Non si nasce così sensibili: è la nostra storia a renderci tali!

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono persone che si accorgono di tutto. Percepiscono una minima variazione nel tono della voce, notano un’espressione del viso che cambia, colgono un’esitazione, un silenzio insolito, un gesto che agli altri passa completamente inosservato.

Sono persone che possono sentirsi profondamente turbate da una parola pronunciata con freddezza, da un’occhiata di disapprovazione o da una risposta diversa da quella che si aspettavano. A volte basta entrare in una stanza per avvertire che qualcosa non va, anche quando nessuno ha ancora detto nulla.

Spesso vengono descritte come particolarmente sensibili. Qualcuno le considera fragili, altri esagerate. C’è chi dice loro di smettere di prendere tutto sul personale, di non preoccuparsi continuamente, di imparare a lasciarsi scivolare addosso le cose.

Ma raramente ci fermiamo a domandarci da dove provenga questa sensibilità.

E se ciò che oggi chiamiamo sensibilità fosse, almeno in parte, il risultato di un lungo processo di adattamento? Se quella capacità di accorgersi di ogni minimo cambiamento fosse stata appresa molto tempo prima, quando riconoscere l’umore di qualcuno, anticipare una reazione o individuare un segnale di disapprovazione aveva un’importanza particolare?

A volte non diventiamo così attenti a tutto perché desideriamo sentire di più. Diventiamo così attenti perché, in una fase della nostra vita, accorgerci di ciò che accadeva intorno a noi ci aiutava a sentirci più al sicuro. E ciò che inizialmente rappresentava una risorsa può diventare, con il passare degli anni, una fonte di sovraccarico emotivo e fisiologico.

Da dove nasce questa sensibilità così intensa?

Non tutte le forme di sensibilità sono acquisite. Esistono differenze temperamentali, in parte legate alla nostra predisposizione biologica, che influenzano fin dall’infanzia il modo in cui reagiamo agli stimoli, alle novità e alle esperienze emotive. Ma il temperamento non racconta tutta la nostra storia!

Le esperienze precoci contribuiscono a orientare l’attenzione, a costruire le nostre aspettative e a determinare quali segnali impariamo a considerare particolarmente importanti. Pensiamo a un bambino che cresce accanto a un genitore emotivamente imprevedibile. Ci sono giorni in cui quell’adulto è affettuoso e disponibile, altri in cui diventa irritabile, distante o facilmente contrariato. Il bambino non sa mai con certezza quale reazione aspettarsi.

Così comincia a osservare.

Impara a riconoscere il rumore dei passi, il modo in cui viene chiusa una porta, l’espressione del viso quando il genitore rientra a casa. Può arrivare a distinguere una giornata tranquilla da una difficile attraverso dettagli apparentemente insignificanti. Non lo fa necessariamente in modo consapevole. Attraverso le esperienze ripetute, alcuni segnali acquistano progressivamente un valore particolare.

Lo stesso può accadere a un bambino che riceve molte critiche, che viene frequentemente rimproverato per i suoi errori o che cresce in un ambiente nel quale esprimere un bisogno comporta il rischio di essere deriso, ignorato o svalutato. In altre situazioni, invece, il bambino si trova a dover prestare attenzione alle fragilità emotive degli adulti. Impara a non disturbare quando la mamma è triste, a non fare richieste quando il papà è nervoso, a mostrarsi sempre accomodante per evitare discussioni.

Può diventare particolarmente attento, responsabile, capace di cogliere gli stati d’animo altrui. Ma dietro questa apparente maturità può nascondersi un’esperienza molto diversa: quella di qualcuno che ha imparato a mettere costantemente l’ambiente sotto osservazione.

Naturalmente, non tutti i bambini che attraversano queste situazioni sviluppano una sensibilità accentuata

Contano la durata delle esperienze, le caratteristiche individuali e la presenza di relazioni capaci di offrire riconoscimento e sicurezza. Tuttavia, quando certi segnali sono stati ripetutamente associati a esperienze spiacevoli, possono continuare ad attirare la nostra attenzione anche molti anni dopo.

Il bambino cresce, cambia ambiente, incontra persone diverse. Ma può continuare a osservare il mondo attraverso ciò che ha imparato a temere.

Quando impariamo a vedere ciò che gli altri non notano

Vorrei soffermarmi su un aspetto particolarmente interessante. La nostra attenzione non registra ogni informazione con la stessa intensità. È un processo selettivo, influenzato dalle esperienze, dalle aspettative, dai bisogni e dal significato che attribuiamo a ciò che accade.

