Come ci si rende conto di esser vittime di una dipendenza affettiva?

Nei casi di dipendenze affettive da me seguiti (e non solo), una nota che accomuna le vittime di questo fenomeno è la tendenza a credere che l’altro sia come lo si vorrebbe e non come realmente è.

Poche persone dipendenti arrivano nel mio studio dicendomi che non sanno come liberarsi da una relazione che fa loro stare male. All’inizio la dipendenza è celata da disturbi d’ansia, scarsa autostima, irritabilità oppure problemi del sonno, disturbi gastrointestinali, dermatiti che non hanno riscontrato cause organiche.

Una volta risolte queste sintomatologie le persone non stanno ancora bene perché non soddisfatte delle loro relazioni.

Prima di arrivare a questa consapevolezza il cammino può essere lungo e tortuoso in quanto ammettere che la relazione in cui ci si è immersi con tanta devozione non sia quella desiderata potrebbe essere vissuto come un importante fallimento personale.

La presa di coscienza può avvenire per piccoli passi: rendendosi conto che fin dall’inizio nel partner c’era qualcosa che non andava (ad esempio a letto non era coinvolgente e sembrava poco interessato al sesso o era freddo e a volte scontroso), oppure ci si rende conto di aver travisato e interpretato le sue parole e i suoi comportamenti sulla base dei propri desideri personali. I lunghi silenzi vengono interpretati come timidezza e non come la mancanza di una comunicazione reciproca in cui entrambi i membri si alternano regolarmente in uno scambio regolare di informazioni ed emozioni.

Inizialmente chi si trova coinvolto in una relazione dipendente pur di salvare la coppia (seppure malata), si da le colpe di ciò che va male: “Non mi sono impegnata abbastanza” – “Non sono adeguata” – “Avrei dovuto capirlo meglio”. Senza mai mettere in discussione ciò che l’altro fa o comunica.

Non viene notato come manchi l’equilibrio tra il dare e il ricevere, tra la conservazione degli spazi individuali e quelli in comune. Il dipendente che si nomina “portatore e salvatore dell’amore” fa propria la missione di salvaguardare la coppia senza rendersi conto della unilateralità del rapporto.

La dipendenza affettiva non colpisce solo il singolo individuo ma la coppia. Da una parte troviamo il “donatore d’amore”, quello che cerca di difendere dalle intemperie il castello di sabbia su cui è costruita la relazione. Colui che dona se stesso e si annulla totalmente in virtù della necessità di salvaguardare il rapporto perché terrorizzato dalla possibilità dell’abbandono e della solitudine.

Dall’altro abbiamo chi riceve le cure che può essere a sua volta coinvolto in altre dipendenze (droga, alcol, internet, gioco d’azzardo). In questi casi il donatore giustifica la sua missione dicendo di voler salvare l’altro.

In altre situazioni il partner amato è sfuggente, rifiutante o irraggiungibile. Egli accetta più o meno passivamente le “cure” del compagno/a senza ricambiarne gli sforzi, se non quando l’altro preso dalla frustrazione minaccia di andare via. Ma sono ricambi vani e passeggeri dettati più da una forma di controllo dell’altro e dalla paura di rimanere soli piuttosto che da un sentimento d’amore.

Quello che tiene in piedi la coppia dipendente è il desiderio di riuscire ad essere amati da chi non ricambia in modo soddisfacente. L’attaccamento in questo caso è proporzionale al rifiuto, fino a che non si trasformerà in risentimento, rabbia e frustrazione.

Sono vari i campanelli di allarme che aiutano a rendersi conto di essersi invischiati in una relazione dipendente tra cui:

  • la mancanza di reciprocità nella comunicazione (ad es. uno parla sempre e l’altro sta zitto)
  • la mancanza di una progettualità in comune (è sempre uno dei due che vorrebbe sposarsi, comprare casa, avere figli)
  • l’assunzione di regole rigide che servono apparentemente a preservare la coppia ma che in realtà non rispettano la libertà individuale (ad esempio la regola che proibisce di avere amici del sesso opposto che non facciano parte di un’altra coppia)
  • la mancanza di spazi condivisi (ognuno fa le cose per conto suo)
  • la mancanza di una sessualità di qualità

Rendersi conto di far parte di una relazione dipendente non è mai facile, tanto meno piacevole.

