
In alcune personalità con un marcato funzionamento narcisistico, invece, la separazione può seguire un percorso molto diverso
Non perché esista un unico modo “narcisista” di lasciare qualcuno, ma perché separarsi significa anche confrontarsi con colpa, vergogna, responsabilità, perdita di controllo e con l’immagine che l’altro conserverà di noi. Tutti stati interni che una struttura narcisistica può avere particolare difficoltà a integrare.
Per questo, a volte, il partner non viene semplicemente lasciato. Viene progressivamente svalutato, esasperato, confuso o sostituito fino a rendere la rottura apparentemente inevitabile.
Prima di proseguire è necessaria una precisazione: il termine “narcisista” viene utilizzato qui per descrivere modalità relazionali caratterizzate da forte centratura su di sé, fragilità dell’autostima, bisogno di conferme, difficoltà ad assumersi responsabilità affettive e ricorso alla svalutazione come difesa. Nessun singolo comportamento permette di diagnosticare un disturbo narcisistico di personalità e molte delle dinamiche descritte possono comparire anche al di fuori di una diagnosi.
5 tattiche che una persona narcisista può usare quando vuole uscire dalla relazione
Una delle caratteristiche più destabilizzanti di queste separazioni è che spesso chi le subisce non riesce a individuare un momento preciso in cui il rapporto è finito. Non c’è necessariamente una frase, una decisione limpida, un confine. C’è piuttosto una lenta modificazione del campo relazionale: la persona che prima cercava vicinanza comincia a sottrarla, quella che idealizzava comincia a svalutare, quella che sembrava aver bisogno di te inizia a comportarsi come se fossi diventato improvvisamente il problema. Ed è proprio questa trasformazione a generare tanta confusione.
1. Ti porta allo sfinimento finché sei tu a lasciarlo
Prima erano telefonate, messaggi, desiderio di vederti. Adesso qualsiasi tua richiesta sembra eccessiva. Chiedi di parlare e «fai drammi». Chiedi maggiore presenza e «sei soffocante». Esprimi un disagio e «non ti va mai bene niente». Le discussioni diventano sempre più frequenti, mentre qualsiasi tentativo di riparazione sembra fallire.
A un certo punto potresti arrivare a pensare: «Non ce la faccio più, devo andarmene». Ed è proprio qui che può realizzarsi una delle separazioni psicologicamente più comode per chi fatica ad assumersi la responsabilità dell’abbandono: non essere colui che lascia, ma creare le condizioni affinché sia l’altro ad andarsene.
Si tratta di una dinamica molto più sofisticata del semplice “trattarti male”
A livello psicologico permette di esternalizzare una parte del conflitto: invece di riconoscere «non desidero più questa relazione», la persona può costruire progressivamente una realtà in cui il partner diventa quello insoddisfatto, aggressivo, ingestibile o incapace di stare nella relazione. E così, quando finalmente te ne vai, può persino raccontare: «È stata lei a lasciarmi».
La responsabilità della separazione viene spostata fuori dal Sé.
In una struttura narcisisticamente fragile questo può avere una funzione difensiva importante. Essere colui che abbandona significa infatti poter incontrare la propria aggressività, il dolore provocato nell’altro e una rappresentazione di sé meno idealizzata. Se invece riesco a condurti al limite fino a farti pronunciare la frase definitiva, posso continuare a percepirmi come colui che ha semplicemente “subito” la tua decisione.
Il problema è che chi se ne va, spesso, rimane pieno di dubbi: «Forse avrei dovuto essere più paziente». «Forse sono stata davvero troppo esigente». «Forse ho distrutto io la relazione». Ed è così che la relazione può continuare nella mente anche dopo essere terminata nella realtà.
2. Ritira progressivamente tutto ciò che prima ti aveva dato
All’inizio eri interessante. Ti cercava. Ti ascoltava. Sembrava incuriosito da ogni dettaglio della tua vita. Poi qualcosa cambia. Le risposte diventano più brevi, gli incontri meno frequenti, l’affetto più intermittente. Non scompare completamente: rimane abbastanza vicino da non permetterti di capire se la relazione stia davvero finendo. Un giorno è distante, quello dopo torna improvvisamente affettuoso. Poi di nuovo freddo. Ed è proprio questa alternanza a essere destabilizzante.
Quando una ricompensa diventa imprevedibile, infatti, tendiamo paradossalmente ad aumentare il comportamento di ricerca. È il principio del rinforzo intermittente: non sapere quando arriverà nuovamente una risposta gratificante può rendere quella risposta ancora più saliente. Per questo potresti ritrovarti a fare qualcosa che prima non facevi: controllare il telefono, analizzare una frase, chiederti cosa hai sbagliato, modificare il tuo comportamento, diventare più accomodante.
