Come il linguaggio non verbale dei genitori può rendere insicuro un figlio

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Un figlio ascolta davvero solo quello che gli diciamo, oppure impara chi è anche dal modo in cui lo guardiamo, dal modo in cui ci irrigidiamo, dalla postura che assumiamo quando piange, dal volto che facciamo quando sbaglia, dalla distanza che mettiamo quando prova a mostrarci qualcosa di sé?

È da qui che bisognerebbe partire: un bambino non nasce già capace di regolarsi da solo. Non nasce sapendo cosa fare della paura, della rabbia, della frustrazione, dell’eccitazione, della vergogna, del bisogno. Nei primi giorni, nei primi mesi e nei primi anni di vita, il suo sistema nervoso è ancora profondamente immaturo e ha bisogno di un altro corpo per trovare ordine. Prima ancora delle spiegazioni, prima ancora delle regole, prima ancora delle parole, il bambino incontra il volto, la voce, il ritmo, il respiro, le braccia, la postura, la presenza dell’adulto.

È questa la co-regolazione

il bambino prova qualcosa che da solo non sa ancora contenere, e l’adulto gli presta temporaneamente la propria capacità di contenimento. Non lo fa solo dicendo “calmati”, anzi, spesso quella parola arriva quando il bambino è già troppo attivato per poterla usare. Lo fa con il modo in cui lo prende in braccio, con la qualità dello sguardo, con il tono della voce, con la lentezza dei gesti, con un corpo che non si spaventa della sua emozione e non gliela restituisce amplificata.

Quando questa esperienza si ripete, il bambino inizia lentamente a imparare qualcosa di decisivo

Quello che sente può essere attraversato. Può piangere e poi calmarsi. Può avere paura e poi ritrovare sicurezza. Può arrabbiarsi senza distruggere il legame. Può essere confuso senza sentirsi perduto. Il suo sentire, anche quando è intenso, non è un mostro da nascondere, ma un movimento interno che può trovare una forma, un ritmo, una parola, una fine.

L’autoregolazione nasce così. Non nasce dalla richiesta precoce di “fare il bravo”, “non esagerare”, “smettila”, “non piangere”, “controllati”. Nasce da migliaia di esperienze in cui qualcuno, prima di pretendere che il bambino si regoli, lo aiuta a stare dentro ciò che prova. Il bambino non impara a calmarsi perché gli viene ordinato di calmarsi. Impara a calmarsi perché, per molto tempo, qualcuno è riuscito a restare con lui mentre non era ancora capace di farlo da solo.

Per questo il linguaggio non verbale dei genitori è così importante. Non comunica soltanto approvazione o disapprovazione. Comunica al bambino se il suo mondo interno è tollerabile oppure no.

Il corpo del genitore diventa il primo regolatore

Nei primi anni di vita, il bambino non legge il genitore come lo leggerebbe un adulto. Non pensa: “mamma oggi è stanca”, “papà è preoccupato per il lavoro”, “questo sguardo non riguarda davvero me”. Il bambino sente. Registra. Assorbe. Percepisce se il volto dell’adulto si apre o si chiude, se la voce si fa dura, se il corpo si irrigidisce, se lo sguardo resta oppure fugge.

Il corpo del genitore, in questa fase, non è un dettaglio comunicativo. È parte dell’ambiente emotivo del figlio

È come se dicesse continuamente: “puoi stare qui con quello che senti” oppure “quello che senti è troppo”. “Posso aiutarti a dare forma a questa emozione” oppure “questa emozione mi infastidisce, mi invade, mi mette in difficoltà”.

Pensiamo a un bambino che piange. Se il genitore si avvicina con un corpo sufficientemente stabile, con uno sguardo che non lo accusa, con una voce che non lo schiaccia, il bambino non si calma magicamente, ma inizia a ricevere un’informazione profonda: la mia agitazione non distrugge l’altro. Il mio pianto non fa sparire il legame. La mia emozione può essere contenuta dentro una relazione.

Se invece, di fronte al pianto, il genitore sospira con esasperazione, alza gli occhi, si irrigidisce, si allontana, lo guarda come se fosse capriccioso, eccessivo, insopportabile, il bambino riceve un’informazione molto diversa. Non capisce solo che il genitore è infastidito. Può iniziare a sentire che è il suo sentire a essere sbagliato.

