Cosa si cela dietro le persone troppo altruiste?

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Parliamoci chiaro, aiutare gli altri è gratificante. La solidarietà umana fa parte di un sano sistema di valori, indispensabile alla vita sociale, tanto più nella società dominata dall’egoismo, competitività e un esagerato individualismo. In riferimento al tema dell’aiuto al prossimo, ne sanno qualcosa i genitori che tutti i giorni si trovano a fare i conti da una parte con i figli bisognosi di aiuto e dall’altra con il bisogno di rendere gli stessi autonomi.

Ne sanno qualcosa coloro che si occupano di volontariato a contatto con le fasce deboli o coloro che sono chiamati a decidere sulle misure delle politiche sociali. E poi, a ciascuno di noi è capitato in qualche periodo di avere qualche amico/amica particolarmente bisognoso di sostegno o di esserlo noi: telefonate interminabili per raccontare i guai, favori continui, incoraggiamenti ed esortazioni o problemi pratici da risolvere.

Sappiamo quanto sia facile sentirsi sopraffatti da richieste, pur con le nostre migliori intenzioni, e di fare le cose per gli altri a discapito delle cose da fare per noi stessi o del tempo per rilassarci e curare i nostri interessi. Ecco, quello è un campanello d’allarme, a meno che non si tratti di figli piccoli o periodi di malattia dei familiari che necessariamente richiedono un impegno maggiore per un tempo limitato. Certo, aiutare il prossimo è una delle più belle cose al mondo, ma è necessario evitare chi si approfitta della bontà altrui per non farsi del male.

Ve lo racconto con una storiella

C’era una volta una crocerossina che sognava di aiutare il mondo. Ogni volta che vedeva una persona bisognosa, lei offriva premurosamente la sua spalla per piangere o una mano affettuosa per curare.  Non si risparmiava per nessuno finché un giorno incontrò una persona “speciale”, davvero molto triste, e che aveva tanto bisogno di lei.

Quella persona speciale sembrava  aver vissuto le cose peggiori nella vita e richiedeva tutta la sua attenzione, giorno e notte. La crocerossina non riusciva più ad aiutare gli altri perché tutte le sue forze si concentravano su quella povera persona che, ogni giorno, soffriva di un male diverso e sempre peggiore del precedente. Quello che la crocerossina non sapeva, è che nessun male affliggeva veramente quella persona, a parte un’enorme voragine nel cuore che non riusciva a colmare che con l’attenzione di chi gli stava attorno. Il risultato? La crocerossina crolla e si chiede se è davvero in grado di aiutare gli altri visto che per prima non è in grado di aiutare se stessa.  Lei si sentirà sola e inutile.

Questo atteggiamento è riconosciuto universalmente come sindrome da crocerossina o di Wendy, in riferimento alla compagna di Peter Pan che, sull’isola che non c’è, si prese cura di tutti i bambini sperduti.

A volte aiutare gli altri è il modo di occuparci della vita altrui per non occuparci della nostra

Questo perché ci sarebbe davvero tanto da fare (o così ci sembra), che preferiamo rimandare o chiudere gli occhi per tutto quel che non va nella nostra di vita. Ovviamente, questo atteggiamento è deleterio, sia perché la prima persona la quale abbiamo il dovere di aiutare siamo noi stessi.

L’essere “troppo buoni e generosi” è una modalità che si è appresa fin dall’infanzia per motivi di sopravvivenza. Si doveva mettere per primi i bisogni degli altri per non essere abbandonati o puniti. Si è imparato ad evitare il conflitto perché è stato gestito in famiglia in modi che hanno fatto soffrire e provare molto dolore

Altruismo patologico secondo la psicologia

Spesso l’altruista compulsivo è il primo ad offrire il proprio aiuto in modo indistinto non valutando le condizioni e le motivazioni che lo spingono ad agire. Apparentemente, l’atteggiamento da crocerossina, può essere confuso con l’altruismo. In realtà, tra le due cose, c’è una grandissima differenza: una persona altruista è equilibrata e non sacrifica o annulla la propria vita, piuttosto utilizza la sua sensibilità e l’empatia per comprendere il dolore degli altri e supportarli nei momenti del bisogno.

Riconoscere la dipendenza da crocerossina e scavare sulle motivazioni interiori che portano a questo atteggiamento, è un primo passo verso l’autonomia affettiva.

L’essere “troppo buoni e generosi” è una modalità che si è appresa fin dall’infanzia per motivi di sopravvivenza. Si doveva mettere per primi i bisogni degli altri per non essere abbandonati o puniti. Si è imparato ad evitare il conflitto perché è stato gestito in famiglia in modi che hanno fatto soffrire e provare molto dolore Secondo un’attenta analisi psicoanalitica vi sarebbero cinque differenti cause alla base dell’altruismo compulsivo:

1. Difesa dall’intimità

Ricevere implica la creazione di un contatto profondo con un’altra persona che vuole regalarci un abbraccio, un complimento, un gesto con cui esprimere il suo desiderio di avvicinarsi a noi. La paura dell’intimità costituisce una barriera protettiva disfunzionale che  impedisce di creare un punto di incontro con l’altro, accettando la sua presenza nella propria sfera intima.

2. Mantenere il controllo

Dare senza ricevere consente di mantenere il controllo sulle relazioni e di evitare di mettersi in gioco nella dinamica relazionale. Uno degli effetti più gravi che l’altruismo compulsivo può determinare è quello di non riuscire più a distinguere se siamo disponibili a dare perché mossi da un autentico sentimento di generosità o perché prigionieri di un circolo vizioso che ci protegge dal contatto.

3. Paura di sentirsi in obbligo

La paura di ricevere può essere anche ricondotta ad una condizione  passata in cui si è ricevuto un riconoscimento o un complimento solo dopo aver conseguito un risultato. Questo significa che il compiacere le persone affettivamente significative era l’unico modo per essere amati e che la percezione di quello che siamo è determinata da quello che facciamo. In quest’ottica il ricevere corrisponde a sentirsi osservati e valutati e fa sentire sempre sotto esame e mai al sicuro.

4. Equiparare il ricevere all’essere egoisti

I condizionamenti culturali e religiosi e una cultura romantica molto in voga hanno definito un quadro relazionale nel quale dare è considerato un gesto più accettabile che ricevere. Inoltre il narcisismo dilagante che mette al centro della vita l’esistenza assoluta del singolo ma non tiene in considerazione il contesto sociale di appartenenza, ha creato una sorta di stigma verso chi persegue in modo sano la propria autorealizzazione anche attraverso il ricevere un riconoscimento.

Sfortunatamente si trascura il fatto che vi è anche un narcisismo sano che è alla base della creazione del benessere individuale che consente di assaporare i piaceri della vita senza calpestare o escludere il contesto di riferimento. Alternare dare e ricevere è un modo maturo e consapevole per stabilire una relazione sana e appagante con un altro individuo, consente di mantenere una condizione di equilibrio e allo stesso tempo di nutrirsi affettivamente.

5. Non ricevere per evitare di contraccambiare

Il timore di ricevere può celare la paura di sentirsi in debito rispetto ad un complimento ricevuto o ad una cortesia fatta senza alcuno scopo se non quello di dare piacere. Si assume che dietro ogni gesto possa esservi sempre un secondo fine come se le relazioni umane fossero regolate dal principio della manipolazione e del controllo.

Nessuno può o deve salvare l’altro!

Dare è meraviglioso: mette di buon umore, aiuta a sentirsi meglio, rende la vita più serena. Non parliamo solo di generosità in senso materiale, ma dell’essere generosi a livello sentimentale, concedersi emotivamente. Eppure la felicità non sta solo nel dare, anche ricevere è un diritto!

Tu meriti di essere amato, riconosciuto e sostenuto

Tutti abbiamo bisogno di sapere che ci sono persone che ci amano, ci sostengono e riconoscono i nostri sforzi. Se diamo continuamente senza ricevere nulla in cambio, non dobbiamo sorprenderci se un giorno, guardando dentro di noi, percepiamo un enorme vuoto emotivo. Pertanto, anche se questo non significa che dobbiamo aiutare solo chi può restituirci il favore, è importante che usiamo il nostro tempo e le energie con quelle persone che riconoscono veramente i nostri sforzi e, soprattutto, sono disposte a impegnarsi e assumersi la responsabilità, non con noi, ma con se stesse, con il processo di cambiamento e miglioramento che hanno iniziato.

Molti mi dicono che “ormai il loro destino è segnato”. Falso!

Tu hai sempre potere di scegliere: fare o non fare, dire o non dire. Per questo dovresti capire bene il concetto di senso di VALERE.  Significa andare oltre i ruoli di vittima e carnefice, delle idee di giusto e sbagliato, e smettere di dividere il mondo in persone “buone” e “cattive“. Quando ti assumi la responsabilità di te, il gigantesco modello di realtà, a cui ti hanno abituato fin dalla nascita, e a cui sei assuefatto, crolla come un castello di carte.

Lascia perdere tutti i tuoi dubbi, tanto per l’ignoto non ci sono preparazioni. MA RICORDA… il mondo è un grande posto, ed è pieno di opportunità. Sarai faccia a faccia con le tue vulnerabilità. E se le riconosci potrai usarle come trampolino per un miglioramento personale. Hai l’opportunità di rafforzare la tua resilienza,  la tua indipendenza, le tue connessioni con il mondo. Hai l’opportunità di reinventarti. Trova soluzioni nuove, diverse, a cui non avresti mai pensato. Scopri un altro lato di te stesso. Cogli la tua prima opportunità promettendo a te stesso di fare già da ora qualcosa di nuovo o di diverso. E so che puoi farcela…. perché tu VALI e meriti di saperlo!

Costruisci le tue nuove consapevolezze

Quando il pensiero di “non valere” diventa parte integrante della propria vita, mille persone potrebbero mettersi in fila per te, potrebbero dirti «sei bravissimo» e guardarti con gli occhi dell’ammirazione. Sicuramente questo ti lusingherà per qualche ora ma… passato il coinvolgimento del momento, puff, il tuo schema del “non valere” ritornerà a farsi sentire con tutti i suoi effetti. Allora tu ritornerai a essere la “spalla di…” e non “il protagonista indiscusso della tua vita”. Ritornerai a essere troppo severo con te stesso, avere dubbi e incertezze, tornerai ad avere difficoltà a dire di «no» e a essere fin troppo disponibile con chi non lo merita.

Questo succede perché la convalida che tutti noi vorremmo non deve arrivare dall’esterno, bensì dovrebbe emergere tra le tue consapevolezze. In altre parole: conoscendoti davvero per ciò che sei (e non per ciò che ti hanno fatto credere gli altri), puoi diventare consapevole del tuo valore. Se hai voglia di conoscerti e trattarti come il tuo “oggetto di studio”, allora ti consiglio di leggere il libro «d’amore ci si ammala, d’amore si guarisce», non lasciarti ingannare dal titolo, non si tratta di un libro per coppie e cuori infranti! Bensì di un manuale di psicologia che ti prenderà per mano e ti condurrà alla scoperta di te, dei tuoi bisogni autentici e delle tue nuove consapevolezze. Puoi trovarlo in qualsiasi libraria o su amazon.

A cura di Ana Maria Sepe, psicologo e fondatrice della rivista Psicoasvisor
Autore del libro Bestseller “Riscrivi le pagine della tua vita” Edito Rizzoli
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