Cosa si nasconde dietro il perfezionismo? Cause psicologiche e neurofisiologiche

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Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor

Ci sono persone che non riescono a godersi nemmeno i propri successi. Quando raggiungono un obiettivo, anziché provare soddisfazione, cominciano immediatamente a pensare a ciò che avrebbero potuto fare meglio. Rileggono dieci volte un messaggio prima di inviarlo, si tormentano per una parola sbagliata, ripensano per ore a una conversazione e, anche quando ricevono complimenti, trovano sempre qualcosa da rimproverarsi.

Da fuori sembrano persone estremamente esigenti, organizzate, determinate

Spesso vengono ammirate per la loro dedizione, per la capacità di anticipare i problemi, per l’attenzione che riservano a ogni dettaglio. Eppure, dietro questa apparente padronanza, può nascondersi una condizione emotiva molto diversa: la sensazione di non potersi permettere di sbagliare.

Il perfezionismo, infatti, non coincide necessariamente con il desiderio di eccellere. Esiste una differenza sostanziale tra chi si impegna per raggiungere un risultato e chi sente di doverlo raggiungere per non perdere qualcosa di sé.

Nel primo caso, l’impegno nasce da una motivazione: voglio riuscirci. Nel secondo, può nascere da una minaccia: non posso permettermi di fallire. Ed è proprio questa differenza a trasformare una qualità apparentemente positiva in una fonte di sofferenza. Perché, talvolta, dietro il bisogno di essere impeccabili si nasconde la paura di scoprire che, senza risultati da mostrare, non ci si sentirebbe abbastanza.

1. Quando il valore personale dipende da ciò che riusciamo a fare

Uno degli aspetti più dolorosi del perfezionismo è il legame che può instaurarsi tra prestazione e valore personale. Non ci limitiamo più a valutare quello che facciamo, ma cominciamo a valutare noi stessi attraverso quello che facciamo. Un errore professionale non rappresenta soltanto qualcosa da correggere: diventa la prova della nostra inadeguatezza. Una critica non riguarda più un comportamento, ma sembra mettere in discussione la nostra intera persona.

È una forma di autostima condizionata, nella quale il riconoscimento del proprio valore dipende dalla capacità di soddisfare determinati standard.

Chi vive questa condizione può sviluppare una relazione particolarmente severa con se stesso. I risultati positivi vengono rapidamente normalizzati, mentre gli errori acquistano un’importanza sproporzionata. Un successo diventa qualcosa che avremmo dovuto ottenere. Un insuccesso, invece, diventa qualcosa che non avremmo mai dovuto permetterci.

Questa asimmetria produce una conseguenza molto interessante: la persona perfezionista può impegnarsi moltissimo senza sperimentare una soddisfazione proporzionata ai propri sforzi.

Pensiamo a chi lavora per mesi a un progetto. Durante la preparazione immagina quanto sarà felice quando tutto sarà concluso. Eppure, arrivato il momento, non riesce a fermarsi. Individua un dettaglio migliorabile, confronta il proprio lavoro con quello degli altri, si preoccupa delle valutazioni che riceverà.

Il traguardo non diventa un luogo in cui riposare. Diventa il punto da cui ricominciare a dimostrare.

In psicologia, le ricerche distinguono le aspirazioni perfezionistiche, legate al perseguimento di standard elevati, dalle preoccupazioni perfezionistiche, caratterizzate dal timore di sbagliare, dall’autocritica e dalla paura della valutazione negativa.

Sono soprattutto queste ultime a mostrare associazioni consistenti con il disagio psicologico, l’ansia, i sintomi depressivi e altre forme di sofferenza.

Il problema, quindi, non è necessariamente desiderare molto da sé. È non riuscire più a riconoscersi un valore quando non si è all’altezza delle proprie aspettative. A quel punto, il perfezionismo non serve soltanto a raggiungere un obiettivo. Serve a tenere lontana un’emozione che appare intollerabile: la vergogna di sentirsi insufficienti.