Ed è qui che nasce una radice profonda dell’insicurezza: non nel semplice fatto di provare emozioni intense, ma nel sentirle riflesse nello sguardo dell’altro come qualcosa di eccessivo, disturbante o non accettabile.

Quando il bambino non impara a stare dentro ciò che prova

Un figlio diventa più sicuro quando, nel tempo, impara che le sue emozioni hanno un inizio, un picco e una trasformazione. La rabbia non dura per sempre. La paura può essere attraversata. La tristezza può essere condivisa. La frustrazione può essere sostenuta. Ma per impararlo, all’inizio, ha bisogno di qualcuno che non reagisca alle sue emozioni come se fossero un problema da eliminare subito.

Quando il genitore non tollera il sentire del figlio, spesso non se ne accorge. Magari lo ama moltissimo, si occupa di lui, lo protegge, lo segue in tutto. Eppure il suo corpo può comunicare continuamente: “non farmi vedere questa parte di te”. Può accadere quando il figlio piange e il genitore si irrigidisce. Quando ha paura e il genitore minimizza. Quando è arrabbiato e il genitore si offende. Quando è triste e il genitore cambia discorso. Quando è entusiasta e il genitore lo raffredda. Quando sbaglia e il volto dell’adulto diventa una sentenza.

In questi casi il bambino non impara davvero a regolarsi. Impara ad adattarsi. Impara a trattenere, compiacere, prevedere, controllare. Impara che prima di capire cosa sente deve capire che effetto farà sull’altro. Prima ancora di chiedersi “cosa mi sta succedendo?”, si chiede “posso mostrarlo?”.

Questa non è sicurezza. È sorveglianza.

Molti bambini apparentemente “bravi”, “maturi”, “tranquilli”, “autonomi” non sono sempre bambini ben regolati. A volte sono bambini che hanno imparato presto a non disturbare il sistema emotivo dell’adulto. Non chiedono troppo, non piangono troppo, non insistono troppo, non portano emozioni troppo scomode. Sembrano capaci di autoregolarsi, ma in realtà hanno imparato a disattivarsi, a ridurre il volume di sé, a non occupare troppo spazio.

Lo sguardo del genitore può diventare una base sicura o un tribunale

Lo sguardo è una delle prime forme attraverso cui un figlio si sente esistere. Prima ancora di capire le parole, il bambino cerca il volto dell’adulto per orientarsi. Vuole sapere: “sono al sicuro?”, “quello che provo è sostenibile?”, “posso continuare?”, “sono ancora amabile anche così?”.

Uno sguardo accogliente non è uno sguardo sempre sorridente. È uno sguardo che resta in contatto. Uno sguardo che non si ritrae appena il bambino mostra qualcosa di scomodo. Uno sguardo che può essere fermo, anche severo quando serve, ma non disprezzante. Uno sguardo che comunica: “ti sto guidando, non ti sto umiliando”.

Lo sguardo che rende insicuro, invece, è spesso uno sguardo che valuta prima di comprendere. È lo sguardo che si indurisce davanti all’errore, che si spegne davanti all’entusiasmo, che si alza al cielo davanti al bisogno, che comunica delusione prima ancora di dire una parola. È lo sguardo che fa sentire il figlio non semplicemente corretto, ma ridotto.

Il bambino non traduce tutto questo in pensieri chiari

Non si dice: “il linguaggio non verbale di mio padre mi sta comunicando indisponibilità” oppure “mia madre non riesce a sostenere la mia attivazione emotiva”. Più facilmente arriva a una conclusione molto più dolorosa: “sono io che non vado bene”.

Questa è la ferita più silenziosa. Il figlio non distingue ancora tra il comportamento che può essere corretto e la propria identità che merita di restare intatta. Se ogni errore incontra uno sguardo di disgusto, se ogni bisogno incontra un volto esasperato, se ogni emozione intensa incontra un corpo che si chiude, il bambino può iniziare a sentire che il problema non è quello che fa, ma quello che è.

Il linguaggio non verbale insegna se il legame regge

Un bambino non ha bisogno di genitori sempre calmi, sempre dolci, sempre disponibili. Ha bisogno di fare esperienza di un legame che regge anche quando qualcosa si muove. Può esserci un rimprovero, ma non deve esserci annientamento. Può esserci un limite, ma non deve esserci gelo. Può esserci una frustrazione, ma non deve esserci ritiro affettivo.