Non stai necessariamente rincorrendo la persona che hai davanti oggi. Molto spesso stai cercando di recuperare la versione della relazione che hai conosciuto all’inizio.
Dal punto di vista narcisistico, la svalutazione può svolgere anche una seconda funzione: preparare la separazione internamente. Se all’inizio eri stato investito di qualità eccezionali, per distaccarsi può diventare necessario costruire una rappresentazione opposta: improvvisamente sei diventato pesante, noioso, problematico, meno attraente, troppo bisognoso.
Non sempre è una manipolazione freddamente pianificata
Può essere un vero processo difensivo di scissione e svalutazione: ciò che prima era prevalentemente idealizzato viene progressivamente letto attraverso il polo opposto. Il risultato, per chi lo subisce, è però devastante perché cerca una spiegazione razionale a una trasformazione che sembra avvenuta senza proporzioni: «Come posso essere passato dall’essere tutto all’essere quasi niente?».
La risposta potrebbe essere che non sei diventato improvvisamente diverso. È cambiata la funzione che occupavi nel mondo interno dell’altro.
3. Riscrive la storia della relazione fino a trasformarti nel problema
«In realtà non siamo mai stati così bene.» «Con te non potevo essere me stesso.» «Se ci penso, i problemi ci sono sempre stati.» «Sei sempre stata troppo gelosa.»
Quando una relazione sta terminando, è normale reinterpretarne alcuni passaggi. La memoria autobiografica non è una registrazione neutrale degli eventi: ciò che sentiamo nel presente modifica anche il modo in cui organizziamo il passato. Ma nelle dinamiche narcisistiche può accadere qualcosa di più radicale: la complessità della relazione viene progressivamente semplificata fino a produrre una narrazione moralmente molto conveniente.
Uno diventa il problematico. L’altro quello che ha sopportato.
Le sfumature scompaiono. È una dinamica vicina a ciò che in psicologia psicodinamica viene descritto attraverso i processi di scissione: mantenere contemporaneamente nella mente aspetti buoni e cattivi della stessa persona richiede integrazione. Quando questa capacità vacilla, può essere molto più semplice organizzare l’esperienza in categorie nette: prima eri straordinario, adesso sei insopportabile.
Questa riscrittura ha anche un’altra funzione. Permette di ridurre la dissonanza interna.
Se ti ho detto che eri la persona della mia vita e poche settimane dopo desidero qualcun altro, devo trovare una spiegazione compatibile con l’immagine che voglio mantenere di me stesso. Una possibilità sarebbe riconoscere: «I miei sentimenti sono cambiati». Ma significa assumersi l’ambivalenza e la responsabilità della scelta.
Un’altra possibilità è concludere: «Non sei mai stato davvero ciò che pensavo». La seconda soluzione protegge molto meglio un Sé che tollera poco contraddizione e vergogna.
Per chi resta, però, può essere traumatico assistere alla cancellazione simbolica della relazione: non si perde soltanto il partner, si ha la sensazione di perdere anche la legittimità del proprio passato. E allora nasce una domanda dolorosissima: «Ma quello che abbiamo vissuto era vero?».
Sì, ciò che hai vissuto appartiene alla tua esperienza. Il fatto che oggi qualcuno lo racconti diversamente non può retroattivamente cancellarlo.
4. Fa comparire qualcun altro prima ancora di averti davvero lasciato
A volte la nuova persona viene presentata come «solo un’amica», «un collega», «qualcuno con cui finalmente riesco a parlare». Altre volte non viene nominata affatto, ma percepisci improvvisamente una disponibilità emotiva sempre minore nei tuoi confronti accompagnata da un entusiasmo nuovo rivolto altrove.
Non tutte le persone narcisiste tradiscono e non tutti i tradimenti hanno una matrice narcisistica. Tuttavia, in alcuni funzionamenti, la presenza di un terzo può facilitare enormemente la separazione.
Perché? Perché permette di non attraversare il vuoto.
Chi possiede una regolazione dell’autostima molto dipendente dallo sguardo esterno può avere difficoltà a tollerare lo spazio psichico tra una relazione che finisce e un’altra che comincia. Il nuovo legame offre immediatamente attenzione, desiderabilità, conferma, eccitazione e soprattutto una nuova immagine riflessa di sé.