2. Il bambino che ha imparato a meritarsi l’approvazione

Per comprendere certe forme di perfezionismo dobbiamo osservare anche la storia delle relazioni attraverso cui abbiamo costruito l’immagine di noi stessi. Un bambino non nasce sapendo quanto vale. Comincia a conoscersi attraverso le risposte che riceve dall’ambiente, gli sguardi che incontra, il modo in cui vengono accolti i suoi tentativi, le sue difficoltà, i suoi successi e i suoi errori.

Quando un bambino viene riconosciuto anche nei momenti di vulnerabilità, può gradualmente imparare che il proprio valore non coincide con la capacità di soddisfare le aspettative altrui.

Ma immaginiamo un’esperienza differente.

Un bambino che riceve grande entusiasmo quando eccelle, ma disapprovazione quando delude. Che viene lodato soprattutto perché è bravo, ordinato, responsabile, autonomo. Che percepisce la delusione degli adulti come qualcosa da evitare a ogni costo. Oppure un bambino che cresce accanto a figure particolarmente critiche, imprevedibili o esigenti, e impara a controllare attentamente il proprio comportamento per ridurre le occasioni di conflitto.

Non è necessario che qualcuno gli dica esplicitamente di essere perfetto.

A volte basta che sperimenti ripetutamente una differenza tra ciò che accade quando soddisfa le aspettative e ciò che accade quando non riesce a farlo. Il messaggio che può interiorizzare è molto profondo: per essere apprezzato devo comportarmi in un certo modo. Per non deludere devo anticipare le richieste. Per non essere criticato devo evitare gli errori.

Le ricerche sulla considerazione genitoriale condizionata, cioè sull’approvazione concessa o ritirata in funzione del comportamento del figlio, mostrano associazioni con un’autostima più dipendente dalle prestazioni e con forme di regolazione del comportamento basate sulla pressione interiore.

In una prospettiva psicodinamica, possiamo leggere questo processo anche attraverso l’interiorizzazione delle aspettative e delle critiche delle figure significative.

Il bambino cresce, ma quella voce giudicante può continuare a vivere dentro di lui.

Non serve più un genitore che dica «potevi fare meglio». A volte è la persona stessa a ripeterselo, anche dopo aver ottenuto risultati eccellenti. Quello che un tempo poteva essere un tentativo di conservare l’approvazione dell’altro diventa, nell’età adulta, un sistema di sorveglianza rivolto contro se stessi.

Naturalmente, non tutti i perfezionismi hanno origine in un’infanzia difficile. Temperamento, apprendimento, esperienze scolastiche, contesto sociale e modelli culturali concorrono alla loro formazione.

Viviamo inoltre in una società che attribuisce enorme importanza alla produttività, alla prestazione, alla visibilità e al successo. Una società nella quale sembra che non basti più essere competenti: bisogna essere straordinari. Non basta stare bene: bisogna migliorarsi continuamente.

Così, una pressione che nasce nelle relazioni può trovare nell’ambiente sociale una continua conferma.

E la persona rischia di trascorrere l’intera vita cercando di diventare qualcuno che finalmente non possa essere criticato. Ma c’è una contraddizione: se la propria sicurezza dipende dall’impossibilità di sbagliare, nessun successo potrà renderla davvero stabile.

3. Le neuroscienze del perfezionismo: un cervello che attribuisce troppo peso all’errore

Per comprendere il perfezionismo dobbiamo considerare un’altra dimensione: il modo in cui il cervello monitora le nostre azioni, riconosce gli errori e anticipa le conseguenze dei comportamenti. Il cervello non si limita a registrare quello che accade. Confronta continuamente ciò che ci aspettiamo con ciò che effettivamente avviene, aggiornando le proprie previsioni e orientando le decisioni successive.

Quando commettiamo un errore, entrano in gioco reti neurali coinvolte nel monitoraggio della prestazione e nel controllo cognitivo, comprese regioni frontali e della corteccia cingolata anteriore.

Questo sistema è indispensabile per imparare. Ci permette di correggerci, modificare una strategia e adattarci alle circostanze.

Ma quando l’errore assume un significato fortemente minaccioso, il monitoraggio della prestazione può diventare fonte di preoccupazione eccessiva.

