Come reagire a una delusione d’amore

delusione d amore

Se la delusione ti ha spento un sogno, non lasciare che ti spenga la vita. Vivila fino in fondo, troverai un nuovo tesoro: la tua serenità!

Quando una coppia è in crisi potrebbe essere utile prendere in considerazione una  psicoterapia di coppia, ma se comunque alla fine la storia si chiude,  normalmente c’è una persona che viene lasciata ed una che lascia.

La persona lasciata, vive, per un tempo non definibile (perché diverso da soggetto a soggetto), una serie di passaggi di ‘stato’ caratterizzati prevalentemente da sofferenza, che per alcuni può anche essere intollerabile al punto di essere dipendenti affettivamente per un certo lasso di tempo; nella fase successiva accade, non di rado, che l’amato viene ‘sostituito’ da una persona che in qualche modo possa compensare la mancanza, ma il più delle volte rappresentano solo dellemere illusioni; infine, alla fine di una lunga elaborazione (simile a quella del lutto) si intravede un nuovo percorso, una nuova prospettiva, in alcuni casi addirittura una trasformazione. Un po’ come dire che, l’esperienza, seppur dolorosa, ha fornito al soggetto lo spunto per vedersi meglio dentro e comprendere i proprio bisogni, limiti e potenzialità.

Nei giorni (a volte mesi) che seguono la separazione, colui che subisce l’abbandono viene colto, a giorni alterni, da momenti di disperazione e ansia. Si va alla ricerca dei perchée e immancabilmente non riesce a rassegnarsi alla decisione dell’altro.

Il deluso sperimenta su se stesso tutti quei comportamenti tipici del disturbo ossessivo compulsivo, è incapace di controllare i contenuti della propria mente, la sua attenzione è monopolizzata da pensieri e immagini che la sua volontà non riesce a scacciare (pensa continuamente e senza sosta alla persona che lo ha lasciato e sono manifesti i sintomi tipici della depressione: apatia, svogliatezza, senso di vuoto, perdita di interesse verso le proprie passioni, perdita di appetito, insonnia, difficoltà di concentrazione, etc).

In sostanza, il deluso evidenzia la mancata accettazione del fatto di essere stato lasciato e questo ‘stato’ ha una durata che può variare da 1 a 6 mesi, a seconda delle capacità individuali di accettare il fatto, andare incontro al cambiamento e riuscire a staccarsi dall’altro.

In questo periodo, potrebbe essere utile dominare il tempo riempendolo di altre cose; evitare quindi di stare soli, cercare di uscire con amici, se viene da piangere, non evitarlo (a volte, piangere, fa molto bene) , parlare con amici, viaggiare, etc. Laddove è possibile, evitare di prendere decisioni (di qualsiasi tipo), e in particolare, sospendere tutto, anche il giudizio, perché se una possibilità di tornare insieme esiste, questa non deve essere forzata in nessuna maniera, deve arrivare con naturalezza e spontaneità dall’altro. Insomma, si può fare poco o nulla per ripristinare la situazione precedente e quindi la cosa più opportuna è quella di vivere la quotidianità in maniera più equilibrata e con la minore sofferenza possibile.

In questa fase è importante, inoltre, mantenere la consapevolezza e non abbandonarsi ai diversi stati d’animo che si accavallano, per non confondersi e credere, ad esempio, si essersi ammalati senza rimedio. Proviamo quindi a concettualizzare il nostro stato come se fossimo in preda a qualche demone che a volte ci fa star bene a volte male e che con il tempo, i momenti di benessere aumenteranno sempre più. Insomma, non vi siete persi definitivamente ma solo in maniera transitoria.

Tutte le battaglie nella vita servono a insegnarci qualcosa, anche quelle perdute.
P. Coelho

Una grande sofferenza ci pervade e non di rado si ha la paura di vedere l’altro in ‘altra’ compagnia, oppure di non riuscire a trovare un’altra persona adatta.

Cosa fare? Inutile negarlo, la sofferenza va accettata. La propria sofferenza, in quel momento è enorme e a nulla valgono i suggerimenti di moderazione che ci giungono da amici. Però potrebbe essere utile, nei momenti di lucidità paragonare la nostra sofferenza con, ad esempio, la disperazione di una madre che perde il proprio figlio in guerra, la fame nel mondo, le guerre, i terremoti e le inondazione e le conseguenti sofferenze delle popolazioni.