Non possiamo prestare attenzione a tutto. Il nostro cervello deve continuamente selezionare le informazioni che considera rilevanti. E ciò che abbiamo vissuto contribuisce a orientare questa selezione. Se siamo cresciuti in un ambiente nel quale riconoscere tempestivamente un segnale di irritazione aveva conseguenze importanti, potremmo diventare particolarmente abili nel cogliere proprio quel tipo di segnale.

Una pausa durante una conversazione, una variazione nell’espressione del viso, una risposta pronunciata con un tono diverso possono attirare immediatamente la nostra attenzione. Ma non è detto che siamo diventati più capaci di percepire qualsiasi stimolo. Possiamo, piuttosto, aver sviluppato una particolare sensibilità verso quelli che la nostra esperienza ci ha insegnato a considerare significativi.

E c’è un altro passaggio importante: ciò che notiamo non coincide necessariamente con ciò che sta accadendo. Una persona può risponderci in modo sbrigativo perché è stanca o preoccupata. Noi, invece, possiamo interpretare quella risposta come un segnale di disapprovazione.

Nel giro di pochi istanti cominciamo a domandarci cosa abbiamo sbagliato.

«Forse ho detto qualcosa che l’ha infastidita.» «Avrà cambiato opinione su di me?» «Perché oggi si comporta diversamente?»

Un dettaglio che per qualcun altro sarebbe rimasto marginale finisce per occupare una parte considerevole dei nostri pensieri. Cominciamo a ripensare alla conversazione, a esaminare le parole, a cercare indizi che confermino o smentiscano ciò che temiamo. È una modalità di anticipazione attraverso la quale cerchiamo di ridurre l’incertezza e prepararci a ciò che potrebbe accadere.

Quando abbiamo imparato che anche un piccolo segnale può precedere qualcosa di spiacevole, quel segnale rischia di diventare molto più importante di quanto sia nel presente. Così possiamo ritrovarci a reagire intensamente a situazioni che, osservate dall’esterno, sembrano del tutto ordinarie.

Un silenzio può evocare il timore di essere ignorati. Un disaccordo può accompagnarsi alla paura di perdere l’affetto dell’altro. Una critica può essere vissuta non come un’osservazione sul nostro comportamento, ma come una conferma della nostra presunta inadeguatezza. Non reagiamo soltanto alle caratteristiche della situazione. Reagiamo anche alle associazioni e alle aspettative che abbiamo costruito nel corso della vita.

Quando dobbiamo prestare attenzione a tutto, concentrarci su una sola cosa diventa difficile

C’è un’altra conseguenza sulla quale vorrei richiamare l’attenzione. Non dovremmo meravigliarci se alcune persone cresciute in ambienti emotivamente imprevedibili sviluppano difficoltà di concentrazione, irrequietezza o la sensazione di avere una mente continuamente in movimento.

Proviamo a immaginare cosa significhi, per un bambino, dover cogliere ogni piccolo cambiamento dell’ambiente. Mentre gioca, deve accorgersi se qualcuno sta diventando nervoso. Mentre studia, un rumore improvviso può richiamare la sua attenzione. Mentre parla, osserva l’espressione dell’adulto per capire se ciò che sta dicendo verrà accolto oppure criticato.

La sua attenzione non è completamente disponibile per ciò che sta facendo. Una parte delle risorse può rimanere impegnata nel monitoraggio dell’ambiente. Se questa condizione si ripete frequentemente, può diventare più difficile abbandonare quella modalità di vigilanza anche quando non è più necessaria.

Da adulti, allora, possiamo ritrovarci a leggere una pagina senza riuscire a seguirne il contenuto, a interrompere continuamente un’attività o a essere distratti da piccoli rumori, movimenti e conversazioni che altri riescono a ignorare.

E non necessariamente perché quegli stimoli siano più intensi.

Il punto è che concentrarsi non significa soltanto dirigere l’attenzione verso qualcosa, ma anche riuscire a escludere temporaneamente ciò che non è pertinente al compito che stiamo svolgendo. Se una parte delle nostre risorse attentive continua a essere richiamata dall’ambiente, mantenere la concentrazione può diventare particolarmente faticoso.

C’è poi un ulteriore elemento: quando siamo impegnati ad anticipare ciò che potrebbe accadere, utilizziamo risorse anche per interpretare i segnali, elaborare possibili scenari e preparare risposte. Sono risorse che ci servono per ricordare informazioni, organizzare un ragionamento e portare a termine attività complesse.

