paradossalmente, a impedirne l’esperienza

Se qualcuno verifica sempre prima di te, risolve prima di te, interviene prima che tu possa sbagliare e tollera con difficoltà che tu gestisca autonomamente le conseguenze delle tue scelte, ricevi ripetutamente un messaggio implicito: il mondo richiede una supervisione che tu, da solo, potresti non possedere.

Gli studi sull’ipercoinvolgimento e sul cosiddetto overparenting in età adulta emergente descrivono proprio la tensione tra sostegno e interferenza dell’autonomia. Anche la disponibilità digitale permanente può diventare, in alcune famiglie, uno strumento attraverso cui il confine tra vicinanza e intrusività si assottiglia.

Questo punto è particolarmente importante perché alcune dipendenze non vengono costruite attraverso l’abbandono ma attraverso un eccesso di presenza non emancipativa.

Il figlio viene aiutato moltissimo, ma sperimenta poco la propria efficacia. Viene protetto, ma non sufficientemente accompagnato a tollerare l’incertezza. Il genitore continua a essere necessario non perché il figlio sia realmente incapace, ma perché ha avuto meno occasioni di sedimentare l’esperienza: posso trovarmi in difficoltà e restare comunque una risorsa per me stesso.

6. Ti senti ancora responsabile del loro equilibrio emotivo

Questa è probabilmente una delle forme più profonde di invalidazione. Non devi soltanto occuparti della tua vita: devi farlo evitando che le tue scelte destabilizzino troppo i tuoi genitori.

Non puoi trasferirti perché tua madre “resterebbe sola”. Non puoi affrontare un certo argomento perché tuo padre “si agita”. Non puoi dire che qualcosa dell’infanzia ti ha fatto soffrire perché “con tutto quello che hanno passato” sarebbe ingiusto. Non puoi essere troppo felice lontano da loro perché temi che possano sentirsi esclusi.

A poco a poco accade qualcosa di decisivo: la loro esperienza emotiva acquisisce più peso della tua.

Qui possiamo incontrare configurazioni vicine alla parentificazione emotiva o all’inversione delle funzioni regolatorie: il figlio impara a osservare gli stati del genitore, anticiparli, attenuarli, evitare ciò che potrebbe destabilizzarlo. Non sempre questo avviene in famiglie apertamente disfunzionali. Può accadere anche in contesti molto affettuosi, nei quali però la separazione del figlio viene vissuta dal genitore con un’intensità che il figlio finisce per dover amministrare.

Il risultato può essere un paradosso: per sentirti libero devi prima assicurarti che loro stiano bene. E poiché non possiamo controllare stabilmente lo stato emotivo di un’altra persona, la separazione viene continuamente rimandata.

È qui che emerge la natura circolare della dipendenza genitoriale.

Il genitore può aver bisogno del figlio per sentirsi necessario, vicino, importante o emotivamente stabile; il figlio può avere bisogno dell’approvazione del genitore per sentirsi legittimato e sicuro. Entrambi rimangono così dentro una relazione che garantisce una forma di equilibrio, ma rende più difficile la differenziazione.

La vera emancipazione, allora, non consiste nel diventare indifferenti ai propri genitori. Consiste nel poter pensare: posso tenere conto di ciò che senti senza essere obbligato a organizzare la mia vita intorno a ciò che senti.

Un test molto semplice: cosa succede dentro di te quando loro non approvano?

Per capire quanto l’invalidazione genitoriale abbia ancora potere oggi, osserva meno ciò che fanno loro e un po’ di più ciò che accade dentro di te dopo.

Puoi avere cinquant’anni e non dipendere economicamente da nessuno, ma se una decisione ti sembra giusta finché tua madre non la critica, se una telefonata di tuo padre riesce a farti dubitare per giorni di ciò che avevi scelto, se devi nascondere alcune parti della tua vita per non affrontare il loro giudizio o se provi un senso di colpa intenso ogni volta che anteponi un tuo bisogno a una loro aspettativa, esiste ancora una quota importante di regolazione affidata alla relazione.

La domanda più utile potrebbe essere questa: Se i miei genitori non sapessero nulla di questa decisione, che cosa penserei davvero? E subito dopo: Che cosa temo accadrebbe dentro di me se sapessero che ho scelto qualcosa che non approvano? È spesso nello spazio tra queste due risposte che troviamo la dipendenza.

Cosa farne adesso

Uscire dall’invalidazione non significa convincere finalmente i propri genitori a riconoscere la nostra versione dei fatti. A volte continuare a cercare da loro quella validazione che non riescono a darci è proprio ciò che mantiene aperto il circuito.

Il passaggio più importante è progressivamente internalizzare le funzioni che continuiamo a chiedere alla relazione genitoriale. Significa imparare a riconoscere un’emozione prima di stabilire se gli altri la considereranno appropriata. Prendere una decisione senza trasformare automaticamente il dissenso in errore. Sopportare il fatto che qualcuno possa essere deluso senza correre immediatamente a riparare quella delusione. Accettare che il proprio confine possa non piacere. Restare accanto a se stessi durante l’incertezza invece di cercare immediatamente un regolatore esterno.

In altre parole, non si tratta tanto di “staccarsi dai genitori” quanto di ricollocare dentro di sé funzioni psicologiche che sono rimaste troppo a lungo depositate nella relazione con loro.

È un processo molto diverso dal diventare freddi, egoisti o ingrati. Al contrario, solo quando il legame non è più indispensabile per stabilire chi siamo possiamo realmente scegliere come stare in quel legame.

L’individuazione non distrugge l’appartenenza. La trasforma.

Possiamo continuare ad amare i nostri genitori senza chiedere loro il permesso di essere diversi da ciò che avevano immaginato. Possiamo comprenderne le fragilità senza farne il centro organizzatore della nostra vita. Possiamo riconoscere ciò che ci hanno dato senza dover negare ciò che ci è mancato. E possiamo smettere di aspettare che siano loro, finalmente, a dichiarare legittima la nostra esperienza.

Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” torno spesso proprio su questo passaggio: sulla difficoltà di costruire una vita realmente propria quando continuiamo a osservare noi stessi attraverso lo sguardo con cui siamo stati guardati. Crescere non significa cancellare i legami che ci hanno formati, ma riuscire progressivamente a distinguere ciò che ci appartiene da ciò che abbiamo imparato a essere per conservarli.

Perché arriva un momento in cui emanciparsi non significa più allontanarsi fisicamente da qualcuno. Significa poter sentire, scegliere, sbagliare, desiderare e perfino deludere senza perdere, insieme all’approvazione dell’altro, anche la fiducia in se stessi. Il mio libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.

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