Ci siamo dimenticati come si sta in relazione?

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Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia. Scrittrice e founder di Psicoadvisor

Tempo fa ho chiuso una relazione di molti anni e da poco mi sto concedendo di uscire di nuovo. Non è semplice tornare a incontrare persone quando si è stati a lungo dentro un legame. Non per la paura, almeno nel mio caso, ma per una sensazione più sottile: quella di entrare in un territorio che nel frattempo è cambiato.

Parlando con persone diverse, osservando il modo in cui oggi ci si incontra, mi sono accorta di qualcosa che non avevo previsto. A un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi: ci siamo dimenticati come si sta in relazione?

Ho pensato che forse il problema fossero le app di incontri, la velocità con cui oggi si passa da una conversazione all’altra, da una conoscenza all’altra. Ho pensato che fosse cambiato il modo di comunicare, che ci fossimo abituati a relazioni più veloci, più leggere, più strumentali. Ma osservando meglio mi sono resa conto che questa spiegazione non bastava. La questione è molto più profonda e non è un’esclusiva delle relazioni di oggi. Riguarda, piuttosto, qualcosa che facciamo fatica a fare da sempre: stare in ciò che sentiamo; tollerare l’incertezza.

Non appena qualcosa ci tocca davvero, qualcosa che ci espone, che ci rende vulnerabili, che ci costringe a sentirci meno protetti, il nostro primo impulso non è restare e vivere, fare esperienza ma è arretrare. Analizzare. Controllare. Mettere distanza. Il problema è che oggi molte persone, a prescindere dall’età, hanno una soglia di tolleranza emotiva molto bassa.

Non perché siano “intolleranti” di per sé ma perché arrivano alle relazioni già emotivamente affaticati.

La vita quotidiana richiede un livello di adattamento continuo. Ritmi di lavoro serrati, aspettative di efficienza, pressioni sociali implicite e onnipresenti. A questo si aggiunge un elemento relativamente nuovo nella storia umana: la presenza di un comparatore di vita sempre in tasca, acceso ventiquattro ore no stop. Lo smartphone. Sui social, ogni giorno scorriamo centinaia di immagini che raccontano frammenti di vita altrui: viaggi, successi, corpi perfetti, case luminose, relazioni apparentemente felici, serate speciali. Se siano finzione o momenti reali poco importa. Il problema è il loto effetto.

Quando il sistema nervoso incontra di continuo queste immagini, se siano vere o false davvero non conta. In automatico, cadiamo in un bias e iniziamo a confrontare la nostra esperienza quotidiana con una vetrina. La nostra vita reale è fatta di molte sfumature. Contiene soddisfazioni, certo, ma anche fatica, stanchezza, incertezze, sacrifici… È una trama complessa in cui convivono emozioni diverse. La vetrina, invece, mostra quasi sempre il picco. Il momento riuscito, l’evento speciale, la parte luminosa. Così, senza rendercene conto, mettiamo a confronto due piani che non sono paragonabili: la nostra vita completa con i frammenti più brillanti della vita degli altri. Quando questo confronto diventa abituale, qualcosa dentro di noi cambia. Il sistema emotivo si abitua a una sensazione sottile di insufficienza. E.. quando arriviamo a una relazione, arriviamo già con questo carico. Con una parte di noi che si sente in ritardo rispetto a qualcosa.

E qui possono accadere due cose, a volte anche insieme.

  • Vorremmo che l’altro magicamente cancellasse tutta l’insufficienza della nostra vita. Diciamo di cercare l’amore ma in realtà vogliamo un intrattenitore che riesca a dare anche un senso e uno scopo alla nostra vita.
  • Diventiamo ipervigili. Analizziamo tutto. Cerchiamo segnali. Interpretiamo ogni dettaglio. O, a causa della stessa vigilanza, arretriamo prima ancora che accada qualcosa.

Così la relazione, che dovrebbe essere uno spazio di incontro, di libertà espressiva, esperienza piena… diventa facilmente un altro luogo di pressione. Ed è qui che succede qualcosa veramente curioso: molte persone, non riuscendo a guardarsi dentro, non pensano “forse questa relazione sta toccando una mia insicurezza”, iniziano piuttosto a credere che il problema sia la relazione o l’altro. Che non sia la persona giusta. Che qualcosa non stia funzionando. Ma spesso non è così.