Naturalmente, questo non significa che le esperienze infantili rendano necessariamente iperattivi, né che la distraibilità sia sempre riconducibile a uno stato di allerta. Le difficoltà attentive non devono essere confuse automaticamente con l’ADHD, una condizione del neurosviluppo. Ma è importante riconoscere che lo stress precoce e l’imprevedibilità ambientale possono influenzare anche lo sviluppo e il funzionamento dei processi attentivi ed esecutivi. E questo ci permette di guardare alcune difficoltà da una prospettiva differente.

Quando la sensibilità diventa una forma di allerta

Chi è particolarmente attento ai cambiamenti dell’ambiente relazionale può trascorrere molto tempo a osservare gli altri. Come stanno? Sono contrariati? Abbiamo detto qualcosa di inopportuno? C’è qualcosa che dovremmo fare per evitare un conflitto?

Pensiamo a una cena in famiglia. Mentre gli altri conversano, una persona può ritrovarsi a controllare continuamente il clima emotivo: nota chi ha risposto in modo brusco, chi appare infastidito, chi evita lo sguardo di qualcun altro. Magari si sente persino responsabile di mantenere tutti sereni.

Oppure pensiamo a una relazione sentimentale. Il partner è silenzioso perché ha avuto una giornata difficile, ma quel silenzio viene interpretato come il possibile segnale di un problema nella relazione. Cominciano allora le domande, i tentativi di rassicurazione, il bisogno di capire immediatamente cosa stia succedendo.

In alcune persone questa modalità assume le caratteristiche dell’ipervigilanza relazionale: un monitoraggio particolarmente intenso dei segnali che potrebbero anticipare una minaccia emotiva.

Non sempre chi vive queste esperienze ne è consapevole

Può considerarsi semplicemente premuroso, attento, intuitivo, empatico. E spesso queste qualità sono realmente presenti. La difficoltà emerge quando l’attenzione non è più qualcosa che possiamo orientare liberamente, ma diventa un’attività continua, difficile da interrompere.

C’è una differenza importante tra riconoscere il disagio di qualcuno e sentirsi responsabili di prevenirlo. Tra comprendere le emozioni degli altri e vivere ogni loro cambiamento d’umore come qualcosa che dobbiamo gestire. Nel secondo caso, ciò che dall’esterno può sembrare una grande sensibilità può accompagnarsi a un considerevole dispendio di risorse. Perché essere attenti agli altri è una qualità. Sentirsi continuamente responsabili di ciò che provano può diventare un peso.

Il costo biologico di vivere continuamente in allerta

Quando parliamo di sensibilità, tendiamo a soffermarci soprattutto sulle emozioni: la facilità con cui ci commuoviamo, la profondità con cui viviamo le relazioni, la difficoltà a dimenticare una critica. Ma ciò che sperimentiamo emotivamente coinvolge anche la nostra fisiologia.

Le esperienze precoci possono contribuire a influenzare lo sviluppo e la regolazione dei sistemi coinvolti nella risposta allo stress. Quando interpretiamo uno stimolo come potenzialmente minaccioso, il nostro organismo può mobilitare risorse attraverso il sistema nervoso autonomo e altri meccanismi fisiologici.

Il battito cardiaco può accelerare, la respirazione modificarsi, la muscolatura irrigidirsi. In determinate condizioni può essere coinvolto anche l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che partecipa alla regolazione della risposta allo stress attraverso processi che comprendono il rilascio del cortisolo.

Non occorre che la minaccia sia fisica.

Anche l’anticipazione di un giudizio, di un rifiuto o di un conflitto può accompagnarsi a un’attivazione fisiologica. Immaginiamo una persona che abbia imparato molto presto a temere le reazioni imprevedibili degli adulti. Oggi vive in un ambiente diverso, possiede maggiori risorse e possibilità di scelta.

Eppure, quando qualcuno alza improvvisamente la voce, può avvertire una tensione immediata. Sa che non sta accadendo nulla di particolarmente grave, ma il suo organismo può comunque prepararsi ad affrontare una situazione percepita come minacciosa.

Non significa che tutte le persone sensibili abbiano un sistema nervoso costantemente iperattivo, né che ogni reazione fisica dipenda dall’infanzia. Significa riconoscere che le esperienze possono contribuire a modellare il modo in cui attribuiamo rilevanza agli stimoli e reagiamo a essi.

