Che cosa succede nel corpo quando siamo sempre preoccupati?

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Puoi trascorrere un’intera giornata senza che accada nulla di particolarmente grave e arrivare a sera come se avessi dovuto affrontare ogni possibile emergenza.

Hai risposto ai messaggi, lavorato, fatto la spesa, parlato con le persone. Nel frattempo, però, hai anche immaginato una conversazione difficile, cercato di prevedere una delusione, ripensato a qualcosa che potresti aver sbagliato. Hai preparato risposte a domande che nessuno ti ha ancora fatto. Hai provato a capire come proteggerti da eventi che forse non accadranno.

Poi ti siedi e ti chiedi perché sei così stanco.

Una parte della risposta può trovarsi proprio in quel lavoro continuo, poco visibile dall’esterno, che accompagna le tue giornate. Mentre cerchi di anticipare ciò che potrebbe succedere, anche il tuo corpo può continuare a prepararsi ad affrontarlo.

Nel nostro nuovo libro, “Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose”, esploriamo questo dialogo tra esperienza e biologia: come ciò che viviamo coinvolga il funzionamento dell’organismo e perché, per prenderci cura di noi, sia così importante comprendere quanto ci viene richiesto e quanto riusciamo a recuperare.

C’è un passaggio, nelle prime pagine, che descrive una difficoltà molto comune:

«Mentre crescevamo, senza tenere mai conto dei costi per il nostro organismo, ci hanno insegnato fin troppo bene a mobilitarci: preoccuparci, prevedere, risolvere, accudire, anticipare bisogni che forse neanche emergeranno, resistere, controllare, prenderci cura degli altri, fare qualcosa…»

Molti di noi sono diventati bravissimi in tutto questo. Sappiamo intervenire, resistere, renderci disponibili. Ma che cosa succede quando continuiamo a mobilitarci anche nei momenti in cui avremmo bisogno di tregua?

Il corpo partecipa a ciò che temi

Immagina di aspettare una risposta importante. Potrebbe riguardare il lavoro, una persona che ami, una situazione familiare rimasta in sospeso.

Il telefono è sul tavolo. Lo controlli, anche se sai che sentiresti la notifica. Provi a occuparti di altro, ma l’attenzione torna lì. Nel frattempo costruisci scenari: se andasse male, che cosa dovresti fare? Come potresti rimediare? Che cosa significherebbe per te? A un certo punto ti accorgi che stai stringendo i denti. Oppure che le spalle sono sollevate, lo stomaco è contratto, il respiro è cambiato.

Nel libro scriviamo: «Se percepiamo una minaccia, per esempio, l’organismo non si limita a farci sentire paura: aumenta la vigilanza, modifica il battito cardiaco, la respirazione, cambia il tono muscolare, restringe l’attenzione verso informazioni considerate rilevanti, facendoci trascurare tutto il resto.»

Questi cambiamenti fanno parte della preparazione dell’organismo ad affrontare una richiesta. Il sistema nervoso e i segnali ormonali coordinano la risposta: durante lo stress possono aumentare la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la tensione muscolare. È una capacità fondamentale, che ci aiuta a reagire alle difficoltà. Quando lo stress si prolunga, però, può contribuire a problemi digestivi, mal di testa e disturbi del sonno, oppure aggravarli.

Il punto è quanto a lungo rimaniamo coinvolti in quella preparazione e quanto spazio troviamo, dopo, per recuperare.

Quando il pensiero continua a riaprire ciò che è accaduto

Una conversazione dura dieci minuti. Dentro di noi, a volte, prosegue per giorni. Ripensiamo al tono dell’altra persona, a una pausa, a una frase ambigua. Cerchiamo il significato nascosto. Ci chiediamo se avremmo dovuto rispondere diversamente. Prepariamo il prossimo incontro e poi torniamo ancora a quello precedente. L’evento è terminato, ma la nostra esperienza di quell’evento continua a essere riattivata.

In Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose descriviamo così questa condizione: «Una persona può guardare un film e cercare di “non pensarci” ma l’organismo continua a trattare quell’esperienza come non conclusa. Per questo una quota di risorse resta coinvolta: persistono tensione, vigilanza, rimuginazione e una maggiore facilità a essere attivati da stimoli collegati a ciò che è accaduto.»

È qualcosa che possiamo riconoscere nei momenti in cui siamo fisicamente presenti, ma facciamo fatica a partecipare a ciò che abbiamo davanti. Qualcuno ci parla e perdiamo una parte del discorso. Leggiamo una pagina e dobbiamo ricominciare. Guardiamo un film, ma basta una parola a riportarci altrove.