Una cosa assolutamente da fare è quella di evitare i sentimenti diautosvalutazione, di non darsi la colpa per quello che è successo. Di non fare, ad esempio, l’errore di giustificare l’altro per averci lasciato perchè siamo dei pigri, perchè ci siamo fatti crescere la pancia, perchè non ci lavavamo i denti ogni mattina o perchè non prestavamo attenzione alle sue esigenze, etc. insomma, sentirsi brutti, fragili, piccoli, inutili.

Allora cosa fare?

Consideriamo una cosa fondamentale e cioè che in amore le persone si amano per quello che sono, e che non troveremo mai nessuno uguale a noi stessi anche perché se non sempre, sicuramente quasi sempre, ci scegliamo gli opposti perchè sono fonte di arricchimento e di compensazione.

Le motivazioni nella scelta dell’altro sono molteplici, quasi sempre tutte inconsce e spesso come forma di compensazione (scegliamo le persone che soffrono perché vogliamo fare del bene, oppure perchè da piccoli siamo stati tanto amati e noi ricambiamo quell’amore, etc. ). Ma il punto vero è che dobbiamo sempre ricordare che noi siamo ciò che siamo e quindi, anche con margini di miglioramento (chi non ne ha?) noi siamo nel giusto come lo era l’altro. Le storie finiscono, semplicemente perché si esaurisce l’amore, o la spinta propulsiva che ci spingeva verso l’altro (le altre ‘ragioni’ , pancia, barba lunga etc, sono sciocchezze e fuorvianti).

Dobbiamo assolutamente evitare di idealizzare l’altro perché così facendo ci condanniamo a prolungare la fase di sofferenza e a ritardare l’accettazione della perdita; le persone sono piene di difetti con cui spesso non riusciamo a convivere, se queste hanno preso la decisione di abbandonarci, a maggior ragione facciamo un errore nel continuare ad idealizzare un sentimento unilaterale.

Le illusioni ci aiutano a vivere. Le delusioni, a morire.

Roberto Gervaso, La volpe e l’uva, 1989

A cosa serve idealizzare chi, ad esempio, ci ha giurato eterno amore e poi, sparisce? Le difficoltà si affrontano insieme e mai separandosi. Quindi evitare di cadere in questa trappola (mai più troverò un amore simile; resterò sempre solo/a; ho sbagliato tantissime cose, era perfetto/a, etc)

Grandissimo aiuto ci potrebbe venire dai familiari e quindi usiamoli. Parliamo con i nostri genitori perché aiuta a superare prima e meglio i brutti momenti e perché potrebbero avere la capacità di sdrammatizzare stati d’animo che possono sembrarci impossibili da gestire.

Vivere (quando ci si riesce) sempre alla giornata e non pensare mai al domani. L’dea che potremmo avere in questi casi, del nostro domani, non è mai reale. La ragione deve dominare sul cuore e lo può fare solo vivendo il presente; in questo modo sarà più facile affrontare in maniera sana i diversi stati d’animo e sarà meno doloroso gestirli.

Ovviamente è opportuno non rispondere al canto delle sirene (lo/la voglio vedere). Ulisse si fece legare per evitarlo, quindi anche voi, evitate ogni possibilità di contatto; questo perché la sensazione che si prova nel rivederlo/a scatena uno stato di euforia e di esaltazione enorme e quasi sempre inutile. Del resto è più faciledimenticare una persona se non la vediamo più. Pensate che dramma sarebbe, ad esempio, se il vostro perduto amore, lavora nel vostro stesso ambiente di lavoro … una ferita perennemente sanguinante. Unica possibile (e ammessa) variante, il caso che sia l’altro a volerci vedere, lì la risposta varia da caso a caso, anche perchè non è da escludere che l’altro abbia avuto modo di ripensare alla sua decisione. Solo che in questo caso potrebbe essere opportuno sapere ciò che si desidera perché il più delle volte, l’incontro, si conclude con tante inutili e sterili chiacchiere, quindi accettare l’incontro a specifiche condizioni.

Non chiudersi è fondamentale come fondamentale è assecondare ogni occasione di cambiamento ma ciò che veramente è indispensabile è: fare tesoro di questa esperienza. Fare tesoro significa soggettivizzare il tutto. Dare la colpa all’altro, agli altri, comunque al di fuori di noi stessi, anche se potrebbe essere verissimo, non serve a nulla.

Ciò che serve è porsi delle domande con il solo scopo di migliorare noi stessi. Dobbiamo cambiare prospettiva, atteggiamento.

Trasformare l’innegabile ‘veleno’ di quest’abbandono, in medicina che cura e guarisce

 

A cura del dottor Domenico Bumbaca, psicoanalista

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