Il problema, soprattutto, riguarda la frequenza e la durata dell’attivazione.

L’organismo dispone di sistemi che gli permettono di mobilitare risorse quando è necessario affrontare una richiesta. In condizioni favorevoli, all’attivazione seguono l’azione, la conclusione dell’esperienza e il recupero.

Ma se continuiamo ad anticipare possibili minacce, a rimuginare su ciò che è successo e a preoccuparci di ciò che potrebbe accadere, possiamo prolungare o ripetere quelle risposte. E quando le occasioni di recupero diventano insufficienti, aumenta il rischio di sovraccarico psicofisico.

Possiamo trascorrere una giornata apparentemente tranquilla e arrivare alla sera completamente esausti, senza riuscire a comprendere perché. Magari non abbiamo svolto attività particolarmente impegnative. Ma abbiamo passato ore a controllare le nostre parole, interpretare le reazioni degli altri, anticipare problemi e contenere preoccupazioni.

A volte ciò che ci affatica non è soltanto quello che viviamo, ma tutto ciò che continuiamo a prevedere, controllare e interpretare.

Non tutta la sensibilità è sofferenza

Vorrei chiarire un punto, perché sarebbe un errore considerare ogni forma di sensibilità accentuata come una conseguenza negativa delle esperienze infantili. La capacità di cogliere le sfumature emotive, di percepire i bisogni altrui e di riconoscere dettagli che sfuggono agli altri può rappresentare una risorsa preziosa. Alcune persone sviluppano una notevole sensibilità interpersonale, una grande capacità di osservazione e una particolare attenzione ai cambiamenti.

Queste caratteristiche possono arricchire le relazioni e diventare importanti qualità personali. Ma dobbiamo distinguere la sensibilità dalla paura. Possiamo essere attenti agli altri perché siamo interessati a comprenderli, oppure perché temiamo le conseguenze delle loro reazioni.

Possiamo accorgerci di un cambiamento emotivo e scegliere liberamente come comportarci, oppure sentire l’urgenza di intervenire per evitare qualcosa di spiacevole. Possiamo ascoltare il disagio di una persona senza perdere il contatto con i nostri bisogni, oppure assorbire ogni tensione fino a sentirci completamente sopraffatti.

La differenza non sta necessariamente in quanto riusciamo a percepire, ma nel grado di libertà che conserviamo davanti a ciò che percepiamo.

Quando siamo continuamente orientati verso l’esterno, rischiamo di conoscere perfettamente gli stati d’animo degli altri e di diventare sempre meno capaci di riconoscere i nostri. Sappiamo quando qualcuno è irritato, ma non ci accorgiamo di essere esausti. Riconosciamo il bisogno di tranquillità di chi ci circonda, ma ignoriamo il nostro desiderio di riposare.

Abbiamo imparato ad ascoltare tutti, tranne noi stessi.

E forse è proprio da qui che dovremmo cominciare. Abbiamo imparato a riconoscere il dolore emotivo. Molto meno il suo costo biologico.

Negli ultimi anni abbiamo cominciato a parlare molto di più di disagio emotivo, di traumi, di ferite infantili e di relazioni disfunzionali. Ed è un cambiamento importante, perché per troppo tempo abbiamo sottovalutato il peso delle esperienze psicologiche. Eppure, credo che ci sia ancora molta strada da fare.

Siamo diventati più capaci di riconoscere che certe esperienze possono farci soffrire, ma siamo ancora poco abituati a considerare quanto possa costare biologicamente vivere per anni in condizioni di allerta. Non è ancora sufficientemente radicata nella nostra cultura l’idea che il sovraccarico emotivo non riguardi soltanto i pensieri, l’umore o la qualità delle relazioni. Coinvolge anche un organismo che, per adattarsi alle richieste dell’ambiente, deve continuamente regolare la propria attività.

Possiamo comprendere che una persona cresciuta in un ambiente imprevedibile abbia sviluppato insicurezze e paure. Ma raramente ci soffermiamo a considerare che quella stessa persona potrebbe aver trascorso anni a mobilitare risorse per anticipare conflitti, controllare l’ambiente e cercare sicurezza. E che il costo di questi adattamenti può diventare particolarmente significativo quando l’attivazione è frequente e il recupero insufficiente.