Una parte di noi continua a sorvegliare quella questione aperta.

Ecco perché il tempo libero, da solo, non sempre coincide con un’esperienza di riposo. Possiamo aver finito gli impegni e continuare a vivere nella sensazione di dover ancora rispondere a qualcosa. La preoccupazione può sembrare una forma di protezione

Se preoccuparsi è così faticoso, perché è tanto difficile smettere?

Perché, a volte, preoccuparci ci dà la sensazione di essere meno esposti. Se immaginiamo ogni possibile problema, forse non ci coglierà impreparati. Se ripensiamo abbastanza a ciò che è accaduto, forse troveremo il dettaglio capace di rassicurarci. Se teniamo sotto controllo l’umore degli altri, forse riusciremo a evitare un conflitto.

Questa modalità può avere una storia. Per alcune persone, prestare attenzione ai cambiamenti di tono, anticipare le reazioni altrui o accorgersi subito di ciò che non andava è stato un modo per orientarsi in relazioni imprevedibili.

Da adulti, la pausa può allora diventare difficile proprio perché comporta una rinuncia momentanea al controllo. Non stiamo facendo nulla per prevenire, correggere, prepararci. E quel vuoto può sembrarci rischioso.

Nel libro osserviamo: «Il problema è che molti di noi non hanno mai imparato a riconoscere quando è abbastanza e non sanno fermarsi.» Questa frase invita a guardare con più comprensione una difficoltà che spesso giudichiamo severamente. Dietro un continuo «devo pensarci ancora» può esserci una persona che non ha imparato quando può fidarsi di aver fatto la propria parte.

La preoccupazione diventa particolarmente faticosa quando ci chiede una garanzia che nessun ragionamento può offrirci: essere certi che nulla andrà storto.

Occuparsi di un problema può avere una fine. Preoccuparsene può non averla

C’è una differenza che vale la pena imparare a riconoscere nella propria esperienza. Quando ci occupiamo di un problema, possiamo raccogliere informazioni, valutare alternative, scegliere un’azione. Anche se la situazione rimane difficile, qualcosa procede: abbiamo chiarito un dubbio, fatto una richiesta, individuato il prossimo passo.

Nella preoccupazione ripetitiva, invece, possiamo tornare molte volte sugli stessi scenari senza ottenere informazioni nuove. Ogni risposta genera un altro «e se?». Ogni rassicurazione dura poco. Ogni possibilità esaminata lascia intravedere un rischio ulteriore.

Abbiamo la sensazione di lavorare al problema, ma fatichiamo a riconoscere un punto di arrivo.

Una domanda utile, allora, può essere: dopo tutto questo pensare, so meglio che cosa posso fare? Se la risposta è no, forse in quel momento stiamo cercando soprattutto di eliminare l’incertezza. E finché l’obiettivo rimane avere una certezza assoluta, fermarsi può sembrare sempre prematuro.

Il recupero ha bisogno di trovare spazio

Uno dei passaggi centrali del libro riguarda proprio la possibilità di dare una conclusione alle nostre attivazioni: «Il corpo non soffre semplicemente perché si attiva. È nato per farlo. Si affatica e si logora quando l’attivazione continua non trova né azione né una conclusione riconoscibile.»

Pensiamo a quante volte una richiesta si sovrappone alla precedente. Finiamo di lavorare e iniziamo a rispondere ai messaggi. Risolviamo una difficoltà e ci concentriamo subito sulla prossima. Ci mettiamo a letto e riprendiamo mentalmente tutto quello che, durante il giorno, non siamo riusciti a sistemare.

In questa successione, il momento del recupero viene continuamente rimandato.

Il libro invita a considerare una sequenza semplice e fondamentale: attivazione, azione, conclusione e recupero. Una sequenza che possiamo cercare anche nelle situazioni quotidiane, riconoscendo quali azioni siano possibili e quando, almeno per il momento, la nostra parte sia terminata.

Questo cambia il significato della pausa. Possiamo considerarla una componente della cura di noi, qualcosa a cui dare spazio mentre affrontiamo la vita, senza aspettare che la vita smetta di presentarci difficoltà.

Perché il disagio può emergere in modi diversi

Una persona nota soprattutto il sonno leggero. Un’altra si accorge di avere spesso i muscoli contratti. Un’altra ancora osserva che alcuni disturbi gastrointestinali peggiorano nei periodi più impegnativi.

