
Persino i “genitori presenti” che nel tentativo di educare i figli hanno investito tanto, potrebbero scoprire che, invece della vicinanza che si aspettavano, vengono tenuti a distanza o addirittura esclusi dalla vita dei loro figli.
Ma perché le dinamiche genitore-figlio sono così difficili? Cosa viene a mancare? Cosa succede? Analizziamo il tutto partendo dal tema più difficile. La responsabilità. Nota bene: se sei un genitore, leggi questo testo con gli occhi del figlio che sei stato. Diciamo spesso che il “mestiere più difficile” è quello del genitore ma, la realtà, è che quel ruolo è così complicato perché prima ancora ti è stato difficile (o impossibile) vivere con sicurezza la tua infanzia.
La responsabilità del fallimento del legame genitore-figlio non è condivisa. È dei genitori. Punto.
So che questa premessa può suonare dura, ma la realtà spesso lo è. È dura. Fa soffrire. Tutti. Figli e genitori. Ma il seme di questa sofferenza non è stato piantato certo dal figlio. Un figlio non sceglie di venire al mondo. Non sceglie i genitori. Un figlio dipende emotivamente da loro. Quando il legame inizia, un figlio non ha il potere ne’ la maturità per creare sicurezza, contenimento, responsabilità affettiva. Un figlio non può costruire un legame stabile, non può sanare le ferite genitoriali e soprattutto, per quanto possa impegnarsi a “non deludere”, “non dare fastidio”, “rispettare le aspettative”, non può trasformare un sistema disfunzionale in uno sano.
Un figlio può solo adattarsi alla relazione che il genitore propone. E quell’adattamento, molto spesso, chiede un costo silenzioso.
Da adulti, i genitori vivono le conseguenze di quel prezzo, anche se a continuare a pagarne le rette sono… ancora i figli! Spesso, infatti, quei costi sono insostenibili, non c’è quasi fine a quella riscossione… Dall’esterno non si nota nulla. Eppure quei costi ci sono, sono lì, da sempre: da adulti sono coperti da una vita che sembra “perfetta” ma che dentro brucia. Da bambini, ingoiati, celati dietro la maschera del “bravo bambino”, del “bambino bisognoso” o addirittura del “bambino difficile”. Sì, perché succede anche questo: per un genitore che non sa mettersi in discussione, quello “difettoso” è sempre il figlio lo è fin dal primo vagito che è stato incapace di tranquillizzare.
Chiariamolo. Un genitore non è responsabile di essere perfetto. È responsabile di essere sufficientemente stabile. Di offrire continuità affettiva, rispetto, riconoscimento. Quando questo non accade, il problema non è un singolo errore, ma un clima relazionale che accompagna la diede genitore-figlio per decenni.
Molti genitori offrono ai figli presenza selettiva. Si nascondono il “io ci sono sempre stato” trascurando che a monte la relazione verteva su un accordo implicito “io ci sono sempre a patto che…” (tu mi faccia sentire importante, tu abbia sempre bisogno di me, tu non deluda le mie aspettative, non dia mai fastidio, a patto che tu rimanga nel ruolo di capro espiatorio, di cuscino morbido, di estensione di me… Le casistiche sono tante!). E con questo accordo occulto che i figli cominciano ad accollarsi quei costi nascosti che continuano a sostenere anche in età adulta. E che poi, ahimè, ricadono nella relazione genitore figlio che andranno a stabilire con la maternità o la paternità.
Quel patto occulto è terribile perché si fa artefice di un amore intermittente. Viene a mancare, dunque, la continuità affettiva, il rispetto e il riconoscimento. Cioè le tre caratteristiche necessarie a qualsiasi legame sano, di cui il genitore è responsabile fin dal primo vagito!
L’amore intermittente alterna vicinanza e distanza, approvazione e svalutazione, genera nel figlio un’instabilità interiore che si trasformerà presto in: senso di incomprensione, solitudine stabile, incertezza cronica, bisogno di convalida e, ahimè, senso di non valere. Il figlio che non sperimenta continuità affettiva, non si sentirà mai davvero visto e accolto.
A questo, spesso, si aggiungono altri tipi di abusi legati all’invalidazione cronica: parole che umiliano, sminuiscono, criticano… anche se lo fanno per esortare, feriscono. A volte queste invalidazioni nascono in forma di ironia (anche frutto di coalizioni, soprattutto nei sistemi familiari più disfunzionali e complessi, possono esserci alleanze), in forma di confronto, di negazione emotiva. In ogni caso, il messaggio mediato è: ciò che senti non conta, o conta meno rispetto a….
Attenzione! Il punto qui non è stabilire colpe morali. È riconoscere che un genitore ha un potere strutturale: definisce, con i suoi comportamenti, il modo in cui il figlio imparerà a vedersi e vivere le relazioni.
Quando un figlio diventa adulto
Quando il figlio diventa adulto, la relazione con il genitore cambia nella forma ma non sempre nella sostanza. Il bisogno di approvazione si mescola alla rabbia. Il desiderio di distanza convive con la speranza di riscatto (nel legame con il genitore, nella vita, sul corpo, nell’amore… Spostiamo quei bisogni famelici ovunque!).