Non significa attribuire automaticamente un sintomo fisico a una ferita emotiva

Sarebbe una semplificazione scorretta, perché i disturbi corporei possono avere cause diverse e richiedono sempre un’adeguata valutazione. Significa superare quella separazione, ancora così presente nel nostro modo di pensare, che ci porta a considerare la sofferenza psicologica come qualcosa che accade nella mente, quasi che il corpo ne fosse estraneo.

È proprio questa una delle ragioni per cui, insieme ad Anna De Simone, ho voluto scrivere «Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose», pubblicato da Rizzoli. Abbiamo voluto dedicare un libro a ciò che troppo spesso rimane sullo sfondo: il rapporto tra le esperienze che ci hanno formato, gli adattamenti che abbiamo sviluppato e le risorse biologiche che il nostro organismo impiega per affrontare ciò che vive.

Perché riconoscere le proprie ferite emotive è importante, ma abbiamo bisogno anche di comprendere ciò che accade al nostro corpo quando continuiamo a vivere secondo modalità apprese molto tempo prima.

Possiamo sapere perfettamente di non dover temere il giudizio degli altri e avvertire comunque il cuore accelerare quando qualcuno ci critica. Possiamo riconoscere che una relazione è sicura e ritrovarci ugualmente a interpretare ogni silenzio come un possibile segnale di rifiuto.

La consapevolezza rappresenta un passaggio fondamentale, ma non sempre è sufficiente a modificare risposte emotive e fisiologiche consolidate

Per questo abbiamo bisogno di imparare a riconoscere quando siamo in allarme, quali situazioni ci attivano, come reagisce il nostro organismo e di quali condizioni abbiamo bisogno per recuperare.

Abbiamo bisogno anche di nuove esperienze relazionali, nelle quali poter esprimere un bisogno senza temere una svalutazione, affrontare un disaccordo senza sentirci minacciati e comprendere che non siamo responsabili di ogni cambiamento emotivo delle persone che ci circondano.

La cura di sé comincia anche quando smettiamo di considerare normale un sovraccarico al quale ci siamo semplicemente abituati! Possiamo conservare la nostra sensibilità senza continuare a vivere in allerta

Vorrei concludere con una riflessione.

Forse per molto tempo ti sei sentito dire che sei troppo sensibile, che ti preoccupi eccessivamente, che noti cose alle quali gli altri non fanno nemmeno caso. E forse hai cercato di cambiare, di diventare meno vulnerabile, di non lasciarti coinvolgere così intensamente da ogni parola, da ogni silenzio, da ogni piccolo cambiamento.

Ma prima di giudicare questa parte di te, prova a considerare quanto possa essere stata importante nella tua storia. Forse quella capacità di accorgerti di tutto ti ha aiutato a orientarti in situazioni difficili. Forse ti ha permesso di riconoscere ciò che gli adulti non esprimevano, di anticipare reazioni, di cercare sicurezza dove non era sempre disponibile.

Non significa che tu debba continuare a vivere nello stesso modo.

Se alcune modalità di risposta sono state apprese attraverso le esperienze, possiamo anche costruirne di nuove. Possiamo imparare a distinguere ciò che osserviamo da ciò che interpretiamo. A riconoscere che una persona contrariata non è necessariamente una persona arrabbiata con noi. A tollerare un silenzio senza doverlo immediatamente riempire di significati.

Possiamo recuperare gradualmente la libertà di concentrarci su ciò che stiamo facendo, senza sentire il bisogno di controllare continuamente quanto accade intorno a noi. E possiamo imparare a prestare attenzione anche ai segnali del nostro corpo, ai suoi bisogni, ai suoi tempi di recupero.

Perché non dobbiamo necessariamente rinunciare alla sensibilità che ci contraddistingue.

Possiamo conservare la nostra sensibilità senza dover conservare anche la paura che, in alcuni casi, ha contribuito ad amplificarla. Possiamo continuare a riconoscere le emozioni degli altri senza sentirci responsabili di tutte. Possiamo cogliere i dettagli senza attribuire automaticamente a ciascuno il significato di una minaccia. Possiamo essere persone attente, profonde, partecipi, senza vivere ogni relazione come qualcosa da controllare.

Perché il cambiamento non consiste necessariamente nel sentire meno. A volte consiste nel non dover più prestare attenzione a tutto per sentirci al sicuro. E forse una delle forme più preziose di libertà è proprio questa: poter essere sensibili senza dover vivere continuamente in allerta. Il libro è ora disponibile su Amazon e in tutte le librerie…ti aspetto tra le pagine

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