È come attraversare un fiume senza mai lasciare una sponda prima di aver afferrato quella successiva. Ed è qui che compare spesso la triangolazione: la terza persona non è soltanto un possibile nuovo partner, può diventare uno strumento di confronto. «Lei mi capisce». «Con lui riesco a parlare». «Finalmente qualcuno che non trasforma tutto in un problema».
Il confronto produce una nuova idealizzazione e contemporaneamente consolida la tua svalutazione.
Ed ecco un elemento importante: quando osservi la straordinaria intensità con cui quella persona sembra improvvisamente innamorarsi di qualcun altro, potresti concludere che il problema fossi tu. Ma stai confrontando due momenti completamente diversi del ciclo relazionale: la tua fase di svalutazione con la fase di idealizzazione dell’altro.
È un confronto psicologicamente truccato. Probabilmente anche tu, all’inizio, eri stato guardato attraverso quella stessa lente.
5. Ti lascia, ma non chiude davvero la porta
Dopo settimane di freddezza può arrivare una separazione brutalmente netta. Oppure una sparizione. Poi, quando finalmente cominci a riorganizzarti, arriva un messaggio.
«Come stai?» «Ti ho pensato.» «Mi è capitata una nostra foto.» «Non voglio tornare insieme, ma mi dispiacerebbe perderti completamente.» Ed eccoti nuovamente dentro la relazione senza esserci davvero. Questa è forse una delle dinamiche più difficili da comprendere: voler interrompere un legame senza rinunciare completamente all’accesso all’altro.
La persona può non desiderare più la relazione, ma continuare a desiderare ciò che quella relazione forniva: conferme, disponibilità, rassicurazione, ammirazione, attenzione, possibilità di essere desiderata.
Per questo alcune separazioni narcisistiche assumono una forma paradossale: «Non ti voglio, ma voglio sapere che tu continui a volermi». Ogni riavvicinamento riattiva il sistema affettivo del partner lasciato. Una risposta gentile, una telefonata intensa, una notte insieme possono riaccendere l’aspettativa di riparazione. Poi torna la distanza.
Il cervello predittivo cerca continuamente di capire quale delle due versioni sia quella reale: quella che se n’è andata o quella che continua a tornare?
Ma proprio questa domanda può mantenerti legato.
Perché forse il punto non è stabilire quale delle due versioni sia autentica. Potrebbero esserlo entrambe in momenti diversi. Il dato psicologicamente rilevante è un altro: la relazione che ti viene offerta è capace di garantirti continuità, reciprocità e sicurezza oppure ti costringe continuamente a ricostruire ciò che viene disfatto?
La parte più difficile non è essere lasciati: è non riuscire a capire cosa sia successo
Una separazione fa male anche quando è sana. Ma esiste una differenza importante tra soffrire perché una relazione è finita e soffrire perché, oltre alla relazione, è stata destabilizzata la nostra capacità di interpretare ciò che è accaduto.
Nelle rotture caratterizzate da idealizzazione, svalutazione, triangolazione e riavvicinamenti intermittenti, la mente continua a cercare una coerenza. «Quando mi diceva che mi amava mentiva?» «Perché è cambiato così velocemente?» «Se fossi stata diversa sarebbe rimasto?» «Perché continua a cercarmi se non mi vuole?»
È comprensibile cercare una spiegazione nell’altro. Ma, a un certo punto, la domanda più utile cambia. Non è più soltanto: «Perché mi ha fatto questo?» Diventa: «Che cosa mi ha fatto restare così a lungo dentro qualcosa che mi faceva dubitare continuamente di me?»
Non per attribuirti la responsabilità del comportamento dell’altro. Ma perché è su questa seconda domanda che puoi recuperare potere.
Talvolta una relazione incontra parti di noi molto antiche: il bisogno di essere scelti, la paura di essere sostituiti, l’abitudine a conquistare l’amore, la tendenza a considerare il rifiuto una prova del nostro scarso valore. È per questo che alcune separazioni non riaprono soltanto la ferita della relazione appena perduta: riattivano organizzazioni affettive costruite molto prima di quell’incontro.
Nel mio libro “Lascia che la felicità accada” torno spesso proprio su questo punto: molte delle relazioni che ci fanno più male non ci trattengono soltanto per ciò che accade nel presente, ma perché intercettano bisogni, paure e apprendimenti che abbiamo imparato molto tempo prima. Comprenderli non significa trovare un’altra giustificazione per chi ci ha ferito. Significa smettere di consegnargli anche l’ultima parola sul nostro valore. Perché una separazione può dirti che una relazione è finita. Non può dirti chi sei. Il mio libro è disponibile a questo link su Amazon e in tutte le librerie d’Italia…ti aspetto tra le pagine.
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