Il linguaggio non verbale diventa decisivo proprio in questi momenti. Un genitore può dire “non sono arrabbiato con te”, ma se il suo corpo resta distante, se il volto è chiuso, se il silenzio diventa punitivo, il figlio non crede alla frase. Crede al corpo. E spesso fa bene, perché il corpo comunica ciò che la parola prova a nascondere.

Quando il bambino percepisce che il legame si interrompe ogni volta che lui sbaglia, sente, chiede o delude, non sviluppa soltanto insicurezza. Sviluppa paura relazionale. Inizia a credere che per essere amato debba monitorare continuamente l’altro. Deve capire quando parlare, quanto chiedere, quanto mostrarsi, quanto ridurre il proprio sentire per non perdere vicinanza.

È così che alcuni figli diventano adulti ipersensibili ai cambiamenti minimi del volto altrui

Un messaggio più freddo li destabilizza. Una pausa li mette in allarme. Un tono diverso li fa sentire immediatamente in difetto. Una persona che si chiude li riporta a una vecchia sensazione: “ho fatto qualcosa di sbagliato, adesso devo recuperare”.

Non è fragilità senza motivo. È una memoria relazionale. Il corpo ha imparato che il cambiamento dell’altro può annunciare perdita, rifiuto, punizione, distanza.

Quando il genitore chiede autocontrollo prima di aver offerto regolazione

Molti genitori pretendono autoregolazione da un bambino che non ha ancora avuto abbastanza esperienze di co-regolazione. Gli chiedono di calmarsi, ragionare, non esagerare, controllarsi, smettere di piangere, non essere melodrammatico, non fare scenate. Ma un bambino non può usare stabilmente una capacità che è ancora in costruzione.

È come pretendere che un bambino legga fluentemente prima di aver imparato le lettere. L’autoregolazione è una conquista progressiva, non un comando. Ha bisogno di maturazione, ripetizione, relazione, esperienza corporea. Ha bisogno di un adulto che, tante volte, faccia da ponte tra l’emozione grezza e la possibilità di darle un nome.

Quando un bambino è travolto, la prima domanda non dovrebbe essere: “come faccio a farlo smettere?”. La domanda più utile è: “che cosa gli sta succedendo dentro e come posso aiutarlo a non esserne spaventato?”. Perché se il genitore reagisce soltanto alla manifestazione esterna, pianto, rabbia, chiusura, agitazione, rischia di perdere il processo interno. Vede il comportamento, ma non vede il bambino che non sa ancora come abitare il proprio stato emotivo.

Naturalmente questo non significa permettere tutto

La co-regolazione non è assenza di limiti. Anzi, un limite dato con un corpo stabile può essere profondamente regolativo. “Non ti lascio colpire tuo fratello” può essere detto senza disgusto. “Capisco che sei arrabbiato, ma non puoi rompere gli oggetti” può essere detto senza far sentire il bambino cattivo. “Adesso ci fermiamo” può essere pronunciato con fermezza e presenza, non con disprezzo.

Il punto non è evitare il limite. Il punto è non trasformare il limite in una minaccia al valore del figlio. Un genitore può dire “no” con un corpo che protegge, oppure con un corpo che umilia. La differenza, per il bambino, è enorme.

I figli imparano dal clima, non solo dagli episodi

Un singolo sguardo duro non rende insicuro un figlio. Un singolo momento di stanchezza non compromette la sua crescita. Una risposta sbagliata, da sola, non definisce il destino emotivo di un bambino. La sicurezza o l’insicurezza si costruiscono soprattutto nella ripetizione.

Il figlio impara dal clima abituale. Impara se, in quella casa, le emozioni possono circolare o devono essere subito corrette. Impara se il bisogno viene accolto o vissuto come fastidio. Impara se l’errore apre una possibilità di guida o una caduta nella vergogna. Impara se il volto dell’adulto resta accessibile o diventa improvvisamente irraggiungibile.

È la ripetizione a diventare previsione. Se ogni volta che piange incontra irritazione, impara ad anticiparla. Se ogni volta che prova entusiasmo incontra freddezza, impara a ridimensionarsi. Se ogni volta che chiede aiuto incontra impazienza, impara a vergognarsi del bisogno. Se ogni volta che sbaglia incontra uno sguardo svalutante, impara a temere l’esposizione.