Una ricerca pubblicata su Personality Neuroscience ha osservato come le preoccupazioni perfezionistiche siano associate a differenze nell’elaborazione neurale degli errori e nell’adattamento del comportamento. Un dato interessante è che preoccuparsi intensamente di sbagliare non significa necessariamente diventare più precisi: l’eccessiva attenzione rivolta all’errore può interferire con le risorse cognitive necessarie a svolgere il compito.

Pensiamo a una persona che deve parlare davanti a un pubblico.

Una parte della sua attenzione è rivolta a ciò che vuole comunicare. Un’altra, però, è impegnata a controllare continuamente la propria prestazione: sto parlando bene? Ho usato il termine giusto? Qualcuno si è annoiato? Ho fatto una brutta figura?

Il problema non è soltanto la quantità di pensieri. È il fatto che una parte delle risorse attentive viene impiegata per sorvegliare se stessi, anziché per partecipare pienamente all’esperienza. Qui incontriamo un paradosso straordinario: il tentativo di evitare qualsiasi imperfezione può compromettere proprio quella spontaneità, flessibilità e lucidità che renderebbero migliore la prestazione.

C’è poi un altro aspetto, legato ai sistemi cerebrali della motivazione e della ricompensa.

La dopamina partecipa ai processi attraverso cui apprendiamo dalle differenze tra risultati attesi e risultati ottenuti, contribuendo a orientare motivazione e comportamento. Non significa che il perfezionismo dipenda da un’alterazione specifica della dopamina. Significa, piuttosto, che possiamo comprendere meglio quanto aspettative, valutazioni e apprendimento siano intrecciati.

Nella persona dominata dall’autocritica può verificarsi un processo psicologicamente molto particolare: la riuscita viene considerata obbligatoria, mentre il fallimento viene percepito come inaccettabile.

Di conseguenza, un successo può produrre soprattutto sollievo, perché consente di evitare momentaneamente la temuta valutazione negativa.

Ma il sollievo non equivale alla soddisfazione.

Il sollievo consiste nella temporanea scomparsa di una minaccia. La soddisfazione, invece, permette di riconoscere qualcosa di buono nell’esperienza appena vissuta. Ecco perché alcune persone, pur avendo raggiunto moltissimi obiettivi, continuano a sentirsi interiormente in debito.

Non stanno necessariamente cercando un nuovo successo perché quello precedente non era abbastanza importante. Possono cercarlo perché non hanno ancora imparato a separare la possibilità di essere apprezzate dalla necessità di dimostrare continuamente qualcosa.

4. Il prezzo fisiologico del perfezionismo: quando il corpo vive continuamente sotto esame

Il perfezionismo non è soltanto un insieme di pensieri e comportamenti. Quando è accompagnato da paura del giudizio, autocritica persistente e anticipazione delle conseguenze negative, può coinvolgere anche i sistemi biologici che regolano lo stress.

Per capire come, dobbiamo considerare un principio fondamentale della fisiologia: il nostro organismo modifica continuamente il proprio funzionamento in relazione alle richieste che percepisce nell’ambiente. Quando affrontiamo una situazione impegnativa, il sistema nervoso autonomo e i sistemi neuroendocrini contribuiscono a mobilitare le risorse necessarie per rispondere.

L’attivazione simpatica può aumentare la frequenza cardiaca, modificare il ritmo respiratorio e favorire la disponibilità energetica. In determinate condizioni viene coinvolto anche l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola, tra le altre cose, la secrezione del cortisolo.

Queste risposte non sono di per sé patologiche. Sono strumenti biologici di adattamento.

Il problema emerge quando le situazioni ordinarie vengono vissute ripetutamente come occasioni in cui il proprio valore, la propria immagine o l’approvazione degli altri sono in pericolo.

Una importante metanalisi di Dickerson e Kemeny, che ha esaminato 208 studi sperimentali, ha mostrato che le situazioni caratterizzate da minaccia di valutazione sociale e scarsa controllabilità sono particolarmente capaci di suscitare risposte del cortisolo. Questo risultato ci aiuta a comprendere perché il timore del giudizio non debba essere considerato soltanto una preoccupazione astratta.