Ciò che accade è che la relazione ha attivato qualcosa che era già dentro di noi: il bisogno di essere visti, la paura di non esserlo abbastanza, il desiderio di essere scelti, il timore di non esserlo, il bisogno di sentirsi significativi nella propria vita! Ma tutto questo, non dovremmo cercarlo in una relazione e in realtà potremmo trovarlo facilmente se riuscissimo a sostare più a lungo in ciò che proviamo. Purtroppo, però, non ci cimentiamo nemmeno in questa impresa. Ciò che facciamo, infatti, è tentare di seppellire le emozioni coprendole con altre emozioni, possibilmente più forti. Fino a raggiungere estremi indicibili. Ma forse vale la pena nominarli.

Perché quando una persona non riesce più a sostare nelle proprie emozioni, quando ciò che sente diventa troppo intenso, troppo confuso o semplicemente troppo faticoso da attraversare, il sistema nervoso cerca una via più rapida: l’anestesia. La cerchiamo in tanti modi diversi, spesso usando il corpo, altre volte cercando la perdita di controllo che, però, come effetto collaterale, ci lasciano altro vuoto da compensare.

Per molte persone l’anestesia passa attraverso il corpo. Attraverso esperienze che promettono un picco capace di sovrastare tutto il resto: sessualità estrema, incontri compulsivi, esperienze erotiche vissute non tanto come incontro con l’altro, ma come modo per sentire qualcosa di forte abbastanza da coprire tutto il resto. Per altri la strada è quella dell’alcol o delle sostanze che alterano temporaneamente la percezione, abbassano le difese, dilatano le sensazioni o le rendono indistinte. In alcuni contesti sociali questo prende anche forme collettive: i cosiddetti “drug party”, spazi in cui la stimolazione chimica e quella sensoriale si intrecciano fino a creare un’esperienza emotiva amplificata, quasi ipnotica.

In superficie sembra ricerca di piacere.
In profondità è qualcosa di diverso. È il tentativo di non sentire quel carico di fondo. Quello che vorremmo far gestire al partner di turno. Già, perché senza accorgercene, la relazione diventa il luogo in cui proviamo a riequilibrare quel confronto silenzioso. Come se, attraverso il legame, potessimo finalmente compensare tutte le volte in cui ci siamo sentiti meno… meno compresi, meno visibili, meno fortunati, meno arrivati, meno considerati.

Non è che le relazioni di oggi siano diverse. I bisogni profondi restano gli stessi di sempre: essere visti, riconosciuti, sentire di avere un posto nella vita di qualcuno.

Con le pressioni sociali, sono i carichi ad essere diventati troppo pesanti. L’essere umano non è cambiato. Ed è proprio questo il problema. Non abbiamo mai ricevuto una vera educazione emotiva. Perché nessuno ci ha davvero insegnato a stare nelle nostre emozioni. A riconoscerle, ad attraversarle, a sostare anche in quelle più scomode senza scappare. Nessuno ci ha insegnato ad ascoltarci davvero, a comprenderci, a sentirci significativi e degni di valore indipendentemente dallo sguardo degli altri. Così entriamo nelle relazioni con strumenti emotivi fragili e con pressioni sempre più grandi da sostenere. E quando la vita accelera, quando l’incertezza incalza, tutto ciò che riusciamo a fare è fuggire da noi stessi e anestetizzarci con sensazioni più intense che solo in apparenza sono ricerca del piacere.

Per rincorrere emozioni sempre più intense nel tentativo di sfuggire al dolore, finiamo per non vivere davvero. L’esatto opposto di ciò che stavamo cercando.

Allora ti auguro momenti straordinari, emozioni travolgenti, giornate piene di picchi ma anche giornate ordinarie, sai, anche quelle sono piene di un’incantevole complessità. Sfumature sottili, sensazioni leggere che ti fanno sentire pieno, vivo. Le emozioni che eviti chiedono semplicemente ciò che desideri anche tu: chiedono di essere ascoltate senza fretta. Di essere sentite fino in fondo. Di essere attraversate, vissute con coraggio. È solo così che diventano profondità, contatto con la vita.

Se vuoi iniziare a sentire tutto, con tutto il corpo; anche le emozioni più sfumate, che sai che sono lì, dentro di te, nascoste da qualche parte… ho scritto il libro «lascia che la felicità accada». Lo trovi a questa pagina amazon e in tutte le librerie. Ti piacerà tantissimo.

Anna De Simone
dott.ssa in psicologia e biologia
Parlo di relazioni intime e soprattutto, del corpo!
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