Nel capitolo dedicato alla mappa corporea del dolore emotivo scriviamo: «La mappa corporea del dolore emotivo non indica, quindi, quale emozione colpisce un determinato organo, ma mostra in che modo i diversi apparati partecipano alla risposta e quali effetti possono emergere quando la richiesta si prolunga oppure si ripete senza un sufficiente recupero.»

Il corpo ha una storia. Contano le caratteristiche biologiche, le condizioni di salute, le esperienze attraversate e le risorse disponibili. Contano anche il sostegno che riceviamo, le condizioni nelle quali lavoriamo, la possibilità concreta di dormire e riposare.

Per questo, riconoscere il ruolo della preoccupazione aiuta ad ampliare la comprensione di ciò che viviamo. Non permette, da solo, di stabilire la causa di un sintomo: i disturbi fisici meritano di essere valutati nella loro complessità.

Possiamo però iniziare a osservare con maggiore attenzione quando compaiono, che cosa li accompagna, in quali periodi peggiorano. Sono informazioni preziose anche da portare al medico.

Possiamo essere stanchi anche di ciò che abbiamo soltanto temuto

Quando valutiamo la nostra stanchezza, spesso facciamo l’elenco delle attività svolte. Quanto abbiamo lavorato? Quanto ci siamo mossi? Quante ore abbiamo dormito?

Raramente ci chiediamo quanto tempo abbiamo trascorso in attesa di qualcosa di spiacevole. Quante volte abbiamo controllato. Quante conversazioni abbiamo ripetuto nella mente. Quanto ci siamo impegnati a non deludere nessuno, a non sbagliare, a non perdere il controllo di una situazione. Eppure anche questi aspetti fanno parte delle condizioni nelle quali il nostro organismo vive.

È una delle prospettive che attraversano Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose: imparare a guardarci per intero, includendo ciò che all’esterno può passare inosservato. La stanchezza merita ascolto anche quando non riusciamo a giustificarla con un elenco di cose fatte. Può invitarci a osservare meglio ciò che stiamo affrontando e il margine di recupero che ci rimane.

Fermarsi prima che tutto sia risolto

Per molte persone, il permesso di riposare è legato a una condizione: potrò farlo quando tutto sarà a posto.

Quando avrò finito. Quando avrò capito. Quando riceverò quella risposta. Quando sarò sicuro che nessuno è arrabbiato con me. Quando non ci sarà più nulla di cui preoccuparsi. Ma se la tregua dipende dalla scomparsa di ogni incertezza, rischia di essere rinviata continuamente.

Nel libro proponiamo una possibilità più vicina alla vita reale: «Possiamo portare a compimento la parte della risposta su cui è possibile agire e, quando non c’è più altro da fare, concedere al corpo di deporre almeno una parte dell’allarme.»

“Almeno una parte” lascia spazio alla gradualità. Ci sono problemi che restano, situazioni dolorose, responsabilità che non possiamo sospendere. All’interno di queste condizioni possiamo cercare un margine: condividere un peso, chiedere aiuto, rimandare una valutazione a un momento definito, riconoscere che un ulteriore controllo non aggiungerebbe nulla.

Possiamo imparare a distinguere ciò che richiede un’azione da ciò che, per il momento, richiede di tollerare un’attesa. E possiamo farci accompagnare quando questo passaggio è troppo difficile da affrontare da soli.

Che cosa ti permetterebbe di sentirti abbastanza al sicuro da riposare?

Forse è questa una delle domande più profonde da cui partire. Che cosa temi possa accadere se smetti di controllare? A chi senti di dover dimostrare che stai facendo tutto il possibile? Quando hai imparato che essere responsabile significa rimanere sempre in tensione? Riesci a riconoscere il momento in cui hai fatto abbastanza, oppure quel momento si sposta ogni volta un po’ più avanti?

Sono domande che attraversano il nostro nuovo libro, Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose. Le accompagniamo dentro la storia dei legami, nel funzionamento del sistema nervoso e nei processi cellulari, per comprendere come il corpo si adatti alle condizioni in cui viviamo e di che cosa abbia bisogno per recuperare.

Perché conoscere il proprio corpo può cambiare anche il modo in cui interpretiamo le nostre difficoltà. Può aiutarci a vedere quanta fatica c’è dietro un’abitudine che abbiamo sempre chiamato “carattere”. E quanto sia importante costruire condizioni nelle quali non dobbiamo continuamente prepararci al peggio.

Forse aspetti da tanto che tutto si sistemi per concederti un po’ di pace. Comprendere ciò che ti accade può aiutarti a trovare uno spazio per te anche mentre qualcosa resta in sospeso. Il libro è ora disponibile su Amazon e in tutte le librerie…ti aspetto tra le pagine

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