Ogni conversazione può riattivare l’antico copione. Una critica diventa sproporzionatamente dolorosa. Una mancanza di ascolto riapre il senso di invisibilità. Molti adulti si trovano così in una posizione ambivalente: vogliono bene ai propri genitori, ma ogni incontro è sempre meno sostenibile. Sentono di regredire, le emozioni si fanno troppo intense. E così, anche una telefonata può agitare… Non per ciò che è stato detto, ma per la ferita che è stata riattivata. Per quel costo nascosto che ancora stanno pagando e dal quale vorrebbero sottrarsi.
La fame d’amore che nasce in famiglia e non finisce mai davvero
Da adulti, ogni conversazione con il genitore riapre la ferita perché… riapre un’attesa. E qui il passaggio cruciale. Riapre inconsapevolmente la speranza infantile che, questa volta, ci sia un genitore diverso. Che non umilia, non sminuisce, che rispetta i confini, che non fa pagare l’amore con la rinuncia a sé. E quando questa speranza si schianta, arrivano insieme rabbia e tristezza. La rabbia per ciò che non è mai stato. La tristezza per ciò che ancora, a un’irraggiungibile parte di sé, sembra mancare come l’aria.
Cosa manca davvero al figlio? Manca una base sicura. Gli manca il diritto di essere stato amato senza condizioni. Gli manca una realtà affettiva in cui non deve “funzionare secondo le aspettative”. Gli manca tutto ciò che un genitore non gli ha saputo dare.
E finché quel figlio non vede con lucidità che quella madre o quel padre che avrebbe dovuto garantirgli tutto questo non c’è mai stato, ogni incontro diventa un tentativo di farlo apparire. Un tentativo che consuma.
Allora cosa fare? Concedersi la tristezza, non solo la rabbia
Lavorare sulla relazione genitore figlio non significa:
- smettere di nutrire affetto
- perdonare per forza
- diventare indifferente
Tutte queste “scorciatoie” non fanno bene, oltre che essere impraticabili. L’unica soluzione è accettare che tua madre o tuo padre probabilmente non ti capirà mai, non ti vedrà davvero per ciò che sei, non ti proteggerà, non si assumerà la responsabilità emotiva del suo ruolo. E non perché non ti vogliano bene… Ma perché non sono strutturalmente in grado di farlo.
Finché una parte di te spera, anche solo l’1%, che i tuoi genitori siano (o siano stati) qualcosa di diverso, ogni contatto sarà destinato a riaprire le tue ferite. Anche se quella “speranza” non emerge palesemente certamente da qualche parte, dentro di te, c’è. Una “prova” tangibile della sua presenza è… la rabbia.
Il bisogno non scompare se non lo appaghi. La speranza di poter soddisfare un bisogno è fisiologica, naturalissima. E spesso vive sottotraccia. Nascosta da qualche parte… Perché la rabbia può esserne un indicatore? Perché la rabbia dice:
io merito di essere compreso. Ascoltato. Amato.
Non è giusto.
Non doveva essere così.
E quando la speranza vacilla, la rabbia esplode. Quando la speranza non è consapevole, la rabbia è l’unico modo che hai per esprimerti. Ma per guarire, la rabbia, non basta. Bisognerebbe lasciare spazio alla tristezza. Il dolore, infatti, elabora. Ti dice:
Ho perso qualcosa che non tornerà
E quel “qualcosa” è spesso una madre o un padre che non ci sono mai stati come avrebbero dovuto.
Se questo passaggio risulta difficile, puoi iniziare anzitutto a sperare “genitore sperato” dal “genitore reale”. Perché dentro di te, queste due figure si confondono. L’elaborazione è proprio questa: accettare che il genitore sperato non arriverà e imparare a non cercarlo più nel luogo sbagliato. Sì, perché crescendo spesso cerchiamo surrogati genitoriali in mentori, partner e persino amici. E finiamo, anche lì (dove invece abbiamo la responsabilità emotiva) per costruire relazioni carenti.
E… un altro buon esercizio potrebbe essere quello di “uscire dal ruolo”. Che ruolo hai assunto nella tua relazione primaria? Del ribelle? Dell’autosufficiente? De bisognoso? Dell’accudente? Le casistiche sono tante.
Nel libro “lascia che la felicità accada” (Rizzoli, 2025) puoi ripercorrere le tappe del tuo sviluppo psicoaffettivo dalla nascita fino all’età adulta e lavorare direttamente sulla tua affermazione personale e sul tuo ruolo attuale.
Molto spesso, il ruolo di un figlio che cresce in una famiglia disfunzionale è… del “figlio funzionale a ogni costo”. I figli funzionali ci sono sempre. Sono quelli che non danno problemi e su cui puoi contare. I figli funzionali: consigliano, ascoltano, mediano, aiutano, tengono insieme la famiglia… ma… non vengono mai ascoltati davvero, non vengono scelti, non vengono protetti. Sono, infatti, funzionali per i genitori ma non per se stessi. Uscire dal ruolo in questo caso significa:
- non spiegarsi continuamente
- non giustificare
- non farsi coinvolgere in dinamiche di salvataggio
- non essere “la soluzione”
- non farsi carico di ciò che non è proprio
È un modo per dire a se stessi:
“Io sono degno e significativo anche quando non sono utile.”
Tu sei degno e significativo, anche quando non sei utile a qualcuno. E con questa certezza, ti lascio….. Per ora.
Con grande affetto.
Anna
Anna De Simone, psicologa e autrice del bestseller “lascia che la felicità accada“