Con il tempo, quel linguaggio non verbale esterno può diventare voce interna

Il figlio non ha più bisogno dello sguardo giudicante del genitore perché lo ha interiorizzato. Si osserva da solo con quello stesso sguardo. Si corregge prima ancora di essere corretto. Si vergogna prima ancora che qualcuno lo giudichi. Si blocca prima ancora di tentare.

È così che il linguaggio non verbale può trasformarsi in insicurezza: non perché il bambino ricordi ogni scena, ma perché impara una postura verso se stesso.

La riparazione è una forma altissima di sicurezza

La buona notizia è che non serve essere genitori perfetti. Serve essere genitori capaci di tornare. La sicurezza non nasce da un volto sempre disponibile, ma da un legame in cui le rotture possono essere riconosciute e riparate.

Un genitore può accorgersi di essersi irrigidito e dire: “Prima ti ho guardato male, ma non eri tu a essere sbagliato. Ero io nervoso”. Può dire: “Ti ho risposto con impazienza, ricominciamo”. Può dire: “Quando ti sei messo a piangere mi sono agitato, ma la tua tristezza non è un problema”. Può dire: “Il limite resta, ma non voglio che tu ti senta umiliato”.

Queste frasi sono potenti perché separano il bambino dallo stato emotivo dell’adulto. Gli insegnano che non tutto quello che vede sul volto del genitore parla del suo valore. Gli insegnano che un adulto può essere stanco senza farlo sentire sbagliato, può arrabbiarsi senza ritirare amore, può mettere un limite senza rompere il contatto.

La riparazione insegna una cosa che resterà anche nella vita adulta: le relazioni possono incrinarsi senza diventare pericolose. Si può sbagliare e restare degni. Si può provare un’emozione intensa e non perdere il legame. Si può essere corretti senza essere cancellati.

Il figlio ha bisogno di sentire che il proprio mondo interno è abitabile

Alla fine, il linguaggio non verbale dei genitori incide così tanto perché, nei primi anni, il bambino usa il corpo dell’adulto per capire il proprio corpo. Se l’adulto si spaventa, si chiude, si irrigidisce o si allontana davanti alle sue emozioni, il bambino può imparare che ciò che sente è troppo. Se invece l’adulto resta sufficientemente presente, il bambino può iniziare a sentire che dentro di lui accadono cose intense, ma non impossibili.

Questo è il passaggio decisivo: un figlio diventa più sicuro quando può stare dentro il proprio sentire senza doverlo immediatamente reprimere, spiegare, giustificare o trasformare per proteggere l’adulto. Diventa più sicuro quando scopre che la paura non lo rende debole, la rabbia non lo rende cattivo, la tristezza non lo rende pesante, il bisogno non lo rende sbagliato.

Il genitore, con il suo linguaggio non verbale, può comunicare tutto questo molto prima delle parole

Può dirlo con uno sguardo che resta, con una postura che si avvicina, con una voce che non schiaccia, con un volto che non si trasforma in giudizio, con una presenza che non pretende dal bambino una maturità che ancora non può avere.

Perché l’autoregolazione, prima di diventare una capacità personale, è stata una storia relazionale. È stata qualcuno che ha saputo fare spazio a ciò che il bambino provava quando lui non sapeva ancora come farlo. È stata un corpo adulto che non ha trasformato ogni emozione in un’emergenza. È stata una presenza capace di dire, anche senza parole: “quello che senti può essere sostenuto, e tu puoi restare amabile anche mentre lo attraversi”.

Un figlio, prima di imparare a dirsi “posso farcela”, ha bisogno di sentirlo nel corpo di chi si prende cura di lui. Ha bisogno di incontrare qualcuno che non gli chieda subito di controllarsi, ma che gli mostri, giorno dopo giorno, che il suo mondo interno non è un luogo da temere.

È lì che nasce la sicurezza. Non nell’assenza di emozioni difficili, ma nella possibilità di attraversarle senza perdere se stessi e senza perdere l’altro.

Il futuro emotivo di tuo figlio si costruisce nella qualità del vostro dialogo

E quel dialogo non è mai fatto solo di parole. È fatto di come le dici, di come lo guardi, di cosa scegli di non dire. Ogni volta che lo fai sentire visto, anche nei suoi momenti più fragili, stai piantando un seme di forza.

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