Molti tendono a negare la situazione e a sperare che prima o poi cambierà e migliorerà. Tanti si arrabbiano con il terapeuta che li aiuta a prendere consapevolezza della propria dipendenza. Alcuni sono anche tentati di interrompere la terapia perché si accorgono che proseguirla significherebbe mettere se stessi al centro del proprio mondo e liberarsi dalle catene della relazione. Altri invece, nonostante le difficoltà decidono di andare avanti e di darsi la possibilità di imparare ad essere felici e di vivere una relazione sana e reciproca, anche se al momento in cui si prende consapevolezza di appartenere ad una coppia dipendente potrebbe sembrare impossibile.

A cura della Dott.ssa Caterina SteriPsicologa-Psicoterapeuta Strategica Integrata con formazione in EMDR.


Se ti è piaciuto questo articolo puoi seguirci su Facebook: Pagina ufficiale di Psicoadvisor o sul nostro gruppo Dentro la psiche“. Puoi anche iscrivervi alla nostra Newsletter.

© Copyright, www.psicoadvisor.com – Tutti i diritti riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.

1 Commento a “Come ci si rende conto di esser vittime di una dipendenza affettiva?”

  1. Fabrizio

    Dic 18. 2017

    Quando se ne esce ci si sente come un fuoriuscito da una setta religiosa, con un senso di vergogna difficile da superare. Guardi indietro e non ti capaciti, e pure quello eri tu. Ti sei umiliato senza che nessuno ti puntasse una pistola alla tempia. Il passato non ti pesa in quanto tale, ma perché ha compromesso il presente e lo rende quello che é. È vero che ora hai una testa diversa e puoi seguire una strada diversa, ma il danno é fatto. Nessuno ti ridá indietro gli anni buttati, soprattutto se hai 57 anni e due figli di 10 e 12 anni. E anche se le cose materialmente non vanno male, perchè hai preso casa a due passi da loro, li vedi quando vuoi, la gestione con la tua ex non é conflittuale, hai la tua vita sociale, non prendi psicofarmaci, sorridi sempre a chiunque incontri, hai diradato gli appuntamenti con la psicoterapeuta, sei fiero di te stesso per come ti stai gestendo.. insomma, hai giusto preso qualche chilo di troppo (ma attaccarsi ad un po’ di cioccolata, una fetta di pandoro di troppo, o qualche birra mi sembra il minimo, data la situazione), insomma, dicevo che nonostante i lati positivi resta un enorme senso di fallimento, un dolore sordo e profondo, un lutto enorme, una rabbia che non sai verso chi dirigere, perché non puoi incolpare nessuno, neanche te stesso. L’enorme disagio di vivere dentro una gigante anomalia, quella di ritrovarsi senza una relazione affettiva nell’etá in cui avresi dovuto goderti la costruzione di un rapporto, l’anzianità di un rapporto, nel quale le figure della tua compagna, amata e madre dei tuoi figli dovevano coincidere, auspicabilmente, e questo ti avrebbe fatto sentire giovane dentro per ancora tanto tempo. Tutto questo é morto per sempre. E anche se sai che prima o poi potresti incontrare qualcuno, potrebbe accadere qualcosa di interessante, beh.. sai bene che ricominciare a questa etá non avrá mai lo stesso sapore. Oltretutto il paradosso é che se da un lato la logica vorrebbe che tu non andassi tanto per il sottile e non perdessi troppo tempo nello scegliere un partner, in realtá farai esattamente il contrario, proprio perché hai imparato la lezione, quindi non ci speri quasi più.
    Alla fine quello che rimane è solo un’enorme bestemmia sparata nel buio e nella solitudine della tua camera da letto. Poi ti alzi, ti fai due carezze, e cominci la tua giornata sapendo che se non altro l’amore per i tuoi figli non ti permetterá mai di abbrutirti.

    Reply to this comment

Lascia un commento