Quando percepiamo che qualcosa di importante per la nostra identità sociale potrebbe essere compromesso, l’organismo può rispondere mobilitando risorse fisiologiche.

Per alcune persone perfezioniste, però, il giudizio più temuto non arriva dall’esterno. Arriva da dentro.

La persona non si concede tregua perché continua a esaminare ciò che ha fatto, anticipare ciò che potrebbe andare storto, valutare quanto avrebbe potuto impegnarsi di più.

Pensiamo a chi termina una giornata di lavoro e, pur essendo esausto, non riesce a interrompere mentalmente le attività. Ripercorre gli errori, prepara le risposte per il giorno successivo, controlla ancora una volta qualcosa che aveva già verificato.

Il lavoro è terminato, ma la valutazione non è finita.

In questo modo può ridursi lo spazio dedicato al recupero, cioè a quella fase nella quale l’organismo può progressivamente allentare l’attivazione e ristabilire condizioni più favorevoli al riposo.

Non è casuale che una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Sleep Research abbia riscontrato un’associazione consistente tra preoccupazioni perfezionistiche e disturbi del sonno. Quando l’autocritica alimenta rimuginio, anticipazione e difficoltà a interrompere il controllo, anche l’addormentamento e la qualità del riposo possono risentirne.

Le ripercussioni possono estendersi alla tensione muscolare, alla percezione della fatica, alla respirazione e alla funzione gastrointestinale, sistemi sensibili agli stati di attivazione e alle variazioni della regolazione autonomica. Questo non significa che ogni sintomo corporeo sia causato dal perfezionismo, ma che gli stati emotivi e le abitudini di regolazione partecipano al funzionamento dell’intero organismo.

Qui arriviamo a una delle contraddizioni più profonde del perfezionismo.

Una persona può cercare di controllare ogni dettaglio della propria vita per evitare di sentirsi vulnerabile, finendo però per consumare proprio quelle risorse di cui avrebbe bisogno per affrontare meglio le difficoltà.

Il perfezionismo promette sicurezza attraverso il controllo. Ma quando il controllo diventa incessante, può trasformarsi in una richiesta biologicamente dispendiosa. E c’è una differenza enorme tra un organismo capace di attivarsi quando serve e un organismo che fatica a riconoscere quando può finalmente recuperare.

5. Superare il perfezionismo non significa abbassare le proprie capacità, ma smettere di usarle contro se stessi

Una delle convinzioni più radicate nelle persone perfezioniste è che, rinunciando a essere così esigenti, perderebbero anche la propria capacità di realizzare qualcosa di importante. Pensano che sia proprio quella pressione continua a renderle efficienti, preparate e affidabili.

Ma dobbiamo distinguere la motivazione dalla paura.

Possiamo impegnarci perché qualcosa ci interessa, perché desideriamo imparare, perché riconosciamo il valore di un progetto. Oppure possiamo impegnarci per evitare la vergogna, la critica, il rifiuto e il senso di insufficienza. Il comportamento esteriore può apparire identico. Il vissuto interiore e il costo emotivo possono essere profondamente diversi.

Cambiare significa cominciare a riconoscere questa differenza.

Significa domandarci non soltanto che cosa vogliamo ottenere, ma anche che cosa temiamo possa accadere se non ci riuscissimo. Che cosa rappresenta davvero un errore? La possibilità di imparare qualcosa oppure la dimostrazione di non valere abbastanza?

Che cosa succede dentro di noi quando qualcuno è deluso? Riusciamo a tollerare quella delusione oppure sentiamo il bisogno immediato di riparare, giustificarci, dimostrare? E soprattutto, quale trattamento riserviamo a noi stessi quando non siamo all’altezza delle aspettative?

Queste domande permettono di individuare il significato affettivo che si nasconde dietro il comportamento perfezionistico.

Ma comprenderlo non è sempre sufficiente per modificarlo.

Se per molti anni abbiamo associato l’errore alla vergogna o alla perdita dell’approvazione, possiamo continuare a reagire con forte disagio anche dopo aver riconosciuto razionalmente che quella paura è sproporzionata. Per questo, il cambiamento richiede anche esperienze differenti.

Possiamo imparare gradualmente a concludere un’attività senza correggerla all’infinito, a tollerare che qualcuno non condivida le nostre scelte, a non giustificarci per ogni piccola imperfezione. Possiamo osservare che cosa accade quando non rispondiamo immediatamente all’impulso di controllare tutto.

All’inizio potrebbe comparire disagio. Ma proprio attraversando esperienze nelle quali l’imperfezione non produce le conseguenze temute possiamo costruire nuovi apprendimenti.

Non si tratta di convincere il corpo, con una frase rassicurante, che non esiste alcun pericolo

Si tratta di creare condizioni in cui il sistema nervoso possa sperimentare, ripetutamente, che non ogni errore richiede una risposta di allarme. Le evidenze sugli interventi cognitivo-comportamentali per il perfezionismo mostrano che è possibile ridurre le preoccupazioni legate agli errori e la rigidità degli standard, insieme ad alcune manifestazioni di disagio psicologico.

E questo cambiamento non deve necessariamente impoverire le nostre ambizioni.

Al contrario, può restituirci risorse che prima venivano assorbite dall’autosorveglianza, dal rimuginio e dalla paura del giudizio. Possiamo continuare a desiderare risultati importanti senza trasformare ogni risultato in un verdetto sulla nostra identità. Possiamo essere responsabili senza considerarci colpevoli di tutto. Possiamo migliorare senza vivere costantemente come se fossimo difettosi.

La vera libertà non consiste nel non commettere più errori, ma nel poterli commettere senza perdere, insieme a essi, il rispetto per noi stessi.

Forse non abbiamo bisogno di diventare migliori, ma di smettere di considerarci continuamente insufficienti

C’è una domanda che raramente rivolgiamo alle persone perfezioniste: quanto della tua vita hai dedicato a diventare qualcuno che nessuno potesse più rimproverare?

Quanto tempo hai trascorso a prepararti, correggerti, trattenerti, anticipare le reazioni degli altri? Quante occasioni hai perso perché non ti sentivi abbastanza pronto? Quante gioie hai attraversato senza riuscire davvero a viverle, perché eri già impegnato a inseguire il risultato successivo?

Forse, per molto tempo, essere impeccabile ti è sembrato il modo migliore per evitare di soffrire.

Ma una strategia nata per proteggerci può diventare, col passare degli anni, una delle condizioni che alimentano la nostra sofferenza. E allora il lavoro più importante non è necessariamente imparare a fare ancora meglio. È comprendere perché abbiamo bisogno di pretendere così tanto da noi stessi per sentirci sufficientemente al sicuro. Perché una vita non dovrebbe essere un esame da superare continuamente, e il nostro corpo non dovrebbe pagare il prezzo di una dimostrazione di valore che non finisce mai.

È anche da questa consapevolezza che nasce il nostro nuovo libro, «Se ascolti il tuo corpo accadono cose meravigliose», scritto insieme ad Anna De Simone e pubblicato da Rizzoli, ora disponibile in tutte le librerie.

Un manuale di neuroconsapevolezza corporea che intreccia psicologia, neuroscienze, fisiologia ed evidenze scientifiche per comprendere come le esperienze emotive, le relazioni e gli adattamenti appresi possano influenzare il nostro modo di vivere e il funzionamento del nostro organismo. Un percorso arricchito da esercizi terapeutici per riconoscere gli stati di allerta, ridurre il sovraccarico e costruire condizioni più favorevoli alla cura di sé.

Perché possiamo conoscere perfettamente le ragioni della nostra sofferenza e continuare, nonostante tutto, a ripetere gli stessi comportamenti. Il cambiamento richiede anche di modificare il rapporto che abbiamo imparato a costruire con le nostre emozioni, con i nostri limiti e con il nostro corpo.

E forse una delle conquiste più grandi non sarà diventare finalmente la persona perfetta che abbiamo inseguito per tutta la vita. Sarà scoprire che possiamo essere amati, rispettati e degni di considerazione anche nei giorni in cui non abbiamo nulla da dimostrare. Perché la nostra dignità non dovrebbe cominciare dove finiscono i nostri difetti. Dovrebbe accompagnarci anche mentre impariamo